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Home - Approfondimenti - Analisi - Le tre piattaforme rivendicative

Le tre piattaforme rivendicative

9 Marzo 2009
in Analisi

di Marianna De Luca

Piattaforme per il rinnovo del ccnl del settore telecomunicazioni per il triennio 2009-2011, ovvero: «è qui la giungla?».
1. Nel corso del mese di gennaio la Slc, la Fistel e la Uilcom – le tre Federazioni di categoria aderenti a Cgil, Cisl e Uil – hanno presentato separatamente le proprie piattaforme per il rinnovo del contratto nazionale del settore delle telecomunicazioni. Piattaforme distinte, dunque, ma, a ben guardare, non poi tanto diverse l’una dall’altra. Anzi i testi presentati dalla Slc-Cgil e dalla Uilcom-Uil sono quasi esattamente sovrapponibili, cioè identici parola per parola, ad eccezione della premessa e del richiamo all’indice di previsione da prendere a riferimento per misurare l’inflazione. Le due Organizzazioni non solo hanno concordato i contenuti delle richieste, ma hanno anche gestito assieme le assemblee con i lavoratori, riportando un largo margine di approvazione. E’  interessante notare che, pur partendo da “criteri” di computo diversi, Slc e Uilcom pervengono allo stesso risultato per quel che riguarda l’entità della richiesta economica: 175 euro al 5° livello per il triennio di rinnovo; è un risultato che potrebbe indurre a ritenere irrilevanti, o comunque indifferenti, gli indici ai quali in un recente passato si era invece data tanta importanza da determinare la spaccatura del fronte sindacale… Più marcate invece, almeno sul piano formale, le differenze della piattaforma presentata dalla Fistel-Cisl, che dedica qualche riga in più al secondo livello di contrattazione e che, soprattutto non ha ritenuto opportuno quantificare la richiesta economica, limitandosi a richiamare quanto definito nelle intese del 22 gennaio scorso; ma, come vedremo subito, per i contenuti normativi non si discosta sostanzialmente dalle altre due federazioni.

2. Prima di dedicare qualche prudente riflessione sul significato di questa situazione, nella quale le convergenze tra le organizzazioni di categoria sembrano proporre schemi di alleanza diversi da quelli confederali – cercando peraltro di evitare di attribuire un valore eccessivo ad una scelta che potrebbe essere semplicemente frutto di una contingenza o di una “tradizione locale” – è opportuno riservare un po’ di spazio al contenuto specifico delle richieste che riguardano la parte normativa del contratto e che, come si è detto, sembrano essere comuni alle tre organizzazioni sindacali del settore delle telecomunicazioni, salvo taluni aspetti dei quali sarebbe sbagliato sottovalutare l’importanza.
In tema di relazioni sindacali concorde è la richiesta di far funzionare gli strumenti di partecipazione già presenti nel contratto collettivo nazionale di lavoro – Osservatorio nazionale, Commissione pari opportunità, Commissione nazionale ambiente e sicurezza, Procedure di informazione in sede nazionale, territoriale aziendale – e di costituire un nuovo Organismo bilaterale per la formazione professionale. E lo stesso vale per la proposta di costituire un Fondo sanitario integrativo a livello di settore, per estendere tale forma di tutela oltre la platea dei lavoratori che già oggi beneficiano di Fondi costituiti a livello di Gruppo o aziendale.
Sul tema del “mercato del lavoro” concorde è il riconoscimento che la flessibilizzazione non è la soluzione ai problemi esistenti e viene richiesta da tutti, seppure con diversità di accenti, l’attuazione delle intese contenute nell’Avviso comune del 10 aprile 2008 tra sindacati confederali e Confindustria.
Qualche differenza in più, ma che comunque non va oltre il limite della diversa accentuazione, si può individuare sotto la voce “clausole sociali”: comune è la richiesta di protezione per i lavoratori in caso di cessioni di ramo d’azienda; ma mentre Slc e Uilcom chiedono più esplicitamente una normativa che garantisca la continuità dell’occupazione per i lavoratori delle imprese appaltatrici in caso di successione nei contratti, la Fistel pone in maggiore evidenza l’esigenza che negli appalti non siano consentite gare al massimo ribasso e che gli appaltatori siano realmente vincolati al rispetto delle norme di legge e di contratto.
Tutti d’accordo in tema di professionalità, e per tutte e tre le organizzazioni le richieste in merito ai livelli di inquadramento si possono così riassumere: completamento delle definizioni inquadramentali dei lavoratori al 4° e 5° livello; la possibilità di accesso al 6° livello e il riconoscimento del profilo operativo per il 6° e il 7° livello opportunamente differenziati dai medesimi livelli con funzioni di coordinamento; riduzione da 48 a 36 mesi del periodo necessario per lo “scorrimento” tra un livello e l’altro.
Poche differenze si colgono anche in tema di Banca ore (da istituire), di ferie (la richiesta è di ridurre i termini per la maturazione di un giorno in più), di formazione (da promuovere) e di permessi per esami (da incrementare).
Insomma, l’impressione è che le tre Federazioni si siano confrontate e abbiano individuato significativi punti di convergenza, anche se poi hanno deciso di procedere separatamente.


