di Marco Marazza, professore di diritto del lavoro all’Università di Teramo
La partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa è un’espressione di democrazia economica e rappresenta niente di più che una modalità di distribuzione del reddito. Si tratta di uno strumento coerente con la disciplina dei nuovi assetti contrattuali ed è piuttosto agevole immaginare un’ampia condivisione. Il nodo è un altro. La partecipazione dei lavoratori può spingersi fino alla gestione dell’impresa assumendo così i lineamenti di una vera e propria forma di democrazia industriale (e non solo economica)?
Il disegno di legge proposto da Pietro Ichino, ed in più occasioni richiamato da chi ha rilanciato la tendenza partecipativa, va in questo senso. Riunificando due precedenti disegni di legge Ichino auspica la partecipazione del sindacato agli organi di sorveglianza dell’azienda e propone l’istituzione all’interno delle imprese di organismi paritetici nell’ambito dei quali impresa e sindacato possano esprimere, con una sola voce, poteri di indirizzo e controllo.
E’ una rivisitazione soft del meccanismo della cogestione alla tedesca, ma pur sempre di cogestione si tratta. Un istituto previsto dalla Costituzione “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro” (art. 46 Cost.) che fino ad oggi non ha mai trovato formale attuazione.
La partecipazione alla gestione è un cavallo di battaglia della CISL e trova un buon sostegno anche nella UIL ed in UGL. Il Governo sembra valutare con benevolenza un progetto di riforma che metta insieme democrazia economica ed industriale ma i suoi più duri oppositori rimangono, a questo punto, la CGIL e gli imprenditori.
Per gli imprenditori il motivo ufficiale di questa opposizione è quello di voler evitare la confusioni di ruoli e responsabilità, ma andando un po’ in profondità la realtà appare più articolata.
Soprattutto i piccoli imprenditori di cogestione non ne vogliono sentire parlare perché si vogliono comprensibilmente sentire padroni a casa loro. Ma le piccole aziende non verrebbero coinvolte da un processo di riforma di tal genere che, verosimilmente, andrebbe circoscritto alle sole imprese di una certa dimensione e comunque limitato agli aspetti di micro organizzazione.
Le grandi imprese, invece, non si fidano della cogestione perché in verità già la conoscono bene e la praticano da tempo. E’ la cogestione all’italiana. Quella non scritta, né regolamentata, ma capace di consegnare nelle mani di qualche sindacalista progressioni di carriera, turni di lavoro e selezione del personale di amici e nemici. Chi entra nella cabina di comando esercita il potere per incrementare le tessere senza troppo soffermarsi sull’interesse della collettività aziendale. Per carità, un potere che certamente ha qualche contropartita anche per l’imprenditore, ma stiamo parlando di qualcosa che non ha nulla a che vedere con la partecipazione alla gestione che la Costituzione finalizza alla “elevazione economica e sociale del lavoro”. Gli effetti di questa cogestione all’italiana del resto sono sotto gli occhi di tutti perché probabilmente neanche in Germania è mai esistita una partecipazione forte come quella praticata per anni nella vecchia compagnia aerea di bandiera.


























