Il Premio Biella Letteratura e Industria, promosso da Città Studi Biella, è il primo riconoscimento in Italia dedicato a romanzi e saggi capaci di raccontare le trasformazioni economiche e sociali e il rapporto tra cultura d’impresa e letteratura. Giunto alla sua XXV edizione, il premio nel 2026 è dedicato alla saggistica. I cinque finalisti sono Manfredi Alberti con Il lavoro in Italia – Un profilo storico dall’Unità a oggi (Carocci), Valerio Cerretano con La Snia Viscosa. Storia di una grande impresa. L’industria del raion, 1917-1954 (Il Mulino), Beniamino Andrea Piccone con Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi , Linda Laura Sabbadini con Il Paese che conta. Come i numeri raccontano la nostra storia (Marsilio) e Luciano Segreto ne Il costruttore e il giocatore. Serafino Ferruzzi, Raul Gardini e la fine di un grande gruppo industriale (Feltrinelli). L’incontro di presentazione al pubblico si terrà sabato 13 giugno 2025 presso la Biblioteca Civica di Biella, mentre la cerimonia conclusiva, con la premiazione dei vincitori di tutte le sezioni, si terrà sabato 21 novembre 2026 all’Auditorium di Città Studi. In questa intervista, il Presidente Paolo Piana racconta come in questi 25 anni è cambiato il modo di raccontare il lavoro, impresa e società.
Partiamo da questo traguardo: 25 edizioni. In questi anni, come è cambiato il modo in cui il premio racconta il rapporto tra letteratura e industria?
Il ruolo del premio è proprio raccontare il cambiamento nella sua continuità. Abbiamo tutti l’ambizione di intravedere il futuro leggendo il passato. Uno degli scopi principali non è tanto quello di verbalizzare ciò che è avvenuto ma, leggendo i trend e i cambiamenti che avvengono, cercare di capire cosa ci succederà. Il Premio Biella questo lo fa bene perché gli autori sono sempre in linea con l’evoluzione della società, degli atteggiamenti, del modo di sentire e seguendoli nei loro ragionamenti si riesce a registrare questo cambiamento continuo.
Come collimano lavoro e letteratura?
Per quanto non sia “divertente” parlarne, il lavoro è una grossa parte della vita di ciascuno di noi, eppure resta un tema trascurato. Ma leggerne aiuta a vivere meglio quella fase della vita in cui occupa una fetta importante di tempo. Anche perché, a dispetto dei cambiamenti, il lavoro continua a essere un elemento identitario degli individui, quindi conoscerlo aiuta anche a conoscersi meglio.
Questa edizione è dedicata alla saggistica, strumento interpretativo “forte” rispetto alla letteratura. In questa congiuntura storica serve una lettura più strutturata dei meccanismi del lavoro?
La premessa è giusta. C’è una sorta di filo rosso che lega moltissime opere che si sono candidate quest’anno – così come quelle selezionate – ed è la valorizzazione delle persone portatrici di valori, di visione, di merito. Veniamo da questo nefasto periodo dell’“uno vale uno”. Quest’anno ho colto un diffuso interesse a ricercare quelle figure che hanno rappresentato qualcosa di meglio, nel senso nel senso di persone capaci di apportare un contributo concreto al progresso della società, al miglioramento della vita delle persone e alla costruzione di una comunità più giusta e consapevole. Si è passati dall’appiattimento allo sforzo nel cercare le ragioni del merito. Questo lo leggo come una preconizzazione, perché gli autori, come spesso succede, danno delle chiavi di lettura anticipata.
Affrontando temi diversi, la prospettiva dei saggi selezionati è storico-documentale. Qual è l’elemento che li tiene insieme?
Un filo rosso che dal passato approda al presente. Poi il resto diventa interpretazione di ciò che può accadere domani. Se l’indicazione è precisa, anche la lettura del futuro diventa significativa, soprattutto nel contributo che si può dare ai giovani: a quelli che sono interessati a capire come muoversi per vivere meglio la vita che hanno davanti.