3. Veniamo ora alle posizioni espresse in merito alla parte salariale ed alle norme che dovranno presiedere al regolare svolgimento del rinnovo dei contratti. Si tratta, come noto, della materia sulla quale si è celebrata la spaccatura fra le tre Confederazioni, e da essa dovrebbe derivare –  secondo le apocalittiche previsioni di Epifani, formulate al termine di un’audizione alla Camera che non aveva evidentemente giovato al suo umore –  un grande disordine sotto il cielo delle relazioni contrattuali, un caos destinato a crescere, l’entropia dello stesso modello destinata ad esplodere, insomma si sarebbe creata settore per settore, a seconda dei rapporti di forza, una piccola giungla… (sul punto si legga l’editoriale «La giungla è lontana» di Massimo Mascini, pubblicato su questo sito il 27 febbraio).
Certo, le piattaforme per il rinnovo del contratto delle telecomunicazioni sono state presentate prima che il clima delle relazioni industriali ai livelli maggiormente esposti all’influenza della dinamica politica si inasprisse ulteriormente e prendesse la piega che in questi giorni ha preso, ma certamente sono state presentate quando ormai non vi erano più dubbi in merito alla firma (e alla mancata firma) dell’intesa del 22 gennaio, ed è quindi lecito guardare ad esse per cercare di ricavarne indicazioni utili a capire quale sarà il comportamento che in concreto verrà assunto nel corso dei rinnovi contrattuali.
Più che legittima quindi l’attenzione particolare dedicata, con questo obiettivo, alla piattaforma della Slc-Cgil. In essa si legge, a nostro avviso, una particolare “prudenza”, che si coglie – oltre che, come già detto, nelle richieste relative alla parte normativa – nei precisi riferimenti ai contenuti della posizione comune definita dai sindacati confederali in avvio della discussione con Confindustria sulla riforma del sistema contrattuale.
Il sindacato dei lavoratori della comunicazione della Cgil nella sua piattaforma ribadisce le linee di riforma del modello contrattuale già allora individuate in tema di articolazione della contrattazione collettiva su due livelli e circa la durata triennale del contratto nazionale di categoria sia per la parte economica che per la parte normativa. Conferma le regole di “tregua sindacale”, già contenute nel contratto nazionale di settore, al fine di consentire un regolare svolgimento del negoziato e il principio della non ripetitività, riservando al contratto nazionale l’individuazione della materie delegate al secondo livello di contrattazione. In tema di incrementi salariali si richiama al concetto di inflazione realmente prevedibile (formula con la quale si aprì la trattativa con Confindustria e i cui esiti sono ben noti) e, dopo una richiamo all’inattendibilità delle previsioni governative e al venir meno delle sessioni di politica dei redditi (che avrebbero dovuto, si legge tra parentesi, ridurre prezzi e tariffe e gestire la leva fiscale a favore dei lavoratori dipendenti e dei pensionati) che hanno indotto alla ricerca di strumenti creativi e alternativi agli accordi in essere, si passa alla richiesta dei già citati 175 euro da corrispondere a partire dalla data di scadenza del vecchio contratto, superando così la concezione di “vacanza contrattuale”. Infine, si chiede il riconoscimento di un incremento dei minimi contrattuali definito “elemento di garanzia” per tutti i lavoratori che non usufruiscono della contrattazione di secondo livello.
Se una sola categoria, quale quella delle comunicazioni, potesse fungere da “indicatore” per prevedere cosa accadrà al tavolo delle trattative in una situazione come quella attuale in cui il principale sindacato non ha firmato (e ha annunciato che non firmerà) gli accordi “separati” sulla riforma contrattuale – ma sappiamo che si tratta di una base troppo esile per fare delle previsioni – sarebbe lecito aspettarsi che la discussione in sede di rinnovo di contratto di settore possa dover riprendere dal punto di avvio delle trattative confederali, ovvero da posizioni “costruite” prendendo da più parti (incluse le intese “separate”) quello che piace di più: “no”, per esempio, al nuovo indice previsionale applicato ad un valore retributivo predefinito e “si” al recupero degli scostamenti entro la vigenza contrattuale. Certo, non è detto che gli altri attori si prestino ad assecondare questo atteggiamento (come sembra aver fatto, almeno in parte, la Uilcom, apparentemente più preoccupata di lasciare Slc-Cgil da sola piuttosto che di uniformarsi agli schieramenti confederali). E poi una parte in commedia, e di non secondario rilievo – spetterà all’associazione datoriale delle telecomunicazioni e alla stessa Confindustria, che non è detto siano disponibili ad accettare un bis in idem proprio sulle regole contrattuali. Potrebbe essere questo l’humus fertile per far nascere la piccola giungla di cui parla Epifani?


