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Home - Approfondimenti - Interviste - Di Raimondo (Asstel): “non ci siamo fermati, e siamo pronti per un futuro migliore”

Di Raimondo (Asstel): “non ci siamo fermati, e siamo pronti per un futuro migliore”

di Massimo Mascini
26 Marzo 2020
in Interviste
Di Raimondo (Asstel): “non ci siamo fermati, e siamo pronti per un futuro migliore”

La filiera delle telecomunicazioni è al centro del profondo cambiamento che sta vivendo il Paese. Le imprese forniscono servizi pubblici essenziali, strategici, quindi non potevano fermarsi. Ed è stato possibile tenerli in funzione anche perché la smaterializzazione delle attività ha consentito un ampio ricorso allo smart working. Il 70% dei 130mila addetti del settore è a casa e lavora attivamente per fornire servizi che si stanno espandendo, perché la digitalizzazione ha tenuto in piedi il paese nel momento più difficile della storia recente. È impensabile cosa è stato possibile in queste poche settimane. La scuola e la pubblica amministrazione in generale funzionano adesso in buona parte da remoto grazie al digitale. Laura Di Raimondo, Direttore di Asstel, l’associazione delle imprese del settore di Confindustria, è convinta che il nostro futuro sarà migliore perché le persone e le imprese si sono dimostrate all’altezza della sfida. Il modello manageriale è stato determinante per portare il Paese in una età veramente moderna. “Non torneremo indietro, ci siamo abituati a un trend di vita e di esperienze che saranno fondamentali per disegnare l’Italia di domani e per rispondere ai nuovi bisogni delle persone”.

Di Raimondo, quale è stato il ruolo delle telecomunicazioni nella fase prima emergenza?

Grazie alle TLC tutti noi abbiamo fatto un salto in avanti: lo smart working da una parte, didattica da remoto dall’altra stanno operando un cambiamento profondo nelle nostre abitudini che sarà domani la carta su cui puntare per vincere la sfida culturale e imprenditoriale che ci attende. Sia per la didattica, sia per il lavoro sono state utilizzate piattaforme nuove, sono cambiati i lavori e le abitudini. Nulla sarà come prima e noi dobbiamo abituarci a lavorare e a pensare in modo diverso.

Le relazioni industriali hanno funzionato?

Molto bene. E non poteva essere altrimenti considerando l’abitudine al dialogo che abbiamo sempre avuto nel nostro settore. Di fronte all’emergenza ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo condiviso tutto, insieme al sindacato abbiamo fatto le scelte importanti che mettono al centro le persone. C’era già un modello, c’era una cultura imprenditoriale che ci contraddistingue rispetto ad altri Paesi. E queste settimane lo hanno dimostrato. Lo smart working era già una realtà diffusa in tante aziende della nostra filiera, ma passare a una evoluzione di massa è stata un’altra cosa. E ci siamo riusciti proprio perché c’era grande disponibilità da parte di tutti. Adesso abbiamo iniziato a far lavorare da remoto anche coloro che fino a poche settimane fa non avrebbero potuto farlo, come nel caso delle attività di customer care. Servono gli strumenti necessari e soprattutto un cambiamento culturale profondo per governare e anticipare il cambiamento in atto e per costruire e consolidare questa nuove modalità di lavoro.

Ma è possibile fare tutto da remoto?

La situazione è eccezionale, le imprese e le persone hanno dimostrato grande resilienza e coraggio; abbiamo reagito. Importante è assicurare la salute dei lavoratori e far funzionare il sistema e questo stiamo cercando di fare al meglio con la collaborazione dei sindacati.

Siete preoccupati per il futuro? Le previsioni macro sono complesse, ci attendono difficoltà ben superiori a quelle che ha portato la crisi economica del 2009

Negli ultimi anni abbiamo intravisto timidi segnali di ripresa economica. Il giorno dopo l’emergenza sarà diverso. La vera sfida è costruire ora il nostro Rinascimento Digitale: un percorso, che non sarà breve, nel quale ripensare le persone e i bisogni, mettendo sotto esame le vecchie conoscenze tecniche e umanistiche.

Per questo tutta la filiera va sostenuta e lo sforzo in atto deve proseguire. Se tutti facciamo adesso quello che l’emergenza ci chiede anche i tempi della ripresa saranno meno lunghi e sarà più facile costruire un Paese nuovo. Dobbiamo farlo puntando sulle persone: specie adesso che tutto si va smaterializzando dobbiamo mettere al centro le nostre capacità di adattamento e di problem solving che ci contraddistinguono e che rappresentano anche le basi culturali del nostro modello di impresa. Pensiamo ai cambiamenti avvenuti: la scuola, la pubblica amministrazione, il luogo di lavoro, i tempi di lavoro, sono caduti tutti gli ancoraggi del nostro vivere quotidiano, di qui dobbiamo ripartire, sulla base di quello che abbiamo imparato dalla crisi che stiamo vivendo.

La formazione diventa ancora più centrale.

Dobbiamo cambiare riconoscendo delega, responsabilità e fiducia alle persone. Bisogna dargli l’opportunità di sbagliare e la consapevolezza di crescere professionalmente attraverso gli errori. Così potremo affrontare le sfide che ci attendono. E dovranno cambiare anche le relazioni industriali, in questi giorni abbiamo fatto tantissimi accordi, sempre sentendoci attraverso piattaforme digitali con i sindacati e collaborando, lavorando assieme. Abbiamo sradicato le vecchie liturgie del nostro lavoro e l’abbiamo fatto in poche settimane, mettendo a punto un sistema tutto diverso, che nel futuro non potrà cambiare, resterà al centro della nostra esperienza e quindi del nostro lavorare.

Non sarà facile.

Non è detto. È avvenuta una deflagrazione. Il mondo che conoscevamo ormai non esiste più, sono crollati tutti i paradigmi e le certezze del passato sono venute meno come un castello di sabbia. È il momento di lasciar esprimere tutte le potenzialità e l’Italia per cultura, capacità di innovazione e visione umanocentrica non ha concorrenti in Europa e nel mondo.

Il lavoro, ad esempio, si è trasformato all’interno di questo laboratorio che stiamo vivendo. Lo smart working, che non è solo dare un pc, connessione e uno smartphone alle persone, ma coincide con la smaterializzazione del luogo e dell’orario di lavoro, riconoscendo ai lavoratori fiducia, delega e responsabilità, autonomia da esercitare con coraggio.  Una volta superato il momento dell’emergenza dovremo investire sempre di più sulle persone, sui nuovi modelli organizzativi e di leadership. Per realizzare questo obiettivo un ruolo importante sarà giocato anche dai Contratti Collettivi di Lavoro che dovranno evolvere in questa direzione.

Massimo Mascini

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