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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Una vertenza cerniera

Una vertenza cerniera

di Massimo Mascini
14 Dicembre 2020
in L'Editoriale

Quarant’anni fa, praticamente in questi giorni, si svolse la famosa vertenza Fiat, quella della marcia dei quarantamila per le strade di Torino. Famosa perché se ne parlò tantissimo per tanti anni, dato che era stato un vero punto di svolta delle relazioni industriali. Per noi oggi tornare su quella vicenda con le interviste che abbiamo fatto a Enzo Mattina e Giuseppe Gherzi, ma anche con il blog di Fabrizio Tola, è stato un po’ rivivere quella vicenda e forse ripercorrere la storia di quei 35 giorni può aiutarci a capire in che guai si trovano le relazioni industriali ai nostri giorni. Dicevamo che fu una vertenza cerniera, perché segnò il passaggio da una fase a un’altra, del tutto differente. Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo fare però un altro passo indietro, di dieci anni, all’autunno caldo del 1969. Anche in quell’occasione erano stati i metalmeccanici i protagonisti, assieme però a tutte le categorie dell’industria. Che vinsero su tutta la linea, e infatti il sindacato conquistò un potere egemone, per anni chiese e le imprese non potevano far altro che concedere quanto veniva chiesto.

Rimase famosa un’intervista che rilasciò nel 1971 Giuseppe Glisenti al settimanale Il mondo. Glisenti era il responsabile delle relazioni industriali dell’Iri e in quanto tale il presidente dell’Intersind, l’associazione delle aziende Iri, Efin ed Egam, tutte imprese a partecipazione statale. Glisenti, che pure era sinceramente per il dialogo con il sindacato, per la ricerca continua di un accordo, in quell’occasione si lasciò andare e a un grande giornalista come Federico Bugno raccontò cosa stava accadendo. Per capire questo passaggio basta ricordare il titolo di quell’intervista: La sfida che spacca le aziende. Perché questo stava accadendo, le aziende non riuscivano a reggere il passo a causa delle continue rivendicazioni del sindacato, il costo del lavoro cresceva a dismisura, non si faceva niente senza chiedere prima ai sindacati. Glisenti cercò con quell’intervista di reagire, di porre un freno allo strapotere del sindacato, ma non ebbe successo. Tra imprese e sindacato non c’era dialogo. Ci provò ancora nel 1972 il presidente di Confindustria, Renato Lombardi, chiedendo un’intesa a tratto generale, ma dopo pochi incontri il sindacato lasciò cadere, di accordo non voleva sentir parlare, non gli interessava.

A un’intesa si arrivò solo nel 1975, quando era presiedente di Confindustria Gianni Agnelli, figura prestigiosa, che peraltro portò il sindacato all’accordo solo perché accettò senza troppo discutere il valore unico del punto della scala mobile. In pratica accettò che al crescere dell’inflazione i salari per via della scala mobile uguale per tutti, non più in percentuale, crescessero della stessa cifra. Un accordo rovinoso perché l’inflazione era altissima e questi aumenti uguali per tutti ridussero in maniera sproporzionata la distanza che esisteva tra i salari delle diverse categorie di lavoratori. Ma tant’era, altro non si poteva fare, continuava a comandare il sindacato. Poi, quasi d’improvviso, arrivò la vertenza Fiat, al termine della quale il sindacato fu sonoramente battuto, costretto a un accordo che non volevano e del quale i lavoratori lo rimproverarono a lungo. Ma perché in soli cinque anni era cambiato tutto? Perché le relazioni industriali allora presero un’altra strada?

Le spiegazioni sono state tante e anche nelle due interviste e nel blog sul nostro giornale ne vengono indicate più d’una. C’è da dire che prima della vertenza dei 35 giorni, dall’inizio di settembre alla metà di ottobre, c’erano stati due avvertimenti, chiarissimi, ma allora non furono capiti a fondo. Il primo nel settembre del 1979, la vertenza dei cabinisti. Questi cabinisti erano dei Lavoratori del reparto verniciatura a Mirafiori che lavoravano in un ambiente malsano, tanto è vero che erano previste delle pause consistenti, dieci minuti ogni ora. Ma la Fiat aveva modificato le macchine, adesso tutto si svolgeva in un ambiente chiuso e i lavoratori restavano fuori. Così l’azienda eliminò d’imperio quei riposi, non più indispensabili. Ci furono delle reazioni sindacali, ma poi la cosa finì lì. Un segnale che il sindacato non era invincibile. Dopo due mesi la vicenda dei 61 violenti, sempre alla Fiat. L’azienda improvvisamente licenziò 61 persone accusandole di comportamento violento. Non era un’accusa di poco, quelli erano gli anni del terrorismo, non si scherzava. Anche in questo caso il sindacato protestò, ci fu un grande dibattito, alla fine però i licenziamenti rimasero. Un altro segnale che il sindacato cominciava a perdere colpi.

