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Home - Approfondimenti - La nota - Industria, lavoratori e sindacati in piazza a Bruxelles per “un vero piano industriale europeo”

Industria, lavoratori e sindacati in piazza a Bruxelles per “un vero piano industriale europeo”

di Emanuele Ghiani
5 Febbraio 2025
in La nota
Durante (Cgil), l’Europa è un gigante economico e sociale che rischia l’autolesionismo

La grande manifestazione europea organizzata da IndustriAll Europe, il sindacato europeo dell’industria, per rivendicare un vero piano industriale europeo si è presa Bruxelles. Un’ampia rappresentanza di lavoratrici e lavoratori dell’industria metalmeccanica e dell’installazione di impianti, della chimica-farmaceutica, dell’energia, della gomma e della plastica, della ceramica e del vetro e della moda di Fim, Fiom, Uilm, Filctem, Femca, Uiltec si è riunita sotto la sede del Consiglio europeo portando all’attenzione la mancanza di una chiara strategia e di un piano industriale europeo, di decisioni aziendali sbagliate e di ritardi negli investimenti nell’industria. “La deindustrializzazione non è più una minaccia, ma una realtà”.

“La manifestazione di oggi a Bruxelles è l`ennesimo grido di allarme che il mondo del lavoro industriale lancia tanto alle Istituzioni europee che a quelle nazionali: basta austerità e deregolamentazione del mercato del lavoro, basta con gli accordi commerciali iniqui e con la concorrenza sleale e sì ad un vero e proprio piano industriale europeo che, attraverso una moratoria sui licenziamenti e un nuovo ruolo pubblico sia in grado di proteggere il lavoro in Europa e in Italia”. È quanto afferma il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, presente alla manifestazione.

Per il dirigente sindacale “l`Europa, e ancor più il nostro Paese, hanno bisogno di un programma di investimenti pubblici che sia in grado di rilanciare le attività industriali e manifatturiere e che sappia dispiegare un piano di interventi a supporto della produzione, a cominciare dai grandi asset a partecipazione pubblica”.

Gesmundo chiede poi che “finisca questo penoso scaricabarile con cui, come nel caso del nostro Governo e del Ministro Urso, si continua a rimandare ad altre responsabilità sovranazionali la soluzione di una delle più gravi crisi della produzione del dopoguerra: c`è bisogno di coerenza, determinazione e soprattutto di un nuovo protagonismo pubblico”.

“Tutti gli Stati, l`Italia in primis, – ribadisce il segretario confederale della Cgil – concorrano all`adozione di un `piano industriale Europeo` sostenuto e alimentato da un fondo sovrano, intervengano immediatamente sul costo dell`energia e sul riordino del sistema, introducano un nuovo ammortizzatore sociale per la transizione, riducano l`orario di lavoro anche come strumento di governo dei processi, e sostengano imprese innovative e di qualità legate alle transizioni implementando in maniera importante la ricerca di base e quella applicata all`innovazione”.

“Di questo c`è bisogno, non di altro. Non sicuramente di ammiccare alle politiche di Trump sui dazi, scelta che, con la complicità e la responsabilità della Presidente Meloni, non farebbe che accentuare la crisi fino a farla deflagrare irrimediabilmente”, conclude Gesmundo.

Cinque le richieste dei sindacati per un vero piano industriale europeo: investire nella formazione delle lavoratrici e dei lavoratori per garantire una giusta transizione ed evitare licenziamenti; prevedere una politica industriale con forti investimenti pubblici per una crescita inclusiva  a condizionalità sociali integrate in tutti gli investimenti pubblici; investire in reti e infrastrutture moderne per un’energia stabile, conveniente, affidabile e a basse emissioni di carbonio; rafforzare la contrattazione collettiva e la partecipazione dei lavoratori al processo decisionale; garantire pratiche di acquisto eque e la due diligence sui diritti umani lungo le catene di fornitura.

“Per noi è necessario che la transizione green e digitale venga gestita senza approcci ideologici e senza posizioni sovraniste”, afferma il segretario nazionale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, presente alla manifestazione. “Serve una politica industriale comune europea che metta al centro sostenibilità sociale e ambientale insieme ad investimenti, formazione e ammortizzatori sociali per i lavoratori impedendo licenziamenti e chiusure di stabilimenti. Non possiamo immaginare di gestire da soli chiusi nei nostri Stati nazionali la rivoluzione digitale, green ed energetica in atto, dentro uno scenario geopolitico che vede l’Europa schiacciata tra USA e Cina”.

Ed è per questo che sindacati e lavoratori sono a Bruxelles. “Il Vecchio continente dal 2020 a oggi, ha perso già 186.000 posti di lavoro nel solo settore dell’automotive in particolare nella componentistica, per questo abbiamo chiesto che vengano riviste le multe sui limiti delle emissioniche condannerebbero a morte certa la nostra industria dell’auto. Su tutti i settori dall’auto, alla siderurgia, all’elettrodomestico, occorre avere un approccio meno ideologico, che affronti in maniera convinta una politica industriale, compatibile dal punto di vista sociale, con la transizione ambientale e digitale”.

Posta la condivisione di una maggiore sostenibilità ambientale, per Uliano è errato l’approccio intrapreso in questi anni: “Occorre sviluppare con politiche industriali e sociali in grado di aiutