La vertenza Realco entra in una fase di ulteriore incertezza dopo la richiesta di proroga del piano concordatario oltre la scadenza del 13 aprile. Nessuna proposta vincolante complessiva è infatti emersa dal confronto con potenziali acquirenti, mentre l’azienda ha chiesto più tempo per la definizione del piano. Una scelta che i sindacati leggono come un ulteriore rinvio di una soluzione industriale ancora lontana, con 14 punti vendita chiusi e 450 lavoratori in ammortizzatore sociale.
«In mesi di confronti e colloqui, la situazione non è affatto migliorata. Le manifestazioni di interesse che erano state raccolte non si sono concretizzate in offerte definitive», spiega Laura Petrillo, segretaria della Filcams Cgil Emilia-Romagna. «Avevamo l’auspicio che ci fosse un’acquisizione di sistema, invece non c’è nulla di tutto questo». La gestione della crisi si rende complessa anche perché si muove su più livelli: azienda, tribunale, commissari, ministero, Inps e Regione. Una procedura a cascata che rallenta tutto e scarica l’incertezza sui lavoratori.
Il perimetro della crisi riguarda le tre società operative del gruppo e le relative richieste di cassa integrazione straordinaria, che sarebbero dovute partire dal 1 marzo 2026 (fino al 31 dicembre) ma sono bloccate a causa di farraginosità burocratiche. In particolare, la CIGS interessa: Gedis S.r.l., per una platea di 352 lavoratori; Appennino Discount S.r.l., per 25 lavoratori; Ipermontecchio S.r.l., per 17 lavoratori. A queste si aggiunge la situazione della sede amministrativa, che riguarda 94 lavoratori, oggi leggermente diminuiti per effetto di alcune dimissioni, per i quali è stata attivata una CIGS a rotazione dal 1° novembre 2025 al 31 ottobre 2026. Accanto alle attività dirette, resta centrale anche la filiera della logistica affidata a Flexilog, società in appalto per il gruppo Realco.
Sul piano economico, la crisi si inserisce in un quadro particolarmente pesante: l’indebitamento complessivo, al dicembre 2024, è di 98 milioni di euro, di cui 66 verso i fornitori e 18 verso dieci istituti bancari, a fronte di un calo dei ricavi di circa 315 milioni.
La decisione sulla proroga spetta ora al Tribunale, che dovrà valutare la richiesta fino a un massimo di 60 giorni sulla base della relazione aziendale e dei commissari. In caso contrario, si aprirebbe lo scenario liquidatorio.
«Per noi la priorità è chiara: serve un acquirente solido e, se possibile, unico; perché lo spezzatino è lo scenario che più ci preoccupa», sottolinea Malgara Cappelli, segretaria generale Fisascat Cisl Emilia-Romagna. «Non si tratta solo di una questione industriale, ma della tenuta complessiva del gruppo e soprattutto di tutela dell’occupazione». Cappelli insiste anche sulla complessità del perimetro: «Ad oggi non è ancora definito il perimetro dell’operazione: vendita a pezzi, cessione di singole società o un’operazione unitaria. Da queste scelte dipende tutto, anche il destino della sede amministrativa di Reggio Emilia e dei suoi lavoratori».
Questi ultimi, in particolare, risentirebbero di una vendita a blocchi: se acquisire un’intera rete di negozi richiede una struttura di supporto, l’acquisizione frammentata di singoli punti vendita comporterebbe che le funzioni amministrative e gestionali svolti dagli impiegati di Realco verrebbero soppiantati da quelli in forza nel perimetro dell’acquirente. «Tra l’altro si tratta di professionalità specifiche non facilmente ricollocabili o riconvertibili. E quindi necessario attivare da subito, con il supporto istituzionale, la rete territoriale di Reggio Emilia, perché la gestione di questi lavoratori non può essere sottovalutata».
