Il terzo Report Cisl sulla Contrattazione Nazionale fotografa un’Italia che, nonostante le turbolenze geopolitiche, sta faticosamente recuperando il terreno perduto a causa dell’inflazione degli anni passati. Il 2025 si conferma come l’anno del “sorpasso”: per la seconda volta consecutiva, le retribuzioni contrattuali orarie crescono più dei prezzi. Il report è basato su dati Istat, Inps e Ocpi (osservatorio sui conti pubblici italiani) e diffuso dal dipartimento contrattazione della confederazione di via Po.
Lo scorso anno sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi per complessivi 4,7 milioni di lavoratori e il 37,1% del monte retributivo. Nel secondo semestre i rinnovi sono stati 14, con una forte accelerazione nel quarto trimestre. A fine anno risultano in vigore 48 contratti, che coprono 7,6 milioni di dipendenti (57,8%).
Nel periodo considerato si registra un miglioramento degli indicatori di tensione contrattuale. I lavoratori in attesa di rinnovo scendono da 5,6 milioni a settembre a 5,5 milioni a dicembre 2025, pari al 42,2% del totale, mentre i tempi medi di attesa si riducono da 27,9 a 18,9 mesi per i dipendenti con contratto scaduto e da 12,0 a 8,0 mesi considerando l’intera platea dei dipendenti. I 27 contratti scaduti a fine dicembre riguardano 2,7 milioni di lavoratori nel settore privato e 2,8 milioni nella pubblica amministrazione.
Sul fronte delle retribuzioni, l’anno si chiude con una crescita media delle retribuzioni contrattuali del 3,1%, invariata rispetto al 2024, a fronte di un’inflazione IPCA pari all’1,7%, con un differenziale positivo di circa 1,4 punti percentuali. In termini reali, tuttavia, il confronto con il 2019 evidenzia una riduzione del 6,4% per le retribuzioni contrattuali, mentre le retribuzioni di fatto registrano una perdita più contenuta pari al 1,7%, sostenute dalla contrattazione di secondo livello e dalle componenti variabili della retribuzione non incluse nell’indice dei minimi contrattuali. Ancora migliore il dato sulle retribuzioni nette, con un recupero quasi completo: gap sotto l’1% per i redditi mediani e al 2,9% per quelli più bassi.
Sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di dicembre 2025, l’Istat proietta per il primo semestre 2026 una crescita media delle retribuzioni contrattuali orarie del 2,4% e dell’1,9% nella media dell’intero anno 2026, sottolinea il report della Cisl. Il profilo mensile delinea una graduale decelerazione: dal +2,8% di gennaio 2026 si scenderebbe al +1,7% di giugno 2026.
Nel rapporto si precisa che il dibattito pubblico si focalizza spesso sull’indice mensile istat, che tuttavia è il più parziale dei tre indicatori disponibili poiché misura solo i minimi tabellari fissi. Per una visione realistica del potere d’acquisto, la Cisl invita a considerare altri due livelli che l’indice mensile ignora: la contrattazione decentrata (premi e straordinari), che riduce il gap salariale reale dal -6,4% al -1,7%, e l’impatto delle politiche fiscali (taglio del cuneo e detrazioni). Grazie a questi interventi, il divario reale per i redditi mediani scende a meno di un punto percentuale. Basare l’analisi solo sui minimi tabellari alimenta quindi una narrativa della “perdita salariale” parziale e spesso strumentale, che sottovaluta la capacità di recupero del sistema contrattuale italiano e degli interventi redistributivi.
“Il sistema contrattuale italiano produce molto di più di ciò che l’indice Istat fotografa”, commenta il segretario confederale della Cisl, Mattia Pirulli. “Leggere la dinamica salariale solo attraverso i minimi tabellari significa ignorare il valore della contrattazione decentrata e delle politiche fiscali redistributive. Questa distorsione rischia di alimentare letture fuorvianti e di oscurare un sistema che sa dare risposte concrete ai lavoratori”.
Restano aperti rinnovi rilevanti (credito, assicurazioni, sanità privata, spettacolo, informazione). “Per la Cisl la priorità è il rinnovo tempestivo dei contratti nazionali – aggiunge il report della Cisl – rafforzare la contrattazione decentrata, sostenere i redditi più bassi con adeguate politiche fiscali, per contrastare efficacemente il lavoro povero”.




























