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Home - Approfondimenti - Interviste - Pirani, così abbiamo vinto il Grande Slam dei contratti

Pirani, così abbiamo vinto il Grande Slam dei contratti

di Nunzia Penelope
28 Luglio 2022
in Interviste
Morti sul lavoro

di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele

Aumentare i salari, il grande tema su cui si concentra il dibattito politico e sociale, per il momento senza soluzione. Eppure un sistema c’è, ed è quello più semplice, diciamo fisiologico: cioè rinnovare i contratti, tenendo conto della situazione economica e dell’inflazione. È esattamente questa la strada seguita in queste ultime settimane dai sindacati di categoria dei chimici, rinnovando uno dopo l’altro tre importanti contratti, Chimica, Energia e petrolio ed Elettricità, tutti con aumenti salariali anche oltre l’inflazione, tra i 204 e i 243 euro. Ma non è finita: “a settembre – dice Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec, la categoria Uil dell’industria che raduna, tra l’altro, i settori chimici ed energetici – completeremo il nostro grande slam contrattuale col rinnovo del settore Gas e acqua. Abbiamo già fissato la riunione plenaria con le imprese per il giorno 29”. Per Pirani questo sarà anche l’ultimo contratto di una trentennale carriera di sindacalista: a ottobre concluderà col congresso di Bari il suo mandato di leader della Uiltec e si trasferirà al Cnel, di cui è già stato nominato consigliere. Buon momento, dunque, per fare il punto su questa ultima stagione contrattuale di successo, sviluppata, oltretutto, nel pieno di una crisi economica, bellica, energetica e politica.

 

Tra l’altro, Pirani, il 29 settembre è giusto pochi giorni dopo le elezioni politiche, pura coincidenza, si suppone, ma saranno giorni complessi.

Quando abbiamo fissato la data della plenaria non avevamo la minima idea che sarebbe arrivata questa folle crisi di governo e che si sarebbe andati al voto in settembre. Ma non credo proprio che questo avrà alcuna influenza sul nostro contratto. Così come non l’hanno avuta le turbolenze di queste settimane e mesi.

Eppure i settori di cui stiamo parlando non sono certo esenti da un impatto esterno: petrolio, gas, elettricità, sono coinvolti sia nella crisi innescata dalla guerra in Ucraina, che, ancora prima, dalla transizione ambientale.

I problemi infatti ci sono e sono molti. Per esempio, in nessun punto del Pnrr si parla di riconversione delle raffinerie, che con l’uscita dal petrolio dovranno chiudere o trovare una nuova missione. Mesi fa, assieme a Cgil e Cisl, avevamo convocato gli Stati generali dell’energia, con la partecipazione di tutte le aziende del settore, di molti ministri e del premier Draghi. Assieme alle aziende avevamo proposto un documento congiunto, concordato col ministro Cingolani, col quale avanzavamo numerosi progetti e proposte.

E poi?

E poi si è fermato tutto, la politica si è fermata, è scoppiata la guerra in Ucraina. E ora vedo che si sta tornando addirittura al carbone. In più c’è anche la crisi di governo. Quindi dire come finirà tutto questo è davvero impossibile.

E allora torniamo ai vostri contratti. Com’è che mentre tutti si disperano su come aumentare i salari, voi in poche settimane concludete tutti gli accordi? E non stiamo parlando di piccole cose, ma delle principali aziende italiane, di grandi multinazionali, e di soluzioni non solo sugli aumenti salariali, ma che toccano aspetti come i diritti della persona, e penso allo Statuto dell’Enel inserito nel contratto Elettrici, o dell’incremento del fondo pensione integrativo dei Chimici.

Partendo da lontano: il primo elemento a nostro favore fu la battaglia vinta ai tempi del Patto della fabbrica, quando ottenemmo che per gli aumenti salariali non ci si limitasse a introdurre meccanismi automatici ma si considerassero valide anche le prassi contrattuali. Il secondo e importante elemento sta proprio nelle prassi, che nel nostro settore sono caratterizzate, direi da sempre, da relazioni industriali partecipative e non conflittuali. Non a caso abbiamo l’Osservatorio sulle retribuzioni che ci consente di avere sempre un quadro esatto del settore, sia a livello nazionale che territoriale e, da questo ultimo rinnovo, anche aziendale. In questo contesto partecipato non è difficile chiudere un rinnovo nei tempi, talvolta addirittura prima della scadenza, e iniziare subito a valutare il prossimo. La contrattazione, in questo modo, diventa una cosa fisiologica, che si esercita senza strappi o drammi.

Detta cosi sembra l’uovo di colombo, ma allora perché questo modello, questo metodo win-win, non viene praticato da tutte le categorie?

