La corruzione non è soltanto una questione di legalità astratta, ma un fattore che incide direttamente sulla sicurezza, sulla qualità della spesa pubblica e, in alcuni casi, sulla vita delle persone. È questo il filo conduttore della relazione annuale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, presentata dal presidente Giuseppe Busìa al Parlamento. “Distrugge risorse, minaccia la sicurezza, talvolta uccide”, avverte Busìa, sottolineando come il fenomeno “corroda lentamente le fondamenta della convivenza civile”, resosi “più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica”.
La corruzione, infatti, evolve e diventa più difficile da intercettare. Non si limita più alle tangenti, ma si manifesta attraverso consulenze fittizie, sponsorizzazioni opache e concorsi pilotati. Particolarmente preoccupante è l’aumento del 35% nella distrazione dei fondi europei, segnalato dalla Procura europea. Il rischio, sottolinea l’Anac, è sistemico: la corruzione non solo viola le regole, ma tenta di riscriverle, influenzando i processi decisionali e “privatizzando la sovranità”.
Un allarme che si intreccia soprattutto con il settore degli appalti pubblici, oggi considerato uno dei principali punti di vulnerabilità del sistema. Secondo l’Anac, il nodo più critico riguarda l’esplosione degli affidamenti diretti per servizi e forniture, arrivati nel 2025 a sfiorare il 95% delle procedure. Una dinamica che, oltre a ridurre la concorrenza, apre spazi a pratiche opache: frazionamenti artificiosi, sprechi e possibili infiltrazioni criminali.
In questo contesto, la sicurezza — soprattutto nei cantieri e lungo la filiera degli appalti — diventa un tema centrale. L’Autorità segnala che i rischi maggiori si concentrano nei subappalti “a cascata”, dove si indeboliscono controlli e responsabilità. Le conseguenze sono concrete: compressione dei diritti dei lavoratori, perdita di qualità nei servizi e aumento dei pericoli sul lavoro. Non a caso, oltre mille vittime nel 2025 rappresentano, per Busìa, “una ferita aperta”. Da qui la richiesta di rafforzare i presìdi: tracciabilità della manodopera, cantieri digitali, responsabilità lungo tutta la filiera e integrazione delle banche dati per rendere più efficaci i controlli.
Tra le lacune normative evidenziate, manca ancora l’obbligo di indicare il titolare effettivo delle imprese negli appalti, elemento chiave per prevenire infiltrazioni e accordi occulti. Inoltre, l’assenza di una disciplina organica sul lobbying limita la trasparenza nei rapporti tra decisori pubblici e portatori di interesse. L’Anac insiste su un approccio non punitivo ma strutturale: niente “inasprimenti generalizzati”, bensì un sistema coerente di regole e controlli in linea con gli standard europei. Centrale anche il tema culturale, con l’educazione alla legalità indicata come leva di lungo periodo.
Nel sistema degli appalti pubblici, poi, l’inclusione di giovani e donne resta ancora residuale. Secondo l’Autorità Nazionale Anticorruzione, meno dell’8% delle procedure legate al Pnrr sopra i 40mila euro prevede clausole per incentivare la parità di genere e l’occupazione giovanile. Un dato che riflette, osserva il presidente Giuseppe Busìa, gli effetti della “corsa alla spesa”, che ha spesso sacrificato obiettivi sociali e qualità degli interventi. In questo contesto, la scarsa attenzione all’inclusione si lega anche ai meccanismi distorsivi degli appalti: dove prevalgono urgenza, affidamenti diretti e filiere opache, diventa più difficile inserire criteri che valorizzino merito, equità e accesso al lavoro.
Per l’Anac, ora che il sistema è più maturo, servono obblighi chiari, criteri uniformi e controlli più stringenti, anche attraverso strumenti digitali, per evitare che inclusione e qualità restino elementi accessori rispetto alla spesa.
























