Il mercato del lavoro continua ad essere il grande malato dell’economia italiana o, almeno, dove il malessere è più acuto. Ma cosa ci aspetta dopo la crisi? Per capirlo, può essere utile guardare alle tendenze di fondo del mercato del lavoro europeo, dove si raccolgono le esperienze sia dei paesi floridi (come la Germania) che di quelli in difficoltà, come il nostro. Se si guarda al complesso dell’economia europea, si capisce che la Grande Recessione del 2008 ha pesantemente inciso sul lavoro, ma anche che le tendenze di fondo prescindono dalla crisi. E’ un’analisi che ha compiuto Eurofound, un istituto collegato alla Ue e fornisce un risultato solo apparentemente paradossale: nell’Europa di oggi, il lavoro come lo abbiamo conosciuto e che continuiamo a considerare normale, cioè a tempo pieno e indeterminato, è roba da ricchi. E, probabilmente, lo è da prima della crisi.
Il punto di partenza è che, nell’eurozona, l’occupazione non è ancora tornata ai livelli pre-crisi, anche se è in ripresa dalla seconda metà del 2013. Ma è una ripresa all’insegna della precarietà? Bisogna intendersi sul termine precario. Nella Ue in quanto tale la percentuale di lavoro temporaneo si è consolidata, ma non è particolarmente cresciuta rispetto a dieci anni fa. Quello che si è impennato, in generale, è il part-time. Ma le medie nascondono una parte della verità. I paesi in cui i tassi di precarietà sono alti, cioè dove il lavoro temporaneo è una quota cospicua, superiore al 15 per cento, sono anche i paesi in cui riuscire a centrare un lavoro permanente è un processo più lungo e più faticoso. Questo vale per Spagna, Polonia, Italia, Grecia, ma anche Francia e Olanda, segno che non è solo la severità della crisi a determinare la vischiosità del mondo del lavoro. Non è però l’unica traccia della segmentazione dell’occupazione.
L’altra si può seguire nel rapporto tra busta paga e assunzioni. A livello europeo, nel decennio che si conclude nel 2007, l’occupazione cresce un po’ ovunque, anche se in modo più netto nel 20 per cento di posti a stipendio più alto. Con il 2008, la recessione colpisce. Fino al 2013 si contrae, in modo nettissimo per i posti a cui corrispondono salari medi: è l’effetto dell’automazione e della computerizzazione di massa delle mansioni che siamo abituati ad associare alle classi medie, dai bancari ai contabili alle segretarie. Ma nel 20 per cento del mondo del lavoro che fa riferimento ai salari più alti, l’occupazione continua a crescere anche durante la crisi, in controtendenza rispetto al resto del mondo del lavoro. E la crescita continua dopo il 2013, quando, sia pure in misura minore, riprendono ad espandersi anche i posti di lavoro a retribuzione bassa o media.
Ma la frattura che si apre nel mondo del lavoro europeo è più larga di così. Non riguarda solo la maggiore possibilità di trovare lavoro per gli informatici, i programmatori, consulenti e, in generale, le qualifiche più alte, rispetto agli altri. Riguarda anche il tipo di lavoro e di contratto. Fra il 2011 e il 2015, l’80 per cento di lavoratori con qualifiche inferiori vede sistematicamente sparire i contratti a tempo indeterminato e si impiega solo part-time o in via temporanea. I contratti a tempo indeterminato aumentano solo nel 20 per cento che sta in cima alla scala salariale. Anzi, qui, la stragrande maggioranza delle assunzioni avviene attraverso il vecchio contratto a tempo indeterminato. E’ un inquietante squarcio di futuro: solo un lavoratore su cinque, ovvero quello che ha già lo stipendio più alto, godrà anche di un solido trattamento pensionistico e dei benefici connessi ad un lavoro stabile. Per gli altri, il mare infido della precarietà. Insomma, come amano dire molti: è finita l’era del posto fisso. Ma solo per i poveracci.
Maurizio Ricci






















