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Home - Approfondimenti - La nota - Tax Credit Audiovisivo, una riforma che affossa il settore

Tax Credit Audiovisivo, una riforma che affossa il settore

di Elettra Raffaela Melucci
6 Agosto 2024
in La nota, In evidenza
Tax Credit Audiovisivo, una riforma che affossa il settore

La riforma del decreto Tax Credit per il comparto audiovisivo è realtà, benché per gli attuativi occorrerà aspettare settembre. Emanato a quaranta gradi all’ombra, la notizia non ha destato poi così tanto clamore dopo oltre un anno di estenuante attesa. Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la sottosegretaria Lucia Borgonzoni hanno fatto trascorrere quasi 365 giorni all’insegna di promesse e voci di corridoio, lettere e dichiarazioni, fino ad arrivare all’estate più calda mai registrata per gettare paraffina sul fuoco delle angosce che attanagliano imprese e lavoratori. A contribuire alla paralisi del settore, poi, c’è anche il mancato sblocco dei contribuiti selettivi e automatici per il finanziamento delle opere: attualmente, infatti, a causa di questi ritardi il 65% dei lavoratori è fermo e la riforma del Tax Credit così concepita, se non modificata, farà salire vertiginosamente questa percentuale.

In breve, la riforma prevede che per poter accedere al finanziamento del Tax Credit il requisito è il possesso del 40% di capitali privati alla presentazione della domanda: significa che per una PMI, con capitale sociale da 40 mila euro, è praticamente impossibile finanziare un’opera prima o seconda. Gli scaglioni di finanziamento sono tre: sopra i 3 milioni mezzo, sotto i 3 e mezzo, e sotto un milione e mezzo, quest’ultimo per le opere prime e seconde, i documentari e i cortometraggi. Non è difficile fare i conti per saggiare l’insostenibilità per una piccola impresa di avanzare come capitale proprio una media di 600 mila euro per un esordio. Altro criterio ai limiti della sostenibilità per l’accesso al finanziamento riguarda la distribuzione: i contratti devono essere sottoscritti con le prime venti società in termini di fatturato di distribuzione italiana, ma purtroppo la maggior parte di esse sono multinazionali straniere o partecipate. Due piccioni con una fava: alla faccia del Made in Italy e del libero mercato. In più, ad esempio, per la terza fascia di finanziamento, quindi le opere sotto il milione mezzo, si richiedono 240 proiezioni a pagamento entro un mese nella prima fascia oraria. Totalmente infattibile.

Certo, come sottolinea Sabina Di Marco, segretaria nazionale della Slc-Cgil, la stagione contrattuale è stata vivace e soprattutto necessaria per l’accesso ai finanziamenti e alle agevolazioni fiscali nel settore del cine audiovisivo, ma “in attesa del testo definitivo che consentirà finalmente alle imprese di usufruire del Tax Credit, strumento essenziale per promuovere le produzioni cine audiovisive italiane, si sottolinea la necessità di avviare un incontro con le organizzazioni sindacali per  evitare il rischio di alcuni effetti prevedibili negativi”.

Per Di Marco, le misure che sono state introdotte “se non corrette, possono mettere a rischio nella lunga durata l’occupazione del settore che già oggi si registra in flessione, peraltro a fronte di un sistema di welfare che non vede ancora luce”. C’è di più: “È stata rinviata la realizzazione del Codice dello spettacolo di 12 mesi e non ci sono risposte sull’indennità di discontinuità – rileva la sindacalista – misura che attende di essere resa esigibile e applicata in modo pertinente alle lavoratrici ed ai lavoratori discontinui – quasi tutti-  dello spettacolo”. Su questo capitolo, infatti, la segretaria nazionale della Slc-Cgil spiega che nel cine-audiovisivo, a fronte della riduzione di lavoro, non si riesce a percepire la Naspi (indennità dì disoccupazione) e si resta, quindi, senza occupazione e senza sostegno al reddito. “Chiediamo da tempo un tavolo congiunto tra organizzazioni sindacali e  Ministero della Cultura, Ministero del lavoro ed Inps per sanare tutte le anomalie che non riescono, per un sistema ingessato, a dare risposte alle peculiari esigenze del lavoro del settore, che resta ad oggi abbandonato nei momenti di fragilità”.

La preoccupazione principale, però, è che si rischia l’eliminazione delle produzioni indipendenti realizzate dalle PMI – la stragrande maggioranza su quasi 9.000 imprese esistenti, con 95.000 posti di lavoro diretti, 114.000 nelle filiere connesse; la forza lavoro del settore, inoltre, è più giovane e con una percentuale di donne impiegate maggiore rispetto alla media nazionale. Il fatturato generato è di 13mld di euro, il 10% del totale europeo – “e che, dunque, il lavoro si concentri intorno alle grandi imprese di produzione, spesso di carattere internazionale, marginalizzando i talenti giovani e la sperimentazione”.

Anche per le sigle associative di settore occorrono dei correttivi e una maggiore selettività delle produzioni, ma attualmente il rischio resta quello di “buttare il bambino con l’acqua sporca”, spiega ancora Di Marco, eliminando non solo la parte di produzioni che utilizza i finanziamenti in maniera distorta o addirittura dolosa senza alcuna funzione di sviluppo per il settore, ma cancellando il lavoro legato alla sperimentazione in un sistema culturale attraversato da grandi cambiamenti sociali, tecnologici e nelle professioni.
Pertanto, la Slc-Cgil ritiene “che i Decreti Direttoriali previsti possano ancora apportare un contributo di merito e chiede un tavolo di confronto che consenta di promuovere occupazione, legalità e regole, accompagnate da un’idea di sviluppo del settore capace di “narrare” la modernità della complessità sociale e culturale del nostro Paese”.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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