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Home - Approfondimenti - Analisi - Più costi e meno profitti: Federmeccanica fa il punto in vista del contratto

Più costi e meno profitti: Federmeccanica fa il punto in vista del contratto

di Fernando Liuzzi
13 Marzo 2024
in Analisi
Più costi e meno profitti: Federmeccanica fa il punto in vista del contratto

La conferenza stampa di Federmeccanica: da sinistra Ezio Civitareale (Responsabile Rapporti economici), Stefano Franchi (Direttore Generale), Federico Visentin (Presidente); in collegamento Diego Andreis (Vicepresidente).

Non si è forse mai visto che, alla vigilia di un impegnativo confronto contrattuale con le organizzazioni sindacali dei lavoratori, un’associazione imprenditoriale si metta a dire che, per le imprese ad essa associate, gli affari stanno andando a gonfie vele. Infatti, non risulta che le imprese abbiano mai cercato di stimolare gli appetiti rivendicativi dei sindacati.

Ora, come è noto, entro la prima metà del prossimo mese di aprile, i sindacati dei metalmeccanici italiani porteranno a compimento l’ampia consultazione che hanno avviato nelle fabbriche sulla bozza di piattaforma messa a punto, nel febbraio scorso, in vista dell’imminente rinnovo contrattuale. E tuttavia, non ci sentiamo di ipotizzare che l’insistenza con cui i massimi dirigenti di Federmeccanica hanno sottolineato i dati non positivi relativi alla nostra industria metalmeccanica, raccolti nell’Indagine congiunturale presentata ieri a Roma, sia dovuta a una scelta tattica di natura preventiva. E ciò per vari motivi.

Innanzitutto, perché c’è una continuità fra i dati contenuti nell’indagine congiunturale n. 168, quella presentata il 14 dicembre scorso, e quelli contenuti nell’edizione n. 169, quella presentata ieri. In secondo luogo, perché c’è una coerenza fra i ragionamenti analitici già svolti da Federmeccanica nel recente passato e quelli svolti ieri. E in terzo luogo, perché i caratteri non confortanti di questi dati hanno offerto al Presidente di Federmeccanica, Federico Visentin, l’occasione per rivolgersi direttamente, in termini critici, al Governo italiano. Cosa non frequente in questi periodici appuntamenti con le indagini trimestrali dell’associazione delle imprese metalmeccaniche e meccatroniche.

Ma cominciamo dai dati.

Primo punto. L’indagine congiunturale n. 169, quella di cui stiamo parlando, ci dice che, nel 2023, la produzione industriale italiana, complessivamente intesa, è in decrescita “chiudendo l’anno con un -2,9% rispetto al 2022”.

Fra le cause di questo arretramento, i “fattori di forte criticità” ricordati da Federmeccanica: “i conflitti in corso, con tensioni geopolitiche crescenti”, le “ripercussioni negative” che tali conflitti hanno “sulle catene di approvvigionamento”, nonché “i costi del credito, ancora elevati”.

Secondo punto. Nel settore metalmeccanico, la situazione si presenta meno negativa di quella relativa all’insieme dell’industria. Qui, infatti, i volumi produttivi, nel 2023, sono “mediamente diminuiti dello 0,7% rispetto al 2022”. Tuttavia, per consentirci di cogliere appieno il valore di questa diminuzione, apparentemente non grave, Federmeccanica ci ricorda che, nella media dei Paesi dell’Unione Europea, tali volumi sono cresciuti, sempre nel 2023, dello 0,5%.

Ancor più rilevante, poi, il confronto con altri importanti Paesi industriali della UE: nello stesso 2023, i volumi produttivi della metalmeccanica/meccatronica sono cresciuti del 2,0% in Germania, del 3,8% in Spagna e del 4,5% in Francia. E quindi, visti questi dati, crediamo di poter dire che, relativamente, l’industria metalmeccanica italiana ha perso non poco terreno.

