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Home - Approfondimenti - Interviste - Piras, dobbiamo essere vigili quando riapriranno le imprese

Piras, dobbiamo essere vigili quando riapriranno le imprese

di Emanuele Ghiani
17 Aprile 2020
in Interviste
Piras, dobbiamo essere vigili quando riapriranno le imprese

La segretaria nazionale della Uiltec, Daniela Piras, ha raccontato a Il diario del lavoro quali sono le sfide che il sindacato si prepara ad affrontare in vista dell’uscita dalla crisi. Per la Piras, grazie ai recenti accordi nel settore Moda e Ceramica, i lavoratori avranno più garanzie e tutele al rientro in azienda, ma la strada verso la ripresa è ancora lunga e il sindacato deve essere presente e vigilare in questo periodo di transizione.

Qual è la situazione del settore moda?

È molto complicata. Ieri abbiamo siglato un accordo che definisce le modalità di rientro, ma non il “quando”, seguendo la linea tracciata dal recente accordo sulla ceramica. Il sistema Moda Italia rappresenta, assieme al sistema dei metalmeccanici, la più grande platea di lavoratori nel settore manifatturiero. Quindi abbiamo regolato un settore che è il simbolo dell’eccellenza del made in Italy riconosciuto da tutto il mondo. Nonostante le insistenze e le pressioni dell’associazione datoriale, abbiamo resistito sul far valere le nostre richieste.

Cosa chiedeva la controparte?

Di condividere un documento che prevedeva l’anticipazione delle date di apertura delle attività produttive, ma ci siamo rifiutati, queste scelte deve prenderle il governo. Noi vogliamo gestire un altro aspetto, cioè le modalità di rientro al lavoro dal punto di vista della garanzia della salute e sicurezza dei lavoratori. Su questo siamo riusciti a trovare una intesa. Abbiamo recepito il protocollo sulla sicurezza del 14 marzo, arricchendo l’accordo con dei punti che hanno tenuto conto delle peculiarità del settore.

Quali sono i nuovi punti che avete introdotto nell’accordo?

Per esempio, abbiamo salvaguardato il diritto delle assemblee, come previsto dal contratto nazionale, chiedendo che venga data la possibilità sia di riunirsi telematicamente oppure dove possibile, cioè tenendo conto con le distanze di sicurezza e i DPI, e avere a disposizione una sala per le riunioni sindacali.

Nel protocollo non era previsto?

Il protocollo spiega come ci si deve comportare in un ambiente affollato. Noi abbiamo fatto in modo che quando si tornerà al lavoro le aziende garantiscano questo diritto.

In assenza di questo accordo pensa che qualche azienda poteva approfittarne e proibire le riunioni?

Non lo so. Non accuso nessuno perché non siamo ancora arrivati a questo punto.

Un intervento preventivo.

Esatto.

Quali altri punti avete inserito?

Abbiamo valorizzato il ruolo dei comitati territoriali, definendo come principio che sia sempre presente un medico competente; abbiamo seguito in questo senso le linee guida della Uiltec. Questa novità serve non solo per gli accertamenti di routine di sana e robusta costituzione, ma per verificare se ci sono soggetti positivi al virus e prevenire focolai. Staremo anche attenti i lavoratori esterni alla fabbrica, come i trasportatori che consegnano la merce in magazzino che potrebbero contagiare tutto lo stabilimento. Quindi garantiremo dei servizi igenici idonei per gli esterni e verificheremo che siano forniti di DPI. Questo accordo è un buon punto di partenza per riprendere a lavorare in sicurezza.

Prima spiegava che avete preso come riferimento l’accordo sul settore ceramica.

Si, è stato molto apprezzato e preso come esempio anche dagli altri settori. Un accordo molto simile all’intesa di Fca, con la differenza che non regola le dinamiche di una azienda ma di un intero settore.

Cosa pensa della lettera di Giorgio Armani al sistema Moda?

Non voglio fargli pubblicità, ma non posso non riconoscere il fatto che si sia distinto. Ha fatto la differenza prima ancora che esplodesse l’emergenza Coronavirus, distribuendo DPI, avviando pratiche cautelative all’interno della sua impresa; dopo ha convertito la produzione in camici e mascherine, con la vera intenzione di dare una mano al Paese. Adesso ha capito che qualcosa è cambiato ed esorta a tutti di usare questo momento di crisi per fare una riflessione profonda su che cosa è superfluo oppure indispensabile nel sistema Moda.

Qual è il settore che subirà maggiormente questa crisi?

Non ho la risposta, direi il settore manifatturiero nel suo complesso, che comprende altri settori e aziende di diverse dimensioni. Se scendiamo nel particolare ad esempio, il settore ceramica basa circa il 75% del suo introito nell’export ed è stata quindi penalizzata dalle mancate vendite ma non solo. Ad aggravare la situazione, secondo le aziende del settore, sono stati anche i competitor europei, come la Spagna, alla quale non è stato impedito di lavorare, mentre i nostri forni sono stati spenti. Anche il settore Moda ha subito un arresto, molto prima degli altri comparti.

Nel senso che i negozi di abbigliamento sono stati tra i primi a chiudere?

No, da molto prima. Noi per esempio abbiamo incontrato il gruppo Valentino i primi di febbraio; dal momento che aveva cancellato le sfilate, non poteva acquistare le materie prime dalla Cina e vendere alla stessa Cina, già dai primi di gennaio il gruppo aveva risentito del 30% sulle mancate vendite. Il settore della Moda è indietro di tre collezioni.

Come valuta le misure europee?

Bene, e spero che si passi dalle parole ai fatti, come in parte già avviene. Le misure europee sono diverse, come la Cig europea dove sono previsti 100 miliardi di euro per gli stati membri con lo scopo di rinforzare gli ammortizzatori sociali. Per l’Italia sono stati destinati 15 miliardi di euro che saranno restituiti in 30 anni a interessi zero. Altri 30 miliardi per le aziende,e ancora 240 miliardi di cui 35 all’Italia, sempre a interessi zero, per il sistema nazionale sanitario. Quindi significa che le risorse che avrebbe dovuto mettere l’Italia si potrebbero utilizzare per altro; noi come sindacato dobbiamo vigilare, essere presenti, affinché tutte queste risorse siano gestite bene e cercare di pilotare questi flussi di capitali sulle realtà più bisognose e in crisi.

In che senso volete “pilotare” questi capitali?

Dobbiamo fare in modo, come sindacato, che le risorse che saranno destinate a Banca Italia siano utilizzate non per arricchire gli azionisti o per diminuire i debiti delle banche, ma per finanziare le famiglie. Se riusciamo a rimettere in circolo questi capitali, saremmo anche in grado di riattivare, ad esempio, il turismo interno e così riavviare, in maniera capillare con effetto domino, tutta la macchina produttiva del Paese. È necessario che si tenga conto che Deficit e il debito impegnate in questa emergenza, dovrebbero essere a tasso negativo.

Una volta fuori da questa crisi, nel tempo, tornerà tutto come prima?

Non credo, mi sembra anzi che ci stiamo accingendo a cambiare il modello di sviluppo. Questa emergenza è un disastro incredibile che però potrebbe essere la svolta dell’epoca. E noi dobbiamo essere bravi a gestire questo cambiamento. Però tutto questo deve avvenire senza fretta. Mi rendo conto che c’è la paura, le difficoltà economiche, ma dobbiamo mettere in primo piano la salute dei lavoratori e dei cittadini. Io non mi vergogno di dire che non voglio sollecitare l’apertura di una fabbrica ma piuttosto voglio ancora salvaguardare la salute dei lavoratori. Non mi sento neanche irresponsabile.

Emanuele Ghiani

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Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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