Professor Fabris che idea si è fatto del dibattito nato attorno ai rischi legati all’intelligenza artificiale?
Credo che sia importante capire qual è lo stato attuale delle cose senza abbandonarci a sentimenti di pancia per cui o siamo vicini alla distruzione del genere umano o bisogna andare avanti senza nessuna remora o tipo di controllo. Siamo in una fase nella quale si stanno registrando comportamenti anomali da parte di alcuni modelli di intelligenza artificiale, una fase nella quale si sta sgretolando la differenza che c’è tra mezzo e fine. L’intelligenza artificiale è una tecnologia in crescita che sfugge al controllo umano. Una crescita data dal fatto che essa acquisisce dati e informazioni, che non le vengono date preliminarmente, e che la portano a prendere “decisioni” estranee agli input forniti dai programmatori.
Pensa che si possa arrivare a un blocco della ricerca?
Il punto non è bloccare o meno la ricerca sull’intelligenza artificiale, cosa per altro assai difficile, ma capire in che posizione l’essere umano si deve porre nei confronti di questi sviluppi. Sicuramente dobbiamo essere vigili nel momento in cui agenti di intelligenza artificiale all’interno di una sandbox, ossia di uno spazio protetto, ne fuoriescono o violano le regole, quando oltre agli scopi che gli informatici gli danno loro ne perseguono altri “autonomamente” o in solitaria decidono quali strade seguire per realizzare i fini a loro assegnati. Dobbiamo essere attenti perché gli obiettivi che l’intelligenza artificiale raggiunti potrebbero non essere gli stessi perseguiti dal genere umano. Il vero punto è, per dirla in modo semplice, essere sempre nelle condizioni di poter spingere il bottone e spegnere in ogni momento la macchina. Altrettanto importante è il modo con il quale ci relazioniamo all’intelligenza artificiale e il tipo di comunicazione che usiamo per interagire. Per fare un esempio che può sembrare paradossale se chiedessimo all’ia di trovare una soluzione per rimuovere l’inquinamento del pianeta, e l’ia perseguisse tale comando senza tenere conto della salvaguardia del genere umano potrebbe arrivare a decidere di eliminare l’uomo in quanto causa principale.
C’è un rischio effettivo per il genere umano?
Credo che il rischio maggiore, al momento, non sia dovuto alla presenza di un’intelligenza artificiale aggressiva in stile Matrix ma alla passività che noi stiamo dimostrando, delegando la nostra capacità di ragionare, analizzare e scegliere, insomma il nostro essere umani all’intelligenza artificiale. Non è Chatgpt che è cattiva ma la nostra passività che è pericolosa, se siamo arrivati al punto che è l’algoritmo a scegliere le serie che guardiamo.
Il confronto sull’ia si inserisce anche all’interno di uno scenario geopolitico complesso. Quali sono gli schieramenti in campo?
Da un lato abbiamo un modello, quello americano, nel quale la logica che guida lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è puramente commerciale, volta al profitto e alla creazione di nuovi prodotti. L’amministrazione Trump ha avuto un atteggiamento ondivago sul tema. All’inizio il Presidente americano ha abolito il codice di condotta approvato da Biden, poi alcuni stati dell’Unione si sono mossi in modo sparso approvando delle regolamentazioni specifiche. Ancora lo stesso Trump ha emanato delle linee guida, ma molto blande, fino a questi ultimi giorni quando ha parlato di forze negative che vorrebbero ostacolare il progresso dell’ia con un linguaggio millenaristico ed escatologico alla Peter Thiel. Dall’altro lato abbiamo la Cina dove la ricerca sull’intelligenza artificiale è saldamente in mano al controllo dello stato o, ancor meglio, di un partito che non esita a distribuire gratuitamente ai paesi amici l’uso di alcuni programmi influenzandone, tuttavia, la ricerca e acquisendo dati, esercitando così una forma di controllo.
E l’Europa?
L’Europa è l’unica che sta provando a esercitare una regolamentazione, come con l’AI Act, che metta al centro l’essere umano. Ma oltre a questo l’Europa si trova in una posizione di debolezza perché salvo pochi casi, come in Francia, al momento non ha specifici programmi suoi propri di intelligenza artificiale, affidandosi principalmente ai prodotti sviluppati negli Usa. E chiaramente questo crea non pochi problemi perché si devono pagare i diritti per l’uso di queste tecnologie, si devono far pagare le companies se trasgrediscono le regole europee, cosa non sempre facile, e anche mettere un freno a una tecnologia che non si possiede non è affatto semplice.
Ma alla fine a chi affidiamo la gestione dell’intelligenza artificiale?
Questo è un tema cruciale. A Trump? A Xi Ji Ping? Oppure a un’agenzia terza? Ma un’entità di questo tipo, per poter agire veramente e non essere un qualcosa di vuoto, dovrebbe ricevere il supporto degli stati. Esiste già un organismo presso l’Onu, del quale fa parte anche padre Benanti, ma che è molto debole, considerato l’attacco al quale sono sottoposti tutti gli organi sovranazionali.
Pensa che sia necessaria un’educazione ai cittadini sulla tecnologia?
Sicuramente è importante rendere i cittadini sempre più consapevoli di questo nuovo strumento. Nelle scuole l’educazione civica prevede anche l’educazione alla cittadinanza digitale. In ambito universitario cerchiamo di far capire agli studenti e ai dottorandi un corretto uso dell’intelligenza artificiale per le loro ricerche.
L’ia ha abbastanza spazio nel nostro dibattito pubblico?
Il tema non è affatto assente dal dibattito pubblico e politico. Il governo si è espresso sul merito, il ministero dell’Istruzione del Merito ha pubblicato delle linee guida e non mancano le audizioni in Parlamento. Il punto è capire se sono strumenti che hanno una loro utilità e poi bisognerebbe arrivare a una convergenza politica su questo tema. Purtroppo, ancora, si affronta in modo divisivo.
Tommaso Nutarelli


























