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Home - Approfondimenti - Analisi - L’intransigenza di D’Amato

L’intransigenza di D’Amato

di Domenico Paparella
22 Aprile 2002
in Analisi

Domenico Paparella – DirettoreCesos

 Il pennacchio dell’articolo 18 sventola sull’assemblea della Confindustria a Parma. Segnala l’unico risultato, peraltro virtuale, della nuova presidenza di Confindustria.  Nell’assemblea di Parma dell’anno scorso D’Amato aveva rilanciato una concezione proprietaria dell’impresa e proposto un salto di qualità dell’azione della sua organizzazione: spostare l’asse politico, dal dialogo sociale diretto con le controparti ad un’azione sul terreno politico potenziando la funzione di lobby nei confronti del governo, delle istituzioni locali e comunitarie.
L’analisi offerta quest anno da D’Amato, che addebita al governo le responsabilità dei ritardi nella realizzazione delle riforme strutturali, è consolatoria ed elude un’analisi autocritica sulle scelte strategiche di Confindustria. Se il bilancio è deludente, quasi fallimentare, come ampiamente dimostra la vicenda del lavoro nero, per la soluzione del quale si è preferito l intervento dei sindaci alla collaborazione del sindacato, non basta prendersela con il governo. Anzi, aver riposto tutte le proprie aspettative sull’azione del governo costituisce l’errore fondamentale della strategia di Confindustria.  L’articolo 18 non solo divide il Paese ma ha ridotto l’area dell’ opinione pubblica e di quella politica sensibile alle ragioni dell’impresa.
D’Amato aveva ricevuto in dote un patrimonio di fiducia con le organizzazioni sindacali più orientate ad una prospettiva di dialogo. Questa fiducia aveva consentito di realizzare  la trasposizione della direttiva sui contratti di lavoro a tempo determinato senza la Cgil. La dote comprendeva anche dieci anni di sostanziale pace sociale ed una politica dei redditi che ha accresciuto il peso delle imprese nella ripartizione della ricchezza prodotta.  La rinuncia ad un ruolo autonomo nel dialogo sociale ha reso subalterna la Confindustria alle esigenze tattiche e strategiche del governo. Lo scontro sull’articolo 18 lo dimostra. La Cgil, in crisi di progettualità ed isolata dalle altre confederazioni, aveva trovato nell’assalto organizzato al partito dei Ds la misura della sua perdita di centralità.  Grazie al pennacchio dell’articolo 18 Sergio Cofferati si ritrova a capo di Izquierda unida , ha virtualmente commissariato  i Ds ed ha ridotto lo spazio alle forze riformiste della Margherita.
Sergio Cofferati aveva considerato per tutti questi mesi l’unità d’azione con Cisl e Uil un vincolo e non una risorsa. A questa scelta Cisl e Uil avevano risposto con coraggio, rifiutando il condizionamento dell unità d azione come esercizio di un diritto di veto alle autonome scelte di ciascuna organizzazione. Il governo Berlusconi, volenteroso sostenitore di Cofferati, dopo la manifestazione del 23 marzo gli ha offerto anche l’occasione di uno sciopero generale unitario. L’interesse del governo ad utilizzare il conflitto sociale per ristrutturare il quadro politico in modo da creare le condizioni di un centro sinistra egemonizzato da Cofferati su posizioni movimentiste per ridurne la competitività verso l’elettorato moderato è comprensibile. Non è certo se questo esito, tutto politico, è anche nell’interesse delle imprese.
L uso del conflitto come forma di modernizzazione del sistema di relazioni industriali e il ricorso, da parte del governo, all’intervento legislativo unilaterale per cambiare le regole del lavoro sono carichi di incognite.
Consentire lo stabilirsi di un precedente di invadenza della legge nella regolazione del lavoro decisa in via unilaterale potrà un giorno giocare contro le imprese. La stessa deriva conflittuale non potrà non riproporsi nella contrattazione collettiva a livello nazionale ed aziendale. La sintonia elettorale con i partiti di centro destra della maggioranza degli imprenditori non può essere confusa con le esigenze di crescita di competitività del sistema. Questa, come la storia dei paesi europei dimostra, può essere assicurata, nel lungo termine, solo dall’affermarsi di un clima di cooperazione sociale fondato sulla fiducia e sulla responsabilità delle parti.