4. Veniamo ora alla “differenze” più rilevanti della piattaforma Fistel-Cisl. E’ l’unica in cui figura un esplicito richiamo al documento “linee guida per la riforma della contrattazione collettiva” emerso dal confronto tra le Organizzazioni sindacali e le Associazioni Imprenditoriali, e dal quale discendono le seguenti richieste: durata triennale per la parte economica e normativa e anche per il secondo livello di contrattazione; assunzione dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA) per la definizione dell’incremento retributivo nel triennio; calcolo del differenziale di inflazione 2007-2008 da effettuarsi tra inflazione prevista e inflazione effettivamente registrata; decorrenza degli incrementi 1° gennaio 2009 ovvero dalla scadenza del contratto di cui si apre il rinnovo; elemento retributivo di garanzia per chi non ha il secondo livello di contrattazione.
E fin qui niente di originale – eccezion fatta per la mancata quantificazione delle richieste economiche –  né di specificamente riferito al contratto di settore. L’unica significativa differenza rispetto alla Uilcom, e ovviamente alla Slc-Cgil, è l’ipotesi – si tratta, per la precisione, di un “ad esempio” contenuto nel testo della piattaforma – di definizione delle materie oggetto di contrattazione al 2° livello: ristrutturazioni aziendali o modifiche dei modelli organizzativi che abbiano riflessi sui livelli occupazionali, sugli orari di lavoro, sulle prestazioni, sulle professionalità; accordi sui progetti di formazione e riqualificazione professionale e conseguenti eventuali riflessi sulla professionalità dei lavoratori; problematiche relative a infortuni sul lavoro, malattie professionali, ambiente e sicurezza. Materie che, a prima vista, bene si prestano ad una trattazione al secondo livello di contrattazione e che rispecchiano quanto già oggi avviene in alcune grandi imprese del settore. C’è poi un richiamo, d’obbligo, agli accordi di produttività ed ai benefici riconosciuti dal Governo per il secondo livello contrattuale.
Va segnalato comunque che, almeno per la Cgil, si tratta di differenze di un qualche rilievo, dal momento che la Slc-Cgil ha ritenuto di pubblicare sul suo sito un comunicato ai lavoratori (3 febbraio 2009) in cui si dice chiaramente che una piattaforma che non dice la cifra, che permette di derogare al ccnl su materie come l’orario, l’inquadramento ecc. è una piattaforma che non aiuta i lavoratori. E, in effetti, la derogabilità del contratto nazionale è uno dei punti di dissenso sostanziale della Cgil rispetto alla Cisl su un piano più generale di politica sindacale.
Niente di nuovo e di così sorprendente che in fase di presentazione delle piattaforme, in una situazione di effettivo pluralismo sindacale, vi sia almeno un minimo di concorrenzialità e di distintività nelle proposte. Ma siamo ancora in un ambito di normalità, e niente almeno per ora sembra autorizzare previsioni di disordine e di caos; tali previsioni sono state tuttavia autorevolmente formulate, e questo dovrebbe indurre a non confidare eccessivamente, come pure mi piacerebbe, sulla intrinseca bontà e sull’innato buon senso degli attori delle relazioni sindacali di settore.


