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Home - Approfondimenti - Interviste - Annalisa Magone, Ripensiamo le fabbriche, ma non sarà facile

Annalisa Magone, Ripensiamo le fabbriche, ma non sarà facile

di Massimo Mascini
24 Aprile 2020
in Interviste

Rimodellare le linee di produzione, automatizzare davvero le imprese, esprimere una grande capacità progettuale. Sono questi i compiti che attendono il nostro paese per Annalisa Magone, amministratore delegato di Torino Nord Ovest, un Centro che si occupa di innovazione tecnologica e analisi organizzativa. Non sarà facile, tanto è vero che non è detto che tutti poi lo facciano davvero. Il distanziamento delle persone al lavoro, per esempio, è un’operazione costosissima, e in tanti finiranno per non farla, per cui si andrà a lavorare rischiando di infettarsi. Per questo le imprese, chiamate a ristrutturare profondamente i siti produttivi, devono essere aiutate dallo Stato, ma possono anche consorziarsi per condividere tra loro i costi dell’innovazione produttiva e sociale che ci attende.

Annalisa Magone, come cambieranno le aziende dopo la pandemia?

Difficile dirlo. Il Covid è una specie di prisma, dà una visione deformata delle cose, esaspera i fenomeni, quelli economici, quelli sociali. Ma alcune cose si possono individuare. Per esempio, è un dato di fatto che la pandemia abbia agito come un martello sulla parte d’Italia, diciamo così, più in funzione. Sento fare in questi giorni una domanda ricorrente, perché il virus ha colpito così forte Bergamo e Brescia. È evidente perché, dato che le fabbriche in queste province hanno un’altissima densità umana. In quei siti lavorano moltissime persone, gomito a gomito, molte fabbriche sono concepite per far lavorare così. Ma non sarà più possibile continuare nello stesso modo.

Adesso impera il distanziamento per paura dei contagi.

E per questo sarà necessario rimodellare le linee di lavoro. Ma se si vuole far lavorare tutti, non solo il 15 o il 20% delle persone alla volta, sarà necessario ridisegnare le fabbriche secondo una direzione opposta rispetto a quella seguita prima, distanziando le persone, allungando le catene di montaggio, allargando la metratura, accrescendo il tempo delle singole operazioni. Non sarà un’operazione semplice. E soprattutto serviranno moltissimi soldi.

Qualche azienda ha cominciato a farlo.

Certo. La Ferrari, per esempio, ha raccontato come ha messo in atto una serie di interventi per ridurre il pericolo dei contagi, prendendo la temperatura ogni volta che si entra in azienda, dotando il personale di mascherine e altri dispositivi, diversificando i turni alla mensa, negli spogliatoi, sanificando gli ambienti. Ma queste cose, ripeto, costano moltissimo. E le aziende che hanno margini assai più bassi, non le potranno fare.

L’automazione aiuterà il distanziamento.

È sicuramente un modo per affrontare il nodo dei contagi. Ma dovrebbe essere un processo molto più accentuato rispetto a quello che osservavamo prima del virus, serviranno fabbriche veramente digitalizzate e processi controllabili da remoto. Al momento questo traguardo è stato raggiunto da una piccola parte dell’industria italiana.

Non sarà facile, ma allora cosa accadrà?

Temo che, in sostanza, fino a quando non sarà disponibile il vaccino, si andrà a lavorare correndo il rischio di ammalarsi. Ma come sempre il sistema sarà molto differenziato, perché vi sono comparti produttivi più adatti di altri. Per esempio il settore agroalimentare è già abituato, proprio per la produzione che realizza, a determinate attenzioni sanitarie. Mi viene in mente la Noberasco, un’azienda ligure che produce snack di frutta secca. Sette od otto anni fa è stata completamente ristrutturata e altamente automatizzata, il personale complessivo è cresciuto, non tanto sulle linee di produzione, quanto fra gli indiretti. Per una azienda di questo tipo, può essere più facile adattarsi al nuovo corso.

E cosa faranno le aziende che non sono già preparate?

Non è realistico immaginare che si realizzino trasformazioni morfologiche dei luoghi di lavoro in un momento. Si faranno, ma si deve sapere fin da adesso che per realizzare questi interventi, oltre al tema del costo, per cui non tutti potranno aprire cantieri, occorrerà una grande capacità progettuale. Da ultimo non si può ignorare che servirà un grosso lavoro sulle persone, perché non siamo abituati al distanziamento, è qualcosa che non fa parte della nostra natura né del nostro modo di lavorare.

Quindi i cambiamenti avverranno in un tempo lungo?

Direi in tempi medi. Anche perché abbiamo avuto in queste settimane una bella scuola. Servirà, questo sì, formazione e fossi un sindacalista su questo insisterei, dando una svolta decisa alla formazione su salute e sicurezza a cui siamo abituati.

Non funziona?

Non basta nello scenario del Covid. E forse non bastava neanche prima. Comunque sia, l’attenzione dovrà essere sempre altissima, perché se in un’azienda si sviluppa un focolaio, bisognerà decidere la giusta reazione, mettendo in conto il fatto che l’impianto possa venire chiuso. Questa è una evenienza tragica e completamente estranea rispetto alla cultura della fabbrica, che funziona esattamente al contrario. Fermare la produzione in molti settori, su certi impianti, è semplicemente un disastro. Ma il mondo si è capovolto.

Non sarà un processo facile.

No, ma dovrà divenire una realtà e lo si dovrà fare in modo specializzato. Anche perché non è detto che un imprenditore, che conosce bene il suo mondo, i mercati, i processi, i prodotti, le questioni finanziarie, possa affrontare questi nuovi problemi da solo.

Chi può aiutarlo?

Lo Stato, che può dare dei soldi e chiarire che il suo apporto finisce lì, oppure può fornire un aiuto nella fase della riprogettazione. Ma per davvero, senza mettere i bastoni tra le ruote. L’Inail potrebbe mettere a disposizione tecnostrutture e bandi per interpretare il nuovo tipo di bisogno di salute. Gli stessi imprenditori possono aiutarsi tra di loro, magari col supporto delle associazioni di categoria. Da imprenditore a me piacerebbe. La portata del cambiamento è tale che, davvero, non sarà possibile affrontare questi problemi contando soltanto sul proprio consulente. Se servirà un miliardo di mascherine al mese, oltre a gel, guanti, 2 milioni di termometri e 250 mila cuffie – secondo i dati del Politecnico di Torino riferiti alla sola industria piemontese – gruppi di imprese potranno consorziarsi tra loro per produrli. Questo è il momento di mutualizzare i costi per l’innovazione tecnologia e sociale, che non è più una scelta. Non so se ciò accadrà davvero, ma potrebbe accadere e sarebbe bene che accadesse.

Un quadro difficile.

Un quadro serio, con una grande necessità di trovare soluzioni creative, e di trovarle assieme. Certo, dobbiamo tutti smettere di pensare che la nostra azienda, il nostro settore sia strategico e quindi vada per definizione aiutato prima degli altri. Spero che la classe dirigente sia disponibile a impegnarsi per davvero.

Questo però apre il problema, spinoso, dalla qualità della nostra classe dirigente.

Vedremo se le necessità faranno venire fuori le capacità migliori e non le peggiori, altrimenti saranno guai.

Massimo Mascini

 

 

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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