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Home - In evidenza - Bonini, Milano città a due velocità, ma l’economia sociale può creare 80 mila posti

Bonini, Milano città a due velocità, ma l’economia sociale può creare 80 mila posti

di Tommaso Nutarelli
4 Febbraio 2021
in In evidenza, Interviste
Bonini, Milano città a due velocità, ma l’economia sociale può creare 80 mila posti

Con la pandemia povertà e diseguaglianze si sono accentuate. Il modello di sviluppo economico e urbano delle città è stato messo in discussione. Ne parliamo con Massimo Bonini, segretario generale della camera del lavoro di Milano. Per Bonini lo sviluppo della città, basata su una crescete precarietà del mondo del lavoro, ha accentuato la dicotomia tra centro e periferia. Il sindacato, afferma Bonini, ha le carte in regola per imporsi anche come soggetto politico, e contrastare le ricadute nocive del covid sul tessuto sociale. Si è visto in questa pandemia, spiega, quando è stata garantita la tutela dei lavoratori senza fermare i servizi essenziali. Sull’incarico a Draghi dice: “meglio un governo politico, dopo l’esperienza di Monti, ma è chiaro che al paese serve un esecutivo. La nuova maggioranza, se nascerà, dovrà veramente coinvolgere le parti sociali”.

Bonini, con la pandemia la povertà e le diseguaglianze presenti nelle nostre città sono accentuate. Milano, che prima tra i certi urbani ha subito gli effetti del covid, ha visto sfaldarsi la sua immagine di capitale economica del paese, con lunghe file alla Caritas per un pasto caldo. Dove hanno origine tutte queste contraddizioni?

I problemi di Milano, delle sue povertà, delle sue disuguaglianze e di un mercato del lavoro precario e con poche tutele, devono essere rintracciati ben prima della pandemia. Fino agli anni ’80 Milano e il suo hinterland avevano una forte vocazione industriale. Poi abbiamo assistito a uno sviluppo enorme del terziario. Venendo alla storia più recente, l’Expo ha posto nuovamente Milano sotto l’attenzione mediatica internazionale, è ha dato un nuovo impulso al mondo del terziario. In quegli anni c’è stato si un arricchimento generale, che però non ha azzerato, ma anzi incrementato, le diseguaglianze. Milano è diventata, quasi improvvisamente, una città turistica, ricca di spettacoli ed eventi.  Il covid ha dato una mazzata a questo mondo. In altre parole lo sviluppo economico e sociale di Milano si è basato su una polarizzazione tra centro e periferia, tra chi ha accesso a determinati servizi e chi no. Una città a più velocità.

Lo sviluppo del terziario che cosa ha comportato per il mercato del lavoro?

C’è una grande differenza tra il mondo dell’industria e quello del terziario. Qui non sempre vige la legalità. Ci sono ampie zone di lavoro grigio e nero, e situazioni di dumping contrattuale. Le tutele molto spesso sono deboli e frammentate, come nel mondo dello spettacolo. E anche quando sono arrivati gli aiuti con i vari ristori, molti lavoratori non ne hanno avuto accesso, o solo in modo parziale, proprio perché inseriti in un contesto al limite della legalità.

Il covid ha messo in discussione anche il modello di città che abbiamo sperimentato prima della pandemia. Anche da questo Milano non è stata esclusa. Come va ripensato il tessuto urbano?

È chiaro che il modello sociale e urbano pre covid non potrà essere ripetuto una volta passata la pandemia. A settembre, assieme al segretario Landini e a Fabrizio Barca, abbiamo presentato un’iniziativa nella quale abbiamo cercato di ripensare la nuova Milano.

Quali sono le basi dalle quali ripartire?

Per il futuro dobbiamo ricostruire il tessuto urbano puntando dalla dimensione sociale. Milano in questi anni è diventata, in Italia, l’esempio della smart city, dell’innovazione. Sono tutte cose positive, che però non devo soppiantare il sociale.

Che cosa vuol dire sociale secondo lei?

Sociale vuol dire, prima di tutto, sanità. La pandemia è stata disastrosa per il sistema lombardo. Serve una nuova medicina del territorio, servizi di cura e di assistenza che partano dalle periferie. Per la scuola, per quel che riguarda la competenza comunale, bisogna rafforzare la rete di asili nido e delle materne, che sono uno servizio indispensabile per permettere alle donne di rimanere e di accedere al mercato del lavoro. Secondo le nostre stime, l’economia del sociale potrebbe creare circa 80mila posti di lavoro. Un modello di sviluppo che abbiamo presentato alla giunta regionale, ma il tutto si è concluso in un solo incontro.

Il sindaco Sala, in questi mesi, ha più volte visto nello smart working la morte di molte zone della città, la cui economia si basava molto su bar e ristoranti. Ma anche qui è veramente tutta colpa del lavoro agile, oppure di uno sviluppo urbano poco attento?

Parliamoci chiaramente, la pandemia ha solamente accelerato processi già in atto e presenti nella nostra società. Lo smart working è uno di questi. Da fenomeno elitario nel mondo del lavoro, è diventato di massa, anche se ora è una cosa molto più vicina al telelavoro. È chiaro che con la pandemia molte aree della città ne hanno risentito. Questo è il risultato di uno sviluppo con forti squilibri. Per il dopo pandemia si dovrebbe implementare un sistema ibrido, per evitare nuovamente di congestionare la città e l’ambiente. Il coworking potrebbe essere una soluzione molto buona, ma anche qui ci sono delle problematiche.