Terzo punto. Come è noto, l’export è uno dei punti di forza della nostra industria metalmeccanica. Purtroppo però, come osserva Federmeccanica, “a causa delle crescenti tensioni globali che hanno caratterizzato il 2023”, la “frenata del commercio mondiale (…) ha avuto riflessi negativi sugli scambi internazionali del nostro Paese”. Infatti, nel 2023 “le esportazioni metalmeccaniche”, se confrontate con quelle del 2022, sono sì cresciute del 2,7%, ma questa crescita è notevolmente inferiore a quella verificatasi nell’anno precedente. Infatti, tali esportazioni, nel 2022, erano cresciute di un +14,5% rispetto al 2021.

Siamo dunque di fronte a un “rallentamento dell’export”. Rallentamento che “è stato ben evidenziato dalla dinamica discendente delle vendite all’estero che sono costantemente diminuite nei singoli trimestri, fino a diventare negative nel quarto trimestre 2023 (-1,1%)”.

Quarto punto. Fin qui, abbiamo visto i dati relativi all’insieme del 2023. Per ciò che riguarda poi, più specificamente, il quarto trimestre dell’anno scorso, secondo Federmeccanica, i risultati dell’indagine n. 169 rilevano una persistente “debolezza” dell’attività produttiva. Infatti, mentre alla fine del terzo trimestre 2023, il numero delle imprese intervistate che dichiaravano di avere un portafoglio ordini in miglioramento era pari al 25% del totale, alla fine del quarto trimestre tale numero si è contratto al 23%. Inoltre, la quota delle imprese che “prospettano una stazionarietà dei livelli di produzione” sale al 52% dal 46% della precedente rilevazione. Mentre “giudizi negativi sul livello degli ordini prevalgono nelle piccole e medie imprese”.

Infine, per ciò che riguarda le prospettive dell’occupazione, solo il 20% delle imprese intervistate “presume di dover aumentare, nel corso dei prossimi sei mesi, gli attuali livelli occupazionali”. Ciò “a fronte del 67%” di tali imprese che ritiene di dover lasciare “inalterati” tali livelli e del 19% che, invece, prevede una loro “riduzione”.

Quinto punto. E veniamo, adesso, a quella che, forse, è la preoccupazione più acuta per Federmeccanica. Una preoccupazione cui, ieri, ha dato voce Diego Andreis, Vicepresidente dell’Associazione, collegato da remoto all’albergo romano che ha ospitato la conferenza stampa di presentazione dell’indagine. Proseguendo e implementando un ragionamento che aveva già avviato nella presentazione dell’Indagine congiunturale n. 168, Andreis ha denunciato “l’impatto che l’incremento dei costi ha avuto e continua ad avere sulla marginalità delle nostre imprese”. E ha proseguito affermando che “più del 60% delle nostre aziende ha un Margine Operativo Lordo sul fatturato inferiore al 10%, soglia che delimita una zona rossa dalla quale si deve uscire”. Aggiungendo che “è estremamente preoccupante trovare addirittura più del 30% delle imprese sotto il 5% di MOL”, con un “alto rischio di scendere sotto il livello di sopravvivenza”.

“L’incremento dei costi che abbiamo subìto in questi anni – ha poi spiegato Andreis – ha eroso la profittabilità della stragrande maggioranza delle nostre imprese, quasi il 70%.” Infatti, ha aggiunto il Vicepresidente di Federmeccanica, sono pochissime “le aziende che hanno trasferito l’incremento dei costi sui prezzi dei loro prodotti. Una fetta molto significativa delle nostre imprese, più del 30%, non ha scaricato a valle alcun incremento dei costi, e si arriva alla quasi totalità considerando anche la parte di aziende che ha operato un trasferimento parziale sui prezzi”.

E qui, nel ragionamento di Andreis, si arriva all’unico riferimento, sia pure relativamente indiretto, a uno dei temi che sarà verosimilmente al centro della prossima trattativa contrattuale: “Tante, troppe imprese si trovano strette tra incremento dei costi e mancato aumento dei prezzi dei loro prodotti. Tantissime aziende hanno assorbito buona parte dell’inflazione, finendo per pagarla due volte dopo aver adeguato ex post i salari dei propri collaboratori all’Ipca Nei (Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi della UE, al netto dei beni energetici importati)”.

Morale della favola: “È facile comprendere quanto tutto questo possa comportare per chi aveva già una marginalità molto bassa. Aziende con marginalità in contrazione sono aziende che perdono sempre più capacità, ma anche propensione all’investimento”. E ciò “in un contesto dove investimenti in tecnologia e competenze sono fondamentali per avere un futuro”.

Sesto punto. In conclusione della presentazione dell’indagine, ha preso la parola il Presidente di Federmeccanica, Federico Visentin. Il quale, sia pure col suo tono pacato, ha lanciato un vero e proprio allarme: “Italia – ha detto – abbiamo un problema! Si chiama competitività”. I dati “della nostra indagine”, ha poi aggiunto, “parlano chiaro: stiamo perdendo competitività. E questo è un problema, un grande problema. Gli altri Paesi europei nostri concorrenti hanno aumentato la loro produzione industriale, il nostro Paese l’ha ridotta”.

Visentin ha poi sottolineato un fenomeno che abbiamo già visto: “Le esportazioni, che per la metalmeccanica/meccatronica sono da sempre un fondamentale volano di crescita, hanno prima rallentato il passo con un incremento via, via minore, fino ad arretrare nell’ultimo trimestre del 2023. Vedere il segno più davanti all’export con la doppia cifra era una costante. Osservare, nel corso del tempo, il passaggio a una cifra e infine al segno meno impressiona, fa riflettere e ci deve far agire. La competitività della nostra industria sarà la nostra assoluta priorità e lo deve essere per tutti: è in gioco il futuro di tutti noi, non solo della metalmeccanica/meccatronica”.

E qui i massimi dirigenti di Federmeccanica hanno chiamato in causa il Governo. Andreis ha ricordato che “da tempo chiediamo che ci siano interventi strutturali sul cuneo fiscale”, ovvero interventi che “possano comportare benefici sia per i collaboratori, che per le imprese”. Mentre Visentin, dopo aver affermato che “un Governo che volesse aiutare le imprese dovrebbe contenere i costi dell’energia e occuparsi dei tassi troppo alti”, ha sollevato la questione degli aiuti governativi volti a consentire alle imprese di affrontare i costi della transizione digitale. Atteso che l’ultima proroga della cosiddetta Industria 4.0, l’efficace provvedimento volto a sostenere le attività di innovazione delle imprese – voluto da Carlo Calenda quando era ministro dello Sviluppo Economico – è scaduta a fine novembre 2023, Visentin ha lamentato che a metà marzo del 2024 non sia ancora stato messo a punto un nuovo provvedimento di legge relativo alla cosiddetta Industria 5.0. E ha anche avanzato il timore che le nuove norme rendano troppo difficile per molte imprese, e specie per quelle di minori dimensioni, mettere a punto le pratiche necessarie per avere gli auspicati benefici fiscali.

Insomma, stando a ciò che dice il Governo, che peraltro influenza molti mezzi di informazione, le cose non vanno poi così male, per l’economia del nostro Paese. E d’altra parte, non è che, dalle forze di opposizione, si ascoltino approfondite analisi che vadano in senso contrario. Ma il confronto con i dati di un singolo settore – ancorché rilevante come quello dell’industria metalmeccanica e della installazione di impianti – messi insieme e dotati di un senso da un’associazione imprenditoriale come Federmeccanica, può indurre pensieri diversi. In realtà, i problemi che stanno davanti al nostro sistema produttivo sono molto seri. Purtroppo, il dibattito pubblico sembra concentrarsi su altre questioni, non sempre così rilevanti.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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