E poi i 35 giorni. La Fiat era in difficoltà, si parlava di mettere fuori produzione 12 o 13mila persone. Erano tanti, ma il sindacato sapeva che l’azienda era in crisi, voleva discutere, indicare chi doveva essere colpito dal provvedimento, cercare una rotazione tra tutti i lavoratori per attutire il colpo. Invece la Fiat mostrò il volto più intransigente, resistette a tutte le pressioni, che furono tantissime e potenti, alla fine spiazzò il sindacato dividendo i lavoratori perché invece di licenziare 13 mila persone ne mise 24mila in cassa integrazione per 18 mesi a zero ore, azione durissima, ma soprattutto pubblicò i nomi delle persone colpite dal provvedimento. Automaticamente tutti gli altri, 125mila, tirarono un sospiro di sollievo e in qualche modo tirarono i remi in barca. Ma non fu solo questo, perché la città, Torino, cominciava a non poterne più della battaglia in corso. I sindacati non avevano occupato la fabbrica, ma avevano proclamato lo sciopero generale e avevano bloccato i cancelli di Mirafiori. Nessuno entrava a lavorare, ma le pressioni erano tante e il clima diventava difficile. La svolta venne una mattina quando i capi squadra si riunirono in un teatro della città e poi sfilarono per le vie di Torino. Non erano solo i capi a sfilare, c’erano tantissimi lavoratori, impiegati e operai, e c’era la gente comune, tutti quelli che erano stanchi del braccio di forza. Dissero che erano 40mila, magari erano meno, ma non era quello che importava. Il punto era che il sindacato non aveva la città alle spalle, non gestiva più la vertenza. Enzo Mattina e Gherzi hanno confermato, dai loro due diversi punti di vista, questo stato di cose.

A indebolire il sindacato fu soprattutto l’abitudine a vincere, per cui si chiedeva e si chiedeva senza pensare più di tanto alle conseguenze. Ne fa fede l’accoglienza che solo due anni prima, nel 1978, ebbe il piano Pandolfi, un tentativo del governo in carica di conciliare le esigenze del sindacato con quelle dell’economia. Era un piano sensato, i sacrifici chiesti ai lavoratori, un blocco dei salari per tre anni, erano compensato da benefici fiscali consistenti, per cui tutto diventava possibile. Ma il sindacato bocciò il piano e anche Pandolfi, e non se ne fece più nulla. Ma andare avanti così non era possibile. L’Italia aveva aderito allo Sme, il sistema economico europeo che costringeva a maggiore attenzione, le svalutazioni della lira di una volta non erano più possibili come prima.

E poi era cambiato il clima politico. L’avvicinamento del Pci alla maggioranza di governo, che stava diventando una realtà, aveva avuto un brusco freno perché non c’erano più le convergenze di una volta. La Dc aveva stretto un patto con i socialisti di Bettino Craxi ed era nato il Caf, qualcuno se lo ricorda, il patto tra Forlani, Craxi e Andreotti. Il Pci, con la svolta di Salerno, si era messo fuori gioco, e cercava in qualche modo di ribadire la sua forza nella gestione dei temi sociali. Aveva cercato un paio d’anni prima di imporre ai sindacati una linea di moderazione, passata come la svolta dell’Eur, lanciata con grande rumore da Luciano Lama. Ma la Cisl non aveva risposto come la Cgil si aspettava e l’iniziativa era naufragata.

Parallelamente si era rafforzata la Confindustria, che, dieci anni dopo il documento Pirelli, che nel 1969 aveva determinato una rivoluzione dei poteri dentro la confederazione, cominciava ad avere un suo equilibrio. In realtà Confindustria non entrò nel gioco della vertenza Fiat, il suo nuovo presidente Vittorio Merloni se ne tenne lontano. Ma era chiaro che gli equilibri determinati dall’autunno caldo erano cambiati. E infatti da quell’anno ritornò il dialogo tra le parti sociali, furono gli anni delle grandi battaglie e dei grandi accordi per la scala mobile. Le relazioni industriali avevano voltato pagina. Una chiara indicazione di alcune regole di buon senso da non dimenticare per il buon andamento delle relazioni industriali. Primo, non si deve mai stravincere, sempre tener conto degli interessi dell’altra parte, anche se al momento è soccombente. Secondo, è necessario tener nel debito conto le reazioni della società, perché il sindacato e le impese prendono in autonomia le loro decisioni, ma non si può non tener conto del contesto nel quale si vive. Terzo, e più importante, occorrono le giuste alleanze tra impresa, sindacato e politica, altrimenti si costruisce sulla sabbia.

Massimo Mascini

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