5. Insomma, l’impressione è che le tre Organizzazioni si siano confrontate e abbiano individuato convergenze abbastanza ampie sul piano delle richieste più squisitamente settoriali, ma anche taluni punti di dissenso, forse derivanti dalle diverse politiche delle Confederazioni di appartenenza. Certo è che hanno deciso di presentarsi all’avvio delle trattative con i contenuti e nello schieramento che hanno ritenuto più utile. La situazione sembrerebbe autorizzare una lettura in chiave ottimistica se non sul piano generale, certamente nel più ristretto ma comunque significativo ambito settoriale: parrebbe cioè che le relazioni industriali del settore telecomunicazioni possano svolgersi, pur in un quadro contraddistinto da diverse specifiche caratterizzazioni, in un clima più costruttivo, di buon senso e responsabilità, diversamente da quanto sta accadendo a livello confederale. Ce lo auguriamo, ma non è detto che gli auspici si traducano in realtà.
Infatti nulla sappiamo dell’atteggiamento che assumeranno le controparti datoriali, come valuteranno le richieste delle organizzazioni sindacali (175 euro in tre anni, in una situazione di difficoltà delle imprese del settore e a fronte di un aumento di 94 euro nello scorso biennio, saranno certamente oggetto di attenta considerazione). Certo non mancherà un prudente apprezzamento delle conseguenze di decisioni assunte senza la Cgil o, addirittura, con la Cgil “contro”, che non è poi esattamente la stessa cosa. Ma allo stato non ci sono elementi per prevedere se a livello di settore la Cgil vorrà davvero compiere la scelta di non escludersi o non farsi escludere dalla fase del rinnovo contrattuale.
Sulle scelte che verranno fatte in termini di tattica e di strategia negoziale peserà ovviamente l’esito, nel senso dei contenuti e non solo del numero delle firme, delle intese attuative dalla riforma della contrattazione collettiva del 22 gennaio (la cui portata “storica” al momento sembra avere più il senso di un progetto gettato nel divenire piuttosto che quella di un patto costitutivo o fondante di nuove relazioni industriali per il bene del Paese). Per ora gli attori si muovono in uno scenario che non è poi tanto diverso da quello determinatosi da quando si era cessato di dar corso alle sessioni di politica dei redditi ed il riferimento all’inflazione programmata aveva perso il diritto di esclusiva divenendo solo uno degli elementi considerati, insieme ad altri, per il rinnovo dei contratti. Ma nel momento in cui le “specifiche intese” daranno un contenuto meno programmatico agli accordi sottoscritti tra Governo e “parti sociali firmatarie” dell’accordo del 22 gennaio 2009, allora le possibili opzioni per la conduzione dei rinnovi dei contratti si definiranno e la Cgil, settore per settore, sarà “costretta” a chiarire la sua posizione.  E a quel punto di vedrà quanto contano nelle relazioni industriali la consapevolezza della propria e della altrui forza, e la capacità di trovare accordi che non costringano l’altro a dispiegarla.

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