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Home - Approfondimenti - La nota - Vertenza La Perla, non è finita finché non è finita: dopo 16 anni, la tenacia ancora viva di lavoratrici e sindacati contro il Made in Italy in svendita

Vertenza La Perla, non è finita finché non è finita: dopo 16 anni, la tenacia ancora viva di lavoratrici e sindacati contro il Made in Italy in svendita

di Elettra Raffaela Melucci
26 Settembre 2024
in La nota
La Perla, Cgil e Filctem: necessario nuovo incontro al Mimit

PRESIDIO LAVORATRICI LA PERLA AL MISEMINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICOMANIFESTAZIONE PROTESTA

“Il coraggio di queste lavoratrici per la difesa del posto di lavoro e del marchio La Perla assume il significato di una battaglia generale per la difesa del sistema produttivo del nostro Paese”. Le parole di Ugo Cherubini, segretario nazionale della Filctem Cgil, riassumono in pieno il senso della vertenza La Perla, divenuta in sedici anni di crisi l’emblema tanto della fallibilità di un sistema speculativo quanto della tenacia di circa 300 impiegate che non mollano la battaglia per la salvaguardia del loro futuro occupazionale e per la tutela di un marchio storico del Made in Italy. Come un pallino, dal 2008 a oggi l’azienda è passata di mano da un avventuriero all’altro nella promessa di rilanci, investimenti e un futuro tutto in discesa per proseguire l’opera di Ada Masotti che nel 1954 fondò a Bologna, partendo da una piccola sartoria, lo storico marchio di alta moda noto in tutto il mondo. Una discesa, che però, si è rivelata direzionata verso i gironi più bui e astrusi della finanza.

Le prime collezioni di Ada Masotti erano vendute in un cofanetto di velluto rosso come fossero un gioiello prezioso e da qui il nome dell’azienda. Armonia, lusso e femminilità da sempre hanno contraddistinto la sua produzione di lingerie, vista non più come compendio d’abbigliamento ma vero e proprio accessorio da valorizzare con tessuti e inserti di pregio. La lungimiranza di Masotti, che ha saputo intercettare il corso delle mode e dei tempi, ha portato l’azienda nell’olimpo dell’haute couture e quando nel 1981 la direzione passa al figlio Alberto la situazione non lasciava presagire quanto poi sarebbe accaduto.

Nel 2008, infatti, complice la crisi finanziaria, l’azienda viene venduta alla società americana di private equity JH Partners, di proprietà del finanziere John Hansen già impegnato nel settore del lusso. Un’esperienza che dura appena cinque anni, tra difficoltà e un massiccio ricorso alla cassa integrazione a fronte delle quali nel 2013 Hansen cede La Perla all’imprenditore italiano Silvio Scaglia (fondatore, tra l’altro, di Fastweb), che la acquisisce all’asta tramite la holding Pacific Global Management per 69 milioni di euro, trasferendo la sede legale all’estero per motivi fiscali. Cinque anni ancora e anche Scaglia si disfa di La Perla vendendola alla Sapinda Holding – che diventerà Tennor nel 2019 -, società olandese con sede a Londra capitanata dal finanziere tedesco Lars Windhorst – già noto per la sua fama di scommettitore audace su aziende dal futuro incerto e affarista della prima ora. E infatti, mentre Windhorst continuava a investire in miniere estrattive, cantieri navali, squadre di calcio e case di alta moda, a Bologna scattano i licenziamenti: 126 esuberi su 329 impiegate spalmati su due delle tre aziende afferenti al gruppo: La Perla Uk – quartier generale (12 esuberi), La Perla Manufacturing, progettazione e design (114 esuberi) e La Perla Italia, la rete di vendita al retail.

Complessivamente, la disastrosa gestione di Tennor ha portato in cinque anni un calo da 1.400 a 329 dipendenti. Come spiega Stefania Prestopino, rappresentante sindacale e grafica di La Perla, intervistata da dinamopress nel febbraio 2024, le cose sono precipitate quando è stata messa in liquidazione l’azienda madre La Perla Management Uk, sommersa di debiti e motivo per il quale tutti i conti sono stati poi congelati, comportando il mancato pagamento degli stipendi. Per anni, infatti, le oltre 300 lavoratrici superstiti non si sono viste corrispondere un salario e sono state oggetto di continui ricorsi alla cassa integrazione mentre Windhorst continuava a promettere finanziamenti per risanare i debiti accumulati (tra cui il mancato pagamento di 2,8 milioni di sterline, pari a 3,2 milioni di euro, all’erario inglese), a fronte dei quali a novembre 2023 la sede di Londra viene messa in liquidazione. Tramite una mail, infatti, i liquidatori inglesi comunicavano la ferma intenzione di procedere alla liquidazione dell’asset e alla vendita del marchio, allo scopo di realizzare la massima soddisfazione dei creditori ed escludendo quindi la continuità aziendale. “Peraltro la scelta dei liquidatori inglesi – scrive la Filctem-Cgil – potrebbe avere gravi conseguenze per La Perla Manufacturing srl perché, come risulta dai fascicoli della procedura, tra le società è stato stipulato un Framework Manufacturing Agreement che obbliga La Manufacturing a vendere i prodotti realizzati con i marchi “La Perla” unicamente alla Controllante. Conseguentemente, l’eventuale liquidazione totale della Controllante determinerebbe, a cascata, l’impossibilità della prosecuzione dell’attività della Controllata, con successiva inevitabile liquidazione e perdita di valore nonché di quest’ultima società, fino al licenziamento di tutti i dipendenti”.

A fronte di ciò il 12 gennaio 2024 viene ordinato il sequestro della società, mentre il marchio era stato già sequestrato a dicembre, e il 27 gennaio 2024 il giudice del tribunale di Bologna, Murizio Atzori, accoglie l’istanza cautelare presentata dalla Filctem-Cgil e dai lavoratori de La Perla Management Uk di estensione del sequestro a tutto l’asset societario di La Perla Management Uk e dichiarato la liquidazione giudiziale della casamadre inglese. Pochi giorni dopo, il 2 febbraio, il Tribunale di Bologna ha accertato lo stato di insolvenza dell’italiana La Perla Manufacturing Srl e nominato i tre commissari giudiziali per formulare un parere sulla fattibilità dell’amministrazione straordinaria o della liquidazione giudiziale anche per la parte italiana. Nel mentre la gestione dell’impresa passa in mano ai commissari del Mimit – gli avvocati Francesca Pace, Francesco Paolo Bello e Gianluca Giorgi -, facendo tirare un sospiro di sollievo alle lavoratrici, sempre meno numerose perché cominciano a dimettersi volontariamente pur di non restare appese al filo della giustizia internazionale. La questione, infatti, si gioca tra il terreno del vuoto normativo creato dalla Brexit, che impedisce l’applicazione della disciplina transfrontaliera, e l’introduzione in Italia del nuovo codice della crisi d’impresa. La stessa partita in due campionati diversi. Intanto l’11 aprile il tribunale di Bologna pone in liquidazione giudiziale La Perla Italia, stessa sentenza toccata in prima battuta a La Perla Management Uk.

Dopo settimane di attesa, l’11 maggio 2024 arriva la svolta: “Il Tribunale di Bologna si esprime in favore dell’amministrazione straordinaria” di La Perla Manufactoring, annunciano Stefania Pisani della Filctem-Cgil Bologna e Mariangela Occhiali della Uiltec-Uil Emilia Romagna, “dando finalmente avvio alla possibilità di rilancio di una realtà manifatturiera unica ed espressione più alta del Made in Italy grazie alle competenze delle lavoratrici e dai lavoratori”. Un primo e importante passo avanti “per evitare il depauperamento del valore del Gruppo Perla e del suo know how di cui sono depositarie le maestranze”. Il passaggio successivo, sottolineano le due sindacaliste, sarà convogliare in AS anche La Perla Management Uk e La Perla Italia ed essere convocate presso il ministero delle Imprese e del Made in Italy assieme a tutte le procedure aperte.

Intanto il flusso di finanziamento da 60/70 milioni di euro assicurato alle istituzioni da Lars Windhorst per riprendere le produzioni nel Gruppo La Perla si è risolto in un nulla di fatto. “Diventa sempre più incomprensibile l’operazione finanziaria del fondo Tennor nel Gruppo La Perla – fanno notare i sindacati -, e appare sempre più evidente l’assoluta inaffidabilità del suo massimo rappresentante e interlocutore. Del resto, sono anni che la gestione finanziaria in La Perla Group del Fondo Tennor si basa su flussi di finanziamento incostanti e non programmati tanto che ad oggi la situazione del sito bolognese è in bilico persino sul pagamento delle retribuzioni ai dipendenti, per quanto fortemente ridotte essendo in contesto di ammortizzatori sociali”. E il problema degli stipendi è quello che preme di più le lavoratrici. I sindacati accusano Windhorst di mancare di rispetto agli impegni istituzionali assunti presso la Regione Emilia-Romagna lasciando le dipendenti di La Perla senza stipendio e per questo invocano ancora una volta un tavolo ministeriale. I 330 i dipendenti italiani coinvolti nella vertenza, infatti, hanno ricevuto la mensilità di luglio con un ritardo di 3 settimane e con ritardo cospicuo su quella di agosto. “Proprio la liquidità, necessaria alla produzione e al retail, è al centro delle preoccupazioni, e il rischio è di inibire lo sviluppo dell’azienda” insistono i sindacati.

La convocazione arriva per il 6 agosto al Mimit, dove ministro Adolfo Urso e la sottosegretaria Fausta Bergamotto hanno manifestato “un interesse concreto per la soluzione celere della vertenza, definita dagli stessi emblematica e significativa, tanto da determinare da subito una sessione tecnica ad oltranza il 10 e 11 settembre per trovare questo possibile accordo tra le procedure”. Intanto un primo ed importante segnale positivo in questa vertenza sono le 28 maestranze che hanno ripreso la produzione nella prima settimana di settembre, come sottolinea Ugo Cherubini della Filctem Cgil. “Al Mimit è stata, infatti, consegnata una prima definizione tra le procedure in essere, quella italiana e quella inglese,  per poter riniziare a produrre in La Perla”. Nel successivo incontro del 16 settembre, invece, era prevista la determinazione di un protocollo generale definitivo tra le procedure “che sia viatico per individuare un serio imprenditore che possa rilevare e rilanciare il marchio La Perla”. L’auspicio, si ribadisce, è che le liquidazioni giudiziali vengano assorbite in un’unica Amministrazione Straordinaria dal Tribunale di Bologna”.

Ma sebbene le speranze siano ben riposte, il percorso è ancora lungo. “Ci viene indicato un buon stato di avanzamento della definizione del protocollo – dichiarano Pisani e Occhiali al termine dell’ultimo incontro – ma sono ancora necessari ulteriori approfondimenti, a partire dal tempo necessario per il riavvio delle produzioni del sito bolognese. Il programma per la riapertura” che ha visto rientrare 28 lavoratrici nel sito di Bologna “è al vaglio del Mimit e su questo si attende il pronunciamento del ministero”.

“I sindacati hanno sottolineato – prosegue la nota – come sia strategica l’accelerazione dei tempi per definire gli ultimi approfondimenti necessari sui temi del riavvio del sito di via Enrico Mattei, non ultima l’importanza di concretizzare gli interessamenti industriali che sono pervenuti e scongiurare operazioni di speculazione. I tempi sono fondamentali – scrivono – anche per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, che oggi stanno in parte compensando i danni alle lavoratrici. Gli stessi vanno concepiti esclusivamente nella logica di strumento per accompagnare lo sviluppo industriale del gruppo”.

“Al fine di procedere celermente – conclude il comunicato – abbiamo chiesto di effettuare a breve un nuovo incontro di aggiornamento per il prossimo 1 ottobre”.

I fili di questa vertenza che sembrerebbero intrecciarsi in una giusta trama, ma la lotta non è finita finché non è finita.

Elettra Raffaela Melucci

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