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Home - Approfondimenti - La nota - Relazioni sindacali italiane tra referendum e legge

Relazioni sindacali italiane tra referendum e legge

2 Maggio 2017
in La nota

Sul volo Cagliari-Roma medito sui dati del referendum Alitalia. Leggo sul magazine Alitalia, in un’intervista al CEO Cramer Ball, che la compagnia sta per acquistare un nuovo Boieng 777-300ER, con capienza di circa 400 persone. Osservo la crew di bordo nelle nuove divise. L’aereo è pieno. Caos calmo.

Il referendum Alitalia ha imposto una linea irreversibile, in un contesto in cui i lavoratori hanno, per una difficile storia aziendale, pensato di poter esprimere un voto di protesta sulle politiche aziendali e che le posizioni contenute nell’accordo non fossero ultimative. I lavoratori di Alitalia sono stati chiamati, ex post, a decidere, secondo le regole del sistema sindacale italiano, se approvare o meno il contratto collettivo aziendale che disponeva di diritti retributivi per far fronte alla crisi. I dati sono noti: più del 50% dei lavoratori votanti ha votato per il no. Si tratta di un esercizio di voto a regime speciale per due ragioni. È stato esercitato un voto (i) con finalità meramente confermative della cd. ipotesi di contratto aziendale (ii) in deroga al Testo Unico 2014 sulle relazioni industriali, il quale stabilisce la funzione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU) in ambito negoziale, data la maggioranza dei componenti della RSU e senza necessità di referendum ex post.

Qui non intendo dare un giudizio né sul contenuto del contratto collettivo aziendale né sull’esito del referendum. La mia analisi riguarda, invece, la tecnica giuridica del referendum “ex post”, cioè successivo al contratto aziendale già negoziato e stipulato, che caratterizza il nostro sistema sindacale. In termini più diretti, in casi simili a quello di Alitalia, le rappresentanze sindacali, convinte di essere portatrici di interessi collettivi in base a una delega rappresentativa e sul presupposto del coinvolgimento dei lavoratori, negoziano un contratto collettivo aziendale, provano a chiudere e a mediare sui contenuti difficili, interagiscono con il datore di lavoro, impongono limiti alla procedura di negoziazione; dall’altra parte, il management, gli investitori, gli advisor, le funzioni direzionali definiscono gli scenari, entrano nel merito del contratto collettivo, negoziano tale contratto, si attengono alla procedura. Tutti i protagonisti sono attorno a un tavolo di negoziazione, credendo di poter ritenere i contenuti negoziati già vincolanti per tutti.

Ma in Italia, a differenza di altri paesi, anche europei, per prassi sindacale, senza che niente lo imponga, la scena si sposta dalla stanza della negoziazione al referendum ex post, in cui i lavoratori sono chiamati a approvare il contenuto del contratto aziendale (l’ipotesi, come si dice nel gergo), negoziato e già sottoscritto. Se il referendum è negativo, il contratto non si conclude.Se il referendum è positivo, il contratto si conclude ed è vincolante.

C’è una partecipazione dei lavoratori, in questa tecnica giuridica del referendum ex post, che è smaniosa, inutile, controproducente per tutti. Anche per i lavoratori. Il referendum ex post è una tecnica delle relazioni industriali italiane che deriva dal pluralismo sindacale. Il referendum ex post nasce probabilmente dal fatto che non abbiamo una norma di legge che regola la rappresentanza eletta dei lavoratori e il vincolo al contratto collettivo, con l’effetto che, in caso di lite, il dissenso individuale e il dissenso delle minoranze sindacali sono in ogni caso protetti dal giudice del lavoro.

Il referendum ex post non è più un esercizio sano di democrazia industriale perché è diventato, da una parte, un rimedio all’inefficienza del sistema nell’auto-regolazione e, dall’altra, l’esito dell’incapacità del sindacato di assumersi piena responsabilità delle scelte negoziali effettuate. Non ci sono, inoltre, garanzie di un’informazione completa dei lavoratori sulle posizioni articolate delle organizzazioni che compongono la delegazione trattante. La democrazia industriale funziona se è nella forma di democrazia rappresentativa: a livello aziendale sono gli organismi eletti dai lavoratori a svolgere le funzioni rappresentative e negoziali. Spesso i contratti aziendali sono complessi, non intuibili facilmente, con elementi tecnici che pur spiegati quasi ad personam sono osteggiati per ragioni varie. Nei referendum ex post i lavoratori votano su altro. Cercano di colpire elementi diversi dal contenuto contrattuale, anche con intento demolitorio del sistema. La validazione che avviene mediante referendum ex post è stata in alcuni casi utile per orientare situazioni che si evolvono in mercati globali di produzione (si pensi al caso Fiat). Il sindacato, non sapendo come comporre eventuali conflitti al proprio interno, chiede di verificare il consenso con il referendum per poi offrire un quadro stabile al negoziato con il datore di lavoro..

Nel caso Alitalia, il referendum di aprile 2017 ha semplicemente spostato le responsabilità che derivano da inefficienze e incapacità dal management ai lavoratori. Caos calmo delle relazioni industriali italiane? Caos calmo anche per il management che è più libero di gestire la crisi?

Il caso Alitalia conferma che è ora di una legge che richiami i principi del TU 2014.La legge deve avere al centro una rappresentanza eletta dei lavoratori che possa negoziare contratti aziendali vincolanti per tutti senza necessità di referendum ex post.

redazione

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