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Home - Blog - AMARCORD- Il dolore di dirsi addio: quei 28 anni in Cgil chiusi in pochi mesi

AMARCORD- Il dolore di dirsi addio: quei 28 anni in Cgil chiusi in pochi mesi

di Giuliano Cazzola
21 Luglio 2017
in Blog

Io sono fatto così. C’è chi si rovina col gioco, chi con le Olgettine, chi muore alcolizzato (un’amara sorte che toccò anche ad un segretario della Cgil). Io mi innamoro dei Governi rigorosi. Più volte ho messo in gioco delle brillanti carriere sindacali e politiche per sostenere esecutivi connotati da un piglio severo. Alla fine del 2012 è successo col Governo Monti. Quando il Pdl smise di votare la fiducia, io continuai a farlo pressoché in solitudine, passando addirittura al gruppo misto della Camera. Poi accettai la proposta di Mario Monti di  candidarmi al Senato per Scelta civica, in una posizione (terzo in lista in Emilia Romagna) priva di prospettive.

Ma il mio primo ‘’innamoramento’’ fu per il Governo Amato del 1992 (sul quale ho pubblicato alcuni anni dopo persino un libro rievocativo di quell’esperienza, dal titolo ‘’Il BeneAmato’’).  In questo modo, però, consumai rapidamente  gli ultimi scampoli della reciproca tollerabilità tra me e la Cgil. In sostanza, condividevo pubblicamente l’azione del Governo contro il quale la mia organizzazione scioperava. Ad un certo punto fui persino tentato di affidare il mio disagio ad una lunga lettera da pubblicare su Rassegna sindacale (il cui direttore mostrò a Bruno Trentin, ottenendone l’imprimatur). Poi, per fortuna, la ritirai all’ultimo momento. Scrissi, però, un articolo per Il Sole-24 Ore, in cui mi esprimevo contro gli scioperi. All’indomani, lo stesso giornale pubblicò una lettera di un dirigente di Modena che, giustamente, mi invitava a togliere il disturbo. Ma il vaso della sopportazione traboccò quando rilasciai alcune interviste (su La Stampa e Il Resto del Carlino) favorevoli (sono rimasto di quell’opinione) ad un progetto di riforma sanitaria ipotizzato dal Governo (in senso nettamente competitivo), che, a sinistra, veniva descritto come affossatore del Servizio sanitario nazionale. Purtroppo, adesso quelle idee circolano più liberamente di allora. Ma quando l’odiato ministro Francesco De Lorenzo dichiarò in televisione che importanti sindacalisti – tra cui Giuliano Cazzola –  condividevano le sue proposte, in Cgil videro rosso.

In una riunione del Comitato direttivo, 25 autorevoli dirigenti presentarono un ordine del giorno che sconfessava il mio operato. Io fui lasciato solo. Non mollai di un passo, anche se questo significava andare incontro ad un voto di sfiducia personale. All’ultimo momento Trentin fece una mediazione che mi consentì di salvare la faccia. Ma ormai le campane avevano suonato a morto.

Quando Giorgio Benvenuto, che aveva sostituito Bettino Craxi al vertice di un Psi ormai moribondo,  mi chiese di entrare a far parte della sua segreteria, compresi che era l’unico modo per uscire di scena onorevolmente. Non era neppure garantito lo stipendio, che la Cgil  si impegnò a pagarmi. In verità, la permanenza in via del Corso fu tanto breve da non riuscire a completare neppure il passaggio amministrativo. Alcuni mesi prima, mi era stato proposto di fare il vice-sindaco della mia città. La cosa sembrava fatta, quando si misero di traverso – destino cinico e baro – i socialisti bolognesi, che, ironia della sorte, pur essendo con un piede nella tomba, avevano ancora nove seggi in Consiglio comunale ed erano determinanti.

Enrico Boselli stesso (allora presidente della Regione) minacciò rappresaglie se Renzo Imbeni, sindaco uscente, avesse insistito per affiancarmi al giovane neo-sindaco Walter Vitali. Al che fu molto apprezzato – nessuno è profeta in patria – un mio gesto di rinuncia (ho avuto comunque la soddisfazione tanti anni dopo di incontrare il compagno che allora era segretario della Federazione, il quale mi disse che il mio impegno in Comune avrebbe cambiato la storia –triste-  del partito in città. Ovviamente esagerava). Ma quella disperata opportunità offerta da Giorgio Benvenuto non potevo lasciarla cadere. Del resto, nessuno poteva pensare che la crisi del partito sarebbe stata tanto accelerata. Poche settimane dopo, invece, rientrai  in Cgil: come dipendente, su mia precisa richiesta,  della casa editrice Ediesse. Non mi sembrava il caso di fare il parroco (nell’apparato) dopo essere stato Cardinale. La  mia esperienza di dirigente sindacale finì, tuttavia, in quei primi mesi del 1993.

Quando ebbi notizia da una telefonata di Benvenuto (la sua proposta era passata), mi trovavo a casa, a Roma, di fronte alla breccia di Porta Pia. Uscii per andare al lavoro in Corso d’Italia. Il tragitto era tanto breve (a Roma ho avuto sempre il privilegio di abitare vicino al posto di lavoro, al punto di poter rinunciare, uno tra i pochi italiani – all’automobile) e lo percorrevo sempre a piedi. Quel pomeriggio, mentre facevo il solito percorso degli ultimi sei anni, mi misi a piangere per strada, non riuscivo a trattenere le lacrime. E non sapevo come fare, perché non era bello che un signore tarchiato di 52 anni fornisse tale spettacolo di sé.

Per fortuna, incontrai Aldo Tassi, uno degli autisti della Cgil, il solito che mi accompagnava quando facevo qualche trasferta in auto. Aveva saputo (ne avevano parlato le agenzie) che me ne sarei andato. Parlando con lui il magone rientrò. Erano trascorsi esattamente ventotto anni da quando, giovane di balde speranze, mi ero presentato alla Fiom nell’ammezzato di via Marconi 67/2 di Bologna, per prendere possesso del mio tavolo. Peppino Bolognesi, seduto di fronte a me, aveva grugnito un cenno di saluto.

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista

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