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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Un Primo Maggio diverso dal solito

Un Primo Maggio diverso dal solito

di Massimo Mascini
2 Maggio 2020
in L'Editoriale

Sarà, naturalmente, un primo maggio diverso dal solito. Niente comizi, niente concertone a Roma, niente gita fuori porta, niente fave e pecorino. Ma sarà lo stesso una festa, molto sentita. Perché la ricorrenza è forte e la voglia di partecipare grandissima, come ha dimostrato già la ricorrenza della Liberazione la settimana passata, tutti in balcone a cantare Bella ciao. Ma sarà sentita tanto anche perché è grande l’attenzione che tutti noi prestiamo al tema del lavoro. Il danno che la pandemia e il lockdown porteranno all’occupazione sarà fortissimo. Per il momento poco o nulla è cambiato perché il blocco dei licenziamenti e la chiusura della produzione in tanti settori ha ibernato la situazione. Ma appena le cose torneranno a girare sarà chiara l’entità del danno ricevuto. Le stime del resto parlano chiaro, il Pil potrebbe calare dell’8, forse del 9% e mancheranno all’appello almeno 500mila posti di lavoro. Una botta durissima, perché la doppia crisi innescata nel 2008 aveva causato la perdita di un milione di posti di lavoro e buona parte di questi nei successivi dodici anni non era stata ancora recuperata. Adesso che cominciavamo a sperare in una nuova primavera, affrontare il dopo virus sarà impresa difficile.

E il lavoro non sarà più lo stesso. L’organizzazione del lavoro cambierà notevolmente, per mantenere le distanze tra i lavoratori, per abituarsi alle mascherine, ai cambi di turno, di orari. La ripartenza richiederà un surplus di attenzione e di disponibilità al cambiamento per abituarsi alle novità. Che non saranno però tutte negative. Perché alcune delle cose nuove venute in queste settimane resteranno e cambieranno positivamente la nostra vita. Una di queste sarà lo smart working. Prima della pandemia era una cosa riservata ad alcune grandi aziende che avevano cominciato a sperimentarla e, a detta di tutti, si erano trovate abbastanza bene. Adesso questa pratica è, ovviamente, dilagata. La sola Tim, che occupa 45.500 persone, ne ha messe in smart working ben 32mila, un numero immenso.

C’è da dire che quello sperimentato in queste settimane non è lo smart working classico, perché questo prevede che si lavori fuori ufficio, non necessariamente a casa, anche perché restare nella propria abitazione comporta, specie per le donne, un aggravio di competenze che possono anche risultare eccessive. Con il metodo classico si può lavorare da casa, ma anche presso i clienti della propria azienda o in centro di coworking appositamente costituito. Comunque sia, questa innovazione resterà a lungo a caratterizzare il lavoro impiegatizio.

E sarà un fatto positivo perché il lavoro agile comporta un cambiamento profondo del rapporto di lavoro. Non è infatti solo una forma di telelavoro, che appunto è un’occupazione svolta in un diverso ambiente dall’ufficio con l’ausilio di tecnologie informatiche, prevede un cambio di paradigma perché al lavoratore non si chiede più la disponibilità di un certo numero di ore di lavoro, ma un risultato, che viene fissato di volta in volta, che è conseguito secondo i tempi e le modalità che è per lo più il lavoratore stesso a decidere. C’è insito in questo nuovo modo di lavorare un rapporto tutto diverso, che si riverbera anche sulla determinazione del salario, che, appunto, non dovrebbe più essere commisurato alle ore prestate, ma al risultato conseguito. Una crescita positiva che non potrà non fare bene al lavoro. Il numero delle persone che nel prossimo futuro agiranno in smart working non sarà certo lo stesso di quelli che lo hanno praticato durante il lockdown, ma resterà sicuramente molto elevato.

La pandemia ha portato una maggiore attenzione alla persona e questo si riverbererà certamente anche nel campo del lavoro. Più attenzione ai bisogni dei lavoratori, per evitare i contagi, per istruirli sui nuovi compiti che li attendono, per aiutarli a decidere i comportamenti più consoni alle differenti esigenze che si sono create. E proprio per questo ci sarà maggiore formazione, ma anche maggiore attenzione alla partecipazione. Ormai è abbastanza chiaro che siamo tutti su una stessa barca, che peraltro fa acqua un po’ dappertutto, per cui la cosa migliore è aiutarsi a vicenda, parlarsi, capirsi. Le relazioni industriali stanno cambiando sotto i nostri occhi proprio in queste settimane in cui sono stati raggiunti migliaia di accordi a tutti i livelli, per consentire la prosecuzione del lavoro dove era possibile o indispensabile o per facilitare la sospensione del lavoro dove era necessaria. Accordi raggiunti, a sentir parlare i protagonisti, senza troppa fatica, senza dover sormontare gli ostacoli, immensi, che l’incomprensione dei bisogni e dei diritti degli altri causava. Il tratto partecipativo è stata la caratteristica più rilevante di questa nuova stagione. È difficile allora che ci si dimentichi di tutto.

Del resto già gli orizzonti si stanno allargando. Dal nuovo modo di lavorare si sta passando rapidamente a discutere di un nuovo ordine della società, al nuovo corso dei rapporti interpersonali, fino a un nuovo sistema economico. Si moltiplicano gli appelli perché si rivedano assieme i paradigmi che hanno sostenuto le relazioni industriali, ma anche lo stesso sistema economico nel suo complesso. Ce ne ha parlato in questi giorni anche il numero due della Uil, Pierpaolo Bombardieri, che tra poco diventerà il segretario generale. In un’intervista a Il diario del lavoro ha detto senza difficoltà che tutte le certezze macroeconomiche del passato vanno rimesse in discussione, per cambiare il paese. Muterà dunque non solo il modo di gestire il lavoro, ma anche la politica economica e, in primo luogo, la politica industriale, per consentire una crescita equilibrata, capace di declinare la salvaguardia dei diritti fondamentali con le esigenze della crescita economica. Compito molto difficile da portare avanti, perché si verrebbero a toccare, e forse pesantemente, interessi forti e abitudini consolidate, ma forse ineludibile. Certamente questa è l’occasione giusta per rimettere un po’ tutto in discussione, per renderci conto che le cose fino a ieri non andavano tanto bene, che una messa a punto dei fondamentali economici era già prima un dovere. Le ripartenze hanno questo di buono, che dovendo mettere mano al motore, possono diventare l’occasione per una revisione. È difficile dire se ci si riuscirà o meno, ma credo che provarci sia quanto meno doveroso.

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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