In questi 25 anni, la messa in dialogo tra cultura industriale e letteratura ci ha resi più critici e consapevoli dei cambiamenti oppure continuiamo a subirli?
Secondo me c’è molta più maturità. In 25 anni siamo passati dalla critica generalizzata all’industria e al lavoro — che poi si risolveva in rifiuto — e che anticipava la crisi industriale, a opere che sono ritornate a recuperare che cosa c’era di buono, senza tuttavia perdere la capacità critica acquisita. È stato questo il vero passo avanti: non passare da un estremo a un altro. Per questo trovo interessante il recupero di figure o visioni che rimettono al centro il concetto di merito. Se andiamo indietro di appena dieci o quindici anni, non c’era nulla di ciò e un autore che si fosse messo in una posizione diversa appariva dissonante. C’è molta più centralità delle posizioni e questo, per me, è segno di maturità.
Le sue osservazioni come si conciliano con il cambiamento che c’è stato nella fase post-Covid, con fenomeni come il quiet quitting o le grandi dimissioni, in cui da parte dei lavoratori c’è stata una sorta di rifiuto del lavoro?
Celebreremo il venticinquennale del premio mettendo al centro proprio il tema di come i dipendenti hanno cambiato la loro percezione del lavoro. Veniamo da anni in cui il lavoro era un valore, in cui erano meritorie situazioni in cui il posto in azienda si tramandava di padre in figlio. Oggi siamo approdati a un diffuso senso di disinteresse da parte di chi ha un impiego, quando non di svalutazione. Ma pensiamo anche a quanto è cambiato l’atteggiamento degli imprenditori rispetto alle aziende. Veniamo da anni in cui le aziende erano patrimonio di famiglia a un contemporaneo in cui i giovani ragionano con disinvoltura di startup dalle quali eventualmente si distaccheranno. Quindi da entrambi i lati è cambiato tanto, ma faccio fatica a vedere il futuro di questi due trend. L’obiettivo di questo approfondimento è proprio quello di capire in che direzione stiamo andando.
Che ruolo gioca una città come Biella — con la sua storia industriale — nel dare senso e concretezza a un premio di questo tipo?
Quando è nato, nel 2001, un premio letterario sull’industria e sul lavoro a Biella era un’idea assolutamente coerente con la cultura del territorio, che ha sempre avuto da una parte un alto tasso di imprenditorialità e, dall’altra, un grande attaccamento da parte di tutti i lavoratori, a qualunque livello. Certo in 25 anni qualcosa si è affievolito – in passato le aree industriali erano molto più concentrate e il Paese si divideva in aree specificamente industriali e altre a vocazione diversa. Oggi la produzione industriale si è distribuita lungo tutto il Paese si è distribuito tutto, quindi l’emergere di una particolarità così specifica non è più possibile. Però restano le forti radici valoriali, sia rispetto all’impresa sia rispetto al lavoro.
In una congiuntura storica come questa, in cui il dibattito pubblico è molto polarizzato e i lettori sono sempre meno, qual è il significato culturale che si vuole lanciare con un’iniziativa come questa?
Il fatto che i libri non siano sulla cresta dell’onda è una condizione che ormai noi subiamo. Per questo siamo l’unico premio letterario in Italia che trasforma l’opera vincitrice in un musical di 15 minuti. Diffondere i libri è difficile e questo può essere un modo per avvicinare potenziali lettori attraverso una forma di comunicazione più immediata.
L’iniziativa rientra nella Settimana della Cultura di Impresa, una manifestazione nazionale promossa da Confindustria. In cosa consiste?
La Settimana della Cultura d’Impresa di Confindustria è una cornice che serve a far sì che le agende concentrino delle attività affini nello stesso periodo. E fortunatamente, devo dire, perché i premi consolidano un’agenda che non può che ripetersi di anno in anno. La comunicazione sull’argomento, in generale, in questa settimana è aumentata e tutta l’attività che nell’ambito di Confindustria viene fatta riguardo alla cultura, concentrata in questo periodo, finisce con l’essere sottolineata.
Elettra Raffaela Melucci


