Ed è proprio il piano sociale a preoccupare maggiormente, con una situazione definita all’unanimità drammatica. «I lavoratori da tre mesi non vedono un euro. I tempi delle vertenze non sono mai quelli delle persone», afferma Petrillo. I dipendenti delle società Gedis S.r.l., Appennino Discount S.r.l. e Ipermontecchio S.r.l., infatti, non percepiscono retribuzioni da febbraio: lo stipendio di gennaio è rimasto congelato con il concordato, mentre le indennità di cassa integrazione non risultano ancora erogate. Il blocco degli ammortizzatori, infatti, è legato alla mancata decretazione ministeriale necessaria per sbloccare i pagamenti Inps. Per lo stesso motivo, anche i tentativi di anticipazione tramite strumenti bancari non hanno prodotto effetti concreti, compreso il protocollo con Emil Banca. «I lavoratori sono a casa con zero liquidità. E in molte famiglie lavorano due persone entrambe dentro Realco: questo rende tutto ancora più pesante», aggiunge Lorenzo Tollari, segretario generale Uiltucs Uil Modena Reggio Emilia. Proprio per questo, aggiunge Cappelli, i sindacati hanno chiesto un incontro urgente con Regione, azienda ed Emil Banca che si terrà il prossimo lunedì 27 aprile alle 14.
Ma la crisi coinvolge anche l’indotto, in particolare la logistica affidata a Flexilog. «Se Realco non paga, Flexilog a sua volta non riesce a pagare i propri dipendenti», che pur afferendo al contratto dei trasporti fanno comunque parte di quei 1.500 lavoratori, tra diretti e indotto, che rischiano con questa vertenza. «Chi acquisisce un centro distributivo ce l’ha già. Il rischio è un effetto a catena che incide anche sulla continuità dei punti vendita ancora attivi».
Nonostante la fase critica, il confronto con l’azienda non si è interrotto. «I rapporti tengono, ma l’incertezza è sotto gli occhi di tutti. Il prezzo lo pagano i lavoratori. Il nostro obiettivo è tutelare occupazione e salario ed evitare la liquidazione», afferma Tollari.
La vertenza Realco, che secondo le organizzazioni sindacali è una delle più complicate in Emilia-Romagna per struttura, numero di lavoratori coinvolti e per gli intrecci tra i diversi livelli, riapre anche una riflessione generale sul modello di sviluppo del commercio. «Serve ragionare su un modello che evidentemente oggi non funziona più», viene sottolineato, a partire da un settore come quello alimentare che «non può crescere oltre certi livelli di consumo».
Il tema delle aperture indiscriminate e delle liberalizzazioni riguarda l’intero sistema nazionale del commercio. In particolare, il nodo delle aperture domenicali viene indicato come critico: non si traduce in un reale vantaggio per i consumatori, afferma Tollari, ma in una semplice redistribuzione degli stessi flussi di clientela. Per i lavoratori, invece, significa spesso una riduzione degli spazi di conciliazione tra vita privata e lavoro, senza un effettivo miglioramento del servizio. A questo si aggiunge un tema più ampio legato ai modelli di consumo, con l’estensione degli orari fino alla notte che per i lavoratori comporta turni sempre più gravosi con criticità che riguardano anche la sicurezza, soprattutto per le lavoratrici.
L’attuale assetto della grande distribuzione, poi, caratterizzato da una forte concentrazione di punti vendita e da una competizione sempre più ravvicinata, nonché da una crisi globale che incide sul potere d’acquisto dei consumatori e sul valore delle merci, finisce per indebolire ulteriormente anche il commercio di prossimità, che svolgeva un ruolo economico e di presidio sociale nei territori. Per i sindacati, il tema riguarda anche le politiche pubbliche e le scelte di pianificazione. Si tratta di una logica di sviluppo che nel tempo è stata favorita dalle amministrazioni e che oggi mostra tutti i suoi limiti, anche sul piano occupazionale e della sostenibilità complessiva del sistema.
Da qui la richiesta di riaprire una discussione sulle regole del settore: «Il punto è ripensare un modello che, così com’è, non regge più e finisce per produrre effetti negativi diffusi, non solo per chi lavora, ma per l’intero sistema economico e sociale».
Elettra Raffaela Melucci




























