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Home - Approfondimenti - Interviste - Azzola, non solo art.18, con Acea stiamo cambiando il modello di sviluppo

Azzola, non solo art.18, con Acea stiamo cambiando il modello di sviluppo

di Nunzia Penelope
9 Febbraio 2018
in Interviste
Azzola, non solo art.18, con Acea stiamo cambiando il modello di sviluppo


Il segretario della Cgil di Roma e Lazio, in questa intervista al Diario, spiega perché l’accordo con la muncipalizzata romana potrebbe costituire un nuovo modello di relazioni industriali, ma anche la base per la rinascita della disastratissima Capitale.

Michele Azzola non ci sta a raccontare l’accordo Acea come un accordo che ripristina l’articolo 18. “Perché e’ anche molto altro, molto di più”, spiega al Diario del Lavoro il segretario generale della Cgil di Roma e Lazio, e’ un accordo complesso, che scarica sulle spalle del sindacato molte responsabilità nella gestione futura della municipalizzata romana: l’unica, oltretutto, che si salva nel totale disastro della Capitale, altro tema che affronteremo tra breve con Azzola. Ma partiamo, ovviamente, dalla notizia del giorno, e cioè dall’accordo tra i sindacati e l’Acea: narrato dai media come, appunto, una sconfessione netta del Jobs Act e un ripristino delle condizioni ante l’odiatissima riforma sul lavoro del governo Renzi.

Azzola, non è cosi, forse?

Si, certamente. Ma e’ riduttivo vederci solo il ripristino dell’articolo 18. Con Acea andiamo parecchio oltre, andiamo a disegnare un modello di sviluppo diverso da quello che c’e’ attualmente nel paese. Mettiamola così: se il Job Act si basa sostanzialmente sulla, diciamo, ‘’paura’’ del lavoratore di perdere il posto, la base del nostro accordo e’, al contrario, un patto di collaborazione e fiducia tra azienda, sindacati e lavoratori, per andare più avanti. Anche attraverso scelte tutt’altro che facili e scontate.

Tipo?

L’intesa andrebbe letta tutta, e si vedrebbe che è una intesa complessa. Dove si prevede, per esempio, che si possa cambiare lavoro alle persone: oggi tu fai questo, ebbene, da domani avrai un diverso incarico e posizione. Anche abbassando i profili professionali, e concedendo tanta flessibilità operativa. In pratica, con l’accordo si ‘’scarica’’ sul sindacato un pezzo della gestione dell’azienda, e nel contempo si scommette col proprio personale di riuscire a rendere l’azienda ancora più forte.

Ma quando parla di cambiare ruoli, abbassare i profili professionali, eccetera, tutto questo non assomiglia al demansionamento previsto dal Jobs Act?

Al contrario: qui mettiamo la parola fine al demansionamento stile Jobs Act, che era imposto con un atto unilaterale dell’azienda, mentre in seguito all’accordo ci si arriva col dialogo e il consenso.

E i lavoratori, come reagiranno? Piacerà loro tutta questa flessibilità?

Dalle prime assemblee direi proprio di si. Per ora nemmeno i sindacati autonomi hanno mosso critiche, e il voto favorevole all’intesa è davvero plebiscitario.

Chi proprio non accetta questa intesa sembra invece essere la Confindustria: ha reagito con estrema durezza sulla questione dell’art 18, minacciando la cacciata di Acea dall’associazione di Roma.

Come ho detto, l’intesa e’ molto più articolata di come la stanno raccontando i media, ma non mi dispiace: quanto meno, se ne parla. Se ne sta facendo però una discussione tutta ideologica. Anche Confindustria, sono abbastanza stupito di una reazione quasi isterica, decisamente sopra le righe.

Scusi se insisto, ma resta che grazie all’accordo ora in Acea rivive l’articolo 18. Come ci siete riusciti? E’ vero che l’intesa è dovuta a una speciale sintonia tra la Cgil e Virginia Raggi?

Ma nemmeno per sogno. Il sindaco non c’entra affatto. Il merito, caso mai, e’ dell’Ad di Acea, Donnarumma, un manager coraggioso e del tutto post ideologico,  che ragiona in termini di come far funzionare al meglio l’azienda. Azienda che, aggiungo, conosce bene, in quanto l’aveva guidata gia’ dieci anni fa.