Perché in altre categorie permane ancora un modello di relazioni conflittuale, appunto. Sono culture consolidate che non è semplice scardinare. In Federmeccanica, per esempio, solo dopo lo strappo della Fiat si iniziò a riflettere sulla possibilità di uscire dal vecchio schema del muro contro muro con i sindacati.

Mi scusi l’ingenuità, ma davvero non si potrebbe estendere in qualche modo questo modello partecipativo a tutti? Il governo, la politica, da mesi parlano di proteggere i salari, ma non vanno molto oltre i bonus.

La politica, lo dico con rammarico, sembra abbia perso del tutto il senso di cosa occorre, il senso della concretezza. Si insegue lo slogan del momento. Adesso è iniziata la campagna elettorale, ma anche prima tutti i partiti si sbracciavano a dire che bisogna sostenere famiglie e imprese. Ma non c’è un solo programma che specifichi esattamente, con numeri, dati, cosa si intende fare su fisco, previdenza, politica energetica, occupazione. Solo slogan. E purtroppo il tempo degli slogan cozza con la concretezza che il tempo che viviamo richiede. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo tradotto in azione reale la difesa del salario. E ci siamo occupati anche di diritti, di pensioni. Lo facciamo per i nostri rappresentati, e per quel che possiamo, nei nostri confini, per quanto ci compete, e so che non basta. Ma faccio notare che questa è anche una buona politica riformista, rispetto al massimalismo e alla perdita di realtà della politica dei partiti.

Altro tema di cui molto si parla sono i contratti pirata. Per combatterli si immagina, o si immaginava, di introdurre un salario minimo. Secondo lei sarebbe una soluzione?

No, direi che non sarebbe una soluzione. A parte la complessità di trovare un meccanismo adeguato, e non mi pare che le proposte sul tappeto lo fossero, resta che i contratti pirata sono un fenomeno abbastanza marginale: certamente vanno combattuti, perché puntano comunque a scardinare i contratti nazionali, ma sapendo che riguardano un numero ridottissimo di lavoratori.

Vero, stando ai dati i contratti pirata, pur numerosi, coinvolgerebbero complessivamente appena lo 0,3 per cento dell’intera platea di lavoratori. Ma d’altra parte il lavoro povero esiste ed è sotto gli occhi di tutti: mi chiedo quale sia allora la ragione, se i contratti pirata non contano granché.

Più che dei contratti pirata, mi occuperei dei contratti in nero, ovvero quelli che apparentemente sono contratti nazionali regolari, ma che in concreto non vengono applicati. È quella che si può definire “elusione contrattuale”, non meno grave di quella fiscale. Penso che sarebbe utile analizzare la reale applicazione dei contratti nazionali perché in alcuni settori come la logistica, il terziario, la raccolta agricola, l’elusione sta diventando dominante, e incentiva il lavoro povero. Che peraltro trova le sue origini anche in altre cause.

Per esempio quali?

Per esempio in certe scelte di sviluppo del nostro paese, che hanno visto lo spostamento della manifattura verso il Far East, mentre qui si incrementavano finanza, logistica e terziario. Settori caratterizzati da un iperliberismo che ha portato alla deregulation totale. A cui ora si cerca di mettere qualche “pezza”, vedi i casi dei rider, o della logistica di Amazon. Utile, ma non risolutivo.

Molti accusano anche le varie riforme del lavoro, sempre più lasche in tema di diritti e protezioni. Ma i sindacati avranno anche loro qualche responsabilità: magari nel non aver visto certi fenomeni, o nel non aver saputo come fronteggiarli?

Sono tutti fenomeni che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, ma che non abbiamo governato. Inoltre, indubbiamente si è creato, negli anni, un cortocircuito tra azione politica – ogni governo, da decenni, appena arriva fa la sua riforma del lavoro – e scarsa responsabilizzazione dei sistemi di impresa. A cui si aggiunge il cambiamento del mix delle forze lavoro, con l’aumento degli extracomunitari, più facilmente vittime di sfruttamento, e con un aumento di una rappresentanza di questi ultimi, spesso discutibile nei metodi, da parte dei sindacati di base e autonomi. Ma certamente tutti hanno parti di responsabilità. C’è per esempio, in taluni settori, una dinamica contrattuale arretrata: non si può accettare, per esempio, che certi contratti ritardino i rinnovi di anni e anni. E ci sono, peraltro, anche contratti onnicomprensivi, che purtroppo, indirettamente, favoriscono la precarizzazione del lavoro, la scarsa sicurezza e gli incidenti, la ridotta rappresentanza, e dunque il lavoro povero. Come ho detto: tutti hanno la loro parte di responsabilità. Ma per citare Gramsci, aggiungerei: quando tutto sembra perduto, è proprio quello il momento di ricominciare a lavorare e andare avanti”.

Nunzia Penelope

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