Quali nello specifico?

A Milano gli spazi di coworking si trovano principalmente in centro. Anche qui si corre il rischio di alimentare la dicotomia e le diseguaglianze con le periferie. Per questo la nostra idea sarebbe quella di creare delle officine del lavoro, non solo in centro, ma anche nell’hinterland, aperte a tutti i lavoratori, dal professionista con la partita iva, all’impiegato pubblico, al rider, nelle quali offrire anche servizi di welfare, sportelli comunali. Insomma ricreare quel senso di comunità che è venuto meno.

Quale ruolo hanno avuto le camere del lavoro durante la pandemia, e quale potrà essere il loro contributo nel post covid, per contrastare povertà e diseguaglianze?

Per tutta la pandemia, anche se siamo stati chiusi per lo scoppio di un focolaio, abbiamo continuato a garantire i servizi alla cittadinanza. Avevamo creato anche una sorta di camera del lavoro mobile, con un furgoncino, che in questi mesi è servito per portare il cibo alle persone più bisognose. Credo che le camere del lavoro dovranno guardare al futuro in duplice modo. Da un lato rafforzare la propria presenza sul territorio, dall’altro sfruttare al meglio le nuove tecnologie, le piattaforme, per raggiungere anche i lavoratori atipici, distanti dalle forme classiche di rappresentanza.

In questo particolare momento storico, si può pensare anche a un rafforzamento tra il sindacato e il mondo del volontariato?

Sul territorio milanese ci sono tutta una serie di reti storiche di alleanze. La Cgil lavora molto anche con il mondo dell’associazionismo cattolico, come la Caritas, a dimostrazione che il volontariato va oltre quelle che possono essere le divisioni politiche o ideologiche. Quello che il sindacato e il mondo del volontariato dovrebbero fare è far sentire la propria voce in modo ancora più unito nei confronti della politica.

In questi mesi difficili è emersa la necessità di un nuovo protagonismo politico del sindacato, per attutire le ricadute nocive che la pandemia produrrà sul tessuto sociale. Crede che le forze sociali siano pronte a questo compito?

Durante la pandemia il sindacato ha dato prova di avere ancora una grande forza, se si muove in modo compatto, e portare dei contenuti di qualità. I protocolli sulla sicurezza anti covid ne sono un esempio. Questo è il ruolo politico del sindacato. Il nostro contributo ha permesso a quei settori essenziali di non fermarsi. In questo modo abbiamo tutelato la salute delle lavoratrici e dei lavoratori, garantendo i servizi basilari per i cittadini. Tutti i discorsi sul fatto che le parti sociali non siano in grado di stare al passo con i tempi sono dettati, in parte, dalla diffusa cultura della disintermediazione. Non nascondo, tuttavia, che ci sono dei punti sui quali il sindacato può e deve migliorare.

Quali?

Soprattutto al livello organizzativo. Sappiamo che con le regole classiche della contrattazione si rischia di non intercettare i lavoratori atipici. Per i rider all’inizio abbiamo commesso degli errori. Il nostro maggior demerito è quello di essere ancora troppo spesso tarati per le grandi aziende, dove è più facile portare avanti le relazioni industriali. Dobbiamo, invece, resettarci per andare incontro ai lavoratori atipici e alle piccole aziende, che sono la maggior parte del nostro sistema produttivo.

Dunque la contrattazione, soprattutto quelle decentrata, può essere uno strumento per allargare le tutele?

Certamente dobbiamo puntare sulla contrattazione di secondo livello, ma non unicamente su quella aziendale, praticabile solo e soprattutto nelle grandi imprese, ma su quella territoriale. Una volta c’erano i contratti provinciali. È guardando al territorio che si possono intercettare i bisogni di tutti i lavoratori, e dare voce anche a chi è escluso. Abbiamo uno strumento importantissimo, come il Patto per la fabbrica, che indica la strada da seguire e le regole del gioco, ora sarebbe venuto il momento di attuarlo. Con Bonomi, quando guidava Assolombarda, avevamo avviato un confronto per discutere della partecipazione dei lavoratori nelle scelte aziendali. Una volta che è diventato presidente di Confindustria si è tutto fermato.

Si parla del ruolo politico del sindacato, ma quali sono i rapporti con la politica?

Quello che registro è la mancanza di volontà di dialogo da parte della politica. Questo lo vedo sia al livello regionale che nazionale. Il confronto con le parti sociali molto spesso diventa uno spot, ma poi raramente la politica ha la voglia di entrare nel concreto dei problemi. In questo modo difficilmente si pone rimedio alle diseguaglianze o si argina la povertà.

Venendo all’attualità politica, come valuta la scelta del presidente Mattarella di dare l’incarico a Mario Draghi per far nascere un nuovo governo?

Personalmente dopo il governo Monti, e i suoi effetti sulla previdenza e il mercato del lavoro, non avevamo bisogno di un altro governo tecnico. La scelta di Draghi, pur essendo un nome di alto profilo, mi lascia tiepido. Ovviamente sono consapevole della necessità del paese di avere un governo per affrontare la crisi sanitaria e gestire le risorse del Recovery Plan. Prima di dare una valutazione, è bene quindi vedere la strada che intraprenderà il nuovo esecutivo, sempre che riesca a nascere. La sua vicinanza a Ciampi potrebbe essere un passo in più nell’ottica di una ripresa della concertazione. Comunque è vitale che il nuovo governo riprenda, in modo serio, il confronto con le parti sociali.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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