Acea e’ una bella azienda, fattura quasi tre miliardi, ha 5 mila dipendenti, e’ in utile. Ma purtroppo e’ anche  un unicum nel contesto capitolino. Il resto sta franando, o e’ solo un’ impressione? Lei come vede Roma, dal suo osservatorio?

Roma e’ allo sbando, o meglio: e’ pericolosamente immobile.  La giunta non decide, non sceglie, non agisce, io credo che non sia nemmeno in grado di capire la portata dei problemi. Glieli riassumo? Le altre aziende municipalizzate, Atac e Ama, sono al disastro. Atac e’ in attesa dell’esito de concordato fallimentare, e questo dice tutto sul suo stato di salute. Ama e’ sulla stessa china: gli impianti non esistono, il parco mezzi e’ vetusto, il 40 % non e’ in grado di uscire per la raccolta dei rifiuti. Che comunque, ormai, gli addetti fanno per lo piu’ con le mani, letteralmente, essendo la spazzatura fuori dai cassonetti. Una vergogna. Non solo: più il pubblico arretra, piu’ avanzano privati che arrivano dal Sud, con aziende, diciamo cosi’, chiacchierate. Un rischio enorme, perché e’ noto che il settore rifiuti e’ quanto meno inquinato, dal punto di vista della legalità. Ancora: la manutenzione delle strade e’ una pia illusione, si riparano pochi metri per volta, gli stanziamenti sono ridicolmente inferiori al necessario. Infine: le periferie sono una polveriera fuori controllo, perfino le forze dell’ordine si stanno ritirando. La disperazione sociale finisce per accrescere il consenso dei gruppi di estrema destra. La rabbia dei cittadini esige risposte in termini di casa, lavoro, servizi, eccetera. Ma ovviamente, non c’e’ nulla di tutto questo. Per due motivi: Roma e’ oberata dai debiti, mancano i soldi,  e manca però anche la capacità di progettare e decidere.

Il quadro che descrive è davvero terrificante. Ma il Tavolo per Roma col ministro Calenda, non avrebbe dovuto dare queste risposte? Che fine ha fatto, e soprattutto, che fine farà, visto che fra tre settimane si vota, e dopo chissà?

Il tavolo e’ fermo. Stiamo insistendo col ministro Calenda per avere un nuovo incontro che ci aiuti a traguardare le elezioni, sperando di riuscire a tenere in vita il tutto. Magari spostandolo dal Mise a Palazzo Chigi, che secondo noi sarebbe la sede più giusta.

Tuttavia, non sembra che il tavolo, nella sua pur breve vita, partito con tante ambizioni e con una notevole disponibilità di denaro, abbia dato risultati. Come mai?

Un po’ perché quel denaro era più dichiarato che reale. Cioè, si tratta di risorse che esistono, certo, ma sono fondi nazionali, non sono tutti sotto la voce ‘’Roma’’. Per sbloccare la situazione occorrerebbe un forte patto tra istituzioni, tra Regione, Comune, Provincia, Governo, uniti per rimettere in piedi la Capitale del paese.

E invece?

E invece sono tutti contro tutti, la Regione e il Comune non si parlano, c’e’ un rapporto difficile tra le diverse forze politiche che si ripercuote sulle cose da fare e sui cittadini. Al Nord non va cosi’: a Milano, per dire, il sindaco Sala e il Governatore Maroni, pur di schieramenti politici diversi, parlano a una voce sola quando e’ in ballo il  bene  del loro territorio. E i risultati si vedono: Milano va su, Roma sempre più giù.

Come se ne esce?

Dal punto di vista politico, come le ho detto: solo un patto tra tutte le istituzioni puo’ salvare Roma, dotandola di mezzi e di progetti. Tra questi, dovrebbe esserci anche la realizzazione di una multi utility sul modello di Hera in Emilia Romagna, un sistema misto pubblico- privato che raduni i servizi e li metta in grado di funzionare adeguatamente. Acea potrebbe rappresentare il perno attorno al quale costruire la nuova multi utility. Diversamente, sia Atac che Ama sono praticamente condannate, con tutto quel che ne consegue. Per Roma, per i suoi abitanti, per il paese.

 

Nunzia Penelope

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