Gli imprenditori europei hanno compiuto scelte significativamente diverse da quelle di D’Amato. In Francia, per non parlare della Spagna, gli imprenditori hanno realizzato un vero e proprio patto strategico con i sindacati per potenziare la loro capacità di influenza sul sistema politico.
Le ragioni della crescita di competitività delle imprese, condivise con le organizzazioni sindacali, sono diventate esigenze del Paese e con queste il sistema politico sta facendo i conti nel corso di questa campagna elettorale. Imprese e sindacato sono riuscite ad esprimere indirizzi comuni su temi delicati come quello della riforma del sistema pensionistico e della difesa dalle ingerenze governative nella gestione dei fondi.
A livello europeo Confindustria si trova ad essere isolata rispetto alle linee contenute nella dichiarazione congiunta che l’organizzazione degli imprenditori ha sottoscritto con la Ces in occasione della conferenza di Laarken. Nel documento è stato ridefinito il ruolo delle parti sociali nell’assicurare la governance del sistema europeo, viene introdotta una chiara distinzione tra dialogo sociale bipartito e concertazione sociale che chiama in causa la commissione e i governi a discutere le proprie scelte economiche e sociali, viene avanzata la proposta di istituire un nuovo Comitato permanente di concertazione sociale e, aspetto più significativo, viene varato un programma comune su aspetti fondamentali della regolazione del lavoro da sviluppare con il metodo del dialogo sociale ovvero del negoziato diretto tra le parti.
Si tratta di un documento di grande attualità che fa giustizia di un dibattito provinciale – alimentato anche da esponenti del governo – sulla crisi (supposta) della concertazione sociale e propone un ruolo delle organizzazioni imprenditoriali a livello europeo ben lontano dalla subalterna logica lobbistica nella quale D’Amato ha fin qui collocato il ruolo sociale degli imprenditori. Confindustria ha perso autonomia e peso sociale, si è ridotta a  svolgere un ruolo di ‘sollecitatore semplice’ del governo.  La scelta che dopo Parma il presidente D’Amato ha di fronte è molto secca: continuare una politica di sudditanza strategica al governo oppure  ripristinare l’autonoma  sovranità della sua organizzazione sui temi della modernizzazione e della regolazione del lavoro fondandola sulla responsabilità sociale delle parti.
Il terreno di scontro sociale scelto dal governo è quello dell’indebolimento del sindacato. I risultati fin qui raccolti testimoniano il rafforzamento delle componenti sindacali più radicali e la riduzione dello spazio per chi crede nella prospettiva della collaborazione tra imprese e lavoratori. La scorciatoia conflittuale pagherà (forse) sul piano elettorale per i partiti di governo ma con certezza  riduce il consenso al cambiamento nelle imprese e finirà per intaccarne la governabilità e la competitività. La Confindustria torni ad assumersi responsabilità in prima persona; faccia il suo mestiere di rappresentanza di quegli interessi legittimi e vitali per il Paese che per affermarsi hanno bisogno del consenso di chi nelle imprese lavora.  Rientra nelle sue responsabilità formulare una piattaforma negoziale, che è cosa diversa dalla piattaforma elettorale offerta l anno passato al candidato Silvio Berlusconi, in grado di portare alla modernizzazione della regolazione del lavoro aprendo un confronto diretto con il sindacato. Sottragga agli umori del leader leghista i destini del sistema di relazioni industriali.
L’Europa competitiva e coesa che i costituendi stanno definendo si fonda sulla responsabilità diretta degli attori sociali. A questa prospettiva Confindustria non può sottrarsi facendo prevalere interessi politici di schieramento che si alimentano di una logica di rivincita sociale:  lasci i pennacchi a chi di pennacchi fa una ragione di vita.

 

 

Domenico Paparella

Domenico Paparella

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