Dalla seconda metà del 2021, come le altre maggiori economie europee, l’Italia ha affrontato l’aumento dei prezzi originato dalle materie prime importate, seguito a fine 2022 da un rapido processo di raffreddamento che si è rafforzato nel 2023. L’inflazione ha avuto effetti differenziati sulle imprese e, in particolare, sulle famiglie, con le retribuzioni che non hanno tenuto il passo, riducendo il potere di acquisto soprattutto delle fasce di popolazione meno abbienti. E’ quanto rileva il rapporto annuale dell’Istat.
In Particolare, nel triennio 2021-2023 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 4,7% e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo del 17,3%. La dinamica delle retribuzioni è tornata a superare quella dei prezzi da ottobre 2023 grazie alla decelerazione dell’inflazione. Questa tendenza si conferma nel primo trimestre del 2024.
Tra il 2019 e il 2023 il reddito disponibile delle famiglie a prezzi correnti è cresciuto del 13,5%. A prezzi costanti è invece diminuito dell’1% rispetto al 2019. Il mantenimento del volume dei consumi nonostante la riduzione del potere d’acquisto ha comportato una riduzione della propensione al risparmio fino al 6,3% del 2023 contro l’8,1% del 2019. L’aumento dei prezzi, fortemente differenziato tra i prodotti, e particolarmente elevato per i beni primari quali alimentari ed energia, ha avuto un impatto maggiore sulle famiglie appartenenti alla classe di spesa più bassa (primo quinto) e minore su quella più alta (quinto superiore). Il divario tra questi due gruppi, fatto 100 il livello dei prezzi di inizio 2021, ha raggiunto 9,7 punti a novembre 2022, scendendo fino a 4,4 punti a marzo 2024.
Gli choc dell’ultimo quadriennio si sono riflessi anche in cambiamenti nella composizione della spesa per consumi. Secondo le stime preliminari dell’indagine sulle spese delle famiglie, tra 2019 e 2023 è aumentato il peso delle spese per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (inclusi interventi di ristrutturazione) e per i prodotti alimentari e bevande analcoliche tra le voci più rilevanti, e di quelle per alberghi e ristoranti; mentre si è ridotto sensibilmente quello delle spese per abbigliamento e calzature e per ricreazione, sport e cultura.
Nonostante i miglioramenti osservati sul mercato del lavoro negli ultimi anni, l’Italia conserva una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica. Tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in Italia è diminuito del 4,5% mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania.
I dipendenti delle imprese private extra-agricole che nel 2022 si collocano nella fascia a bassa retribuzione annuale, sotto una soglia pari al 60% del valore mediano, sono 4,4 milioni (poco meno del 30% del totale), con un’incidenza molto maggiore per i dipendenti con contratti non standard, soprattutto a termine e a tempo parziale. Giovani, donne e stranieri sono gli individui che più si associano a criticità retributive.
Nell’arco temporale tra il 2015 e il 2022, tra i 7,7 milioni di dipendenti delle imprese private extra-agricole con segnali di occupazione in tutti gli anni del periodo osservato, 2,3 milioni hanno sperimentato periodi di bassa retribuzione annuale. Poco meno del 40% di questi è riuscito a emanciparsi da questa condizione stabilmente a partire dal 2019. Secondo i dati dell’indagine sul reddito e le condizioni di vita nel 2022 la quota di occupati a rischio di povertà in Italia è all’11,5%; nell’Ue27 è l’8,5% del totale.
Il peso dell’occupazione a tempo parziale è cresciuto quasi ininterrottamente. È aumentata l’occupazione femminile e quella delle fasce più anziane, in relazione all’allungamento della vita e al posticipo dell’età pensionabile, mentre si è ridotta quella delle fasce più giovani. La forza lavoro è oggi più istruita. Si è verificata anche una ricomposizione dell’occupazione verso le attività terziarie.
