Quota 100 è una “possibilità ulteriore” verso un accesso più flessibile alla pensione, ma “non è sufficiente” perché “non è in grado di rispondere in modo omogeneo alle esigenze di molti lavoratori”. In particolare, rispetto al totale delle domande “poco più di un quarto sono state presentate da donne”.
In una memoria consegnata alla Camera in occasione dell’audizione informale sul decretone (commissioni Lavoro e Affari sociali) i sindacati ribadiscono che “quota 100 rappresenta un’opportunità per lavoratori con carriere continue e strutturate, ma è decisamente meno accessibile ai lavoratori del Sud e del tutto insufficiente per le donne, per i lavoratori con carriere discontinue o occupati in particolari settori produttivi caratterizzati da stagionalità o appalti, come quello agricolo o dell’edilizia”. Chiedono che per le lavoratrici sia intanto riconosciuta una riduzione contributiva, almeno in presenza di figli, come previsto per l’Ape sociale.
Il meccanismo delle finestre è “penalizzante”, proseguono, in particolare per i lavoratori del settore pubblico “poiché per loro la finestra di accesso alla pensione è di 6 mesi”. Sono penalizzati anche coloro che svolgono una delle 15 categorie di lavori gravosi oppure usuranti poiché il blocco dell’incremento per aspettativa di vita sulla pensione anticipata per questi lavoratori era già previsto e invece adesso per effetto delle finestre devono attendere 3 mesi per ottenere il primo assegno pensionistico.
Le tre confederazioni propongono un intervento “più ampio, di tipo organico e strutturale che preveda una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età e, per quanto riguarda il sistema contributivo, il superamento degli attuali vincoli che rendono molto difficile l’accesso al pensionamento poiché condizionano il diritto alla pensione al raggiungimento di determinati importi soglia dell’assegno (1,5 e 2,8 volte l’assegno sociale)”. Confermano l’importanza di “introdurre la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contribuzione a prescindere dall’età”.
Cgil, Cisl e Uil aggiungono che “l’abrogazione degli incrementi automatici dell’età pensionabile per le pensioni anticipate è un primo passo nella giusta direzione, ma la finestra mobile di 3 mesi pospone la decorrenza della pensione e ne depotenzia l’effetto positivo. Inoltre, il blocco dell’incremento dei requisiti per aspettativa di vita dovrebbe essere previsto anche per la pensione di vecchiaia”.
Le organizzazioni sindacali ritengono che sia necessario ricostituire quanto prima la commissione tecnico-scientifica per lo studio dei lavori gravosi e usuranti “al fine di analizzarne in modo puntuale la diversa gravosità e di conseguenza l’incidenza sull’aspettativa di vita dei lavoratori per dare in materia previdenziale risposte adeguate”. La proroga solo fino al 2019 dell’Ape sociale “non è sufficiente”, ma “dovrebbe essere prorogata fino al 2021, allineandola alla sperimentazione di quota 100, nell’attesa di una riforma più strutturale e organica che superi definitivamente la riforma Fornero e renda strutturali le tutele previste a favore di quelle categorie”.
Per i sindacati la prospettiva di un “vera riforma” del sistema previdenziale “deve contemplare provvedimenti utili anche nel medio e lungo periodo e che sappiano garantire una tutela e una prospettiva previdenziale dignitosa ai giovani. Riteniamo quindi necessario introdurre una pensione contributiva di garanzia per le carriere lavorative deboli e discontinue”. Chiedono infine che venga “ripristinata la piena rivalutazione delle pensioni per salvaguardare il valore degli assegni pensionistici come concordato nell’accordo tra Governo e sindacati nel 2016” e di “procedere alla separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale”.
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