La direzione di questi cambiamenti, spiega l’istituto di statistica, è stata quasi sempre simile nelle grandi economie europee, anche se spesso con ritmi diversi. In alcuni casi la distanza dell’Italia con gli altri paesi si è accorciata o annullata; in altri resta ancora ampia. Le retribuzioni reali, in associazione col debole andamento della produttività, sono aumentate molto lentamente, e nel recente episodio inflazionistico hanno perso terreno.
I cambiamenti osservati nel lavoro sono, infine, strettamente connessi a quelli del tessuto economico, che è andato incontro a una ricomposizione settoriale e a un consolidamento del sistema all’interno di ciascuna attività, a vantaggio di quelle imprese che meglio hanno saputo cogliere i cambiamenti delle condizioni competitive, con maggior capacità di innovazione e, insieme, di attrarre forza lavoro istruita, contribuendo così alla crescita dell’occupazione e della sua qualità. La soddisfazione per il lavoro dichiarata dagli occupati varia in funzione delle caratteristiche delle imprese in cui si lavora, mostrando l’importanza, anche da questa prospettiva, del miglioramento delle caratteristiche strutturali del sistema produttivo.
In Italia la quota dei occupati part-time (17,6% del totale) è in linea con la media dell’Ue27, superiore a quella di Francia e Spagna (rispettivamente 16,6% e 13,2%) e molto inferiore a quella della Germania (28,8%). Per le donne l’incidenza del part-time è quattro volte superiore a quella degli uomini (rispettivamente 31,4% e 7,4%).
Nel 2023 oltre la metà dei lavoratori a tempo parziale nella classe 15-64 anni (il 54,8%) vorrebbe lavorare di più. L’incidenza raggiunge quasi il 70% tra gli uomini e a quasi 9 su 10 per quelli residenti nel Mezzogiorno. Tra le maggiori economie europee, la quota di part-time involontario nel 2022 (ultimo anno per cui è disponibile il confronto) era del 57,9% in Italia, il 50,8% in Spagna, il 25,9% in Francia e il 6,1% in Germania.
Nell’analisi a livello generazionale, l’Istat rileva che negli ultimi 10 anni più una persona è giovane, più è probabile che abbia difficoltà. “La situazione si è invertita alla fine degli anni 2000: la grande recessione ha penalizzato di più le giovani generazioni”.
Per l’effetto del forte rialzo dell’inflazione degli ultimi tre anni, le spese per consumo delle famiglie sono diminuite in termini reali ed è aumentata la distanza tra le famiglie più e meno abbienti. Questo aumento della sofferenza economica – spiega l’Istituto – si è riflessa nel contemporaneo peggioramento degli indicatori di povertà assoluta, che ha colpito nel 2023 il 9,8 per cento della popolazione, un dato più alto di circa tre punti percentuali rispetto al 2014. L’incremento di povertà assoluta ha riguardato principalmente le fasce di popolazione in età lavorativa e i loro figli. Il reddito da lavoro, in particolare quello da lavoro dipendente, ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio economico. Gli indicatori di povertà negli ultimi 10 anni mostrano una convergenza territoriale tra le ripartizioni, ma verso una situazione di peggioramento.
“L’età adulta, oggi non può più essere considerata sinonimo di stabilità e certezze acquisite. D’altro canto, però, la diffusione crescente di stili di vita sani ha aumentato gli anni di vita in salute, influenzando positivamente la qualità della vita, anche nelle età più avanzate e dimostrando che è possibile rimanere attivi per gran parte della vita. La diffusione dell’uso di Internet e delle nuove tecnologie sta cambiando le nostre abitudini quotidiane. Sebbene la rivoluzione digitale coinvolga sempre più persone, persistono disuguaglianze nell’accesso e nelle competenze digitali. Le generazioni più giovani – conclude l’Istat – hanno visto migliorare molteplici dimensioni della loro vita quotidiana; di fronte alle grandi sfide del nostro tempo esprimono elevati livelli di soddisfazione per la loro vita e alti livelli di partecipazione sociale”.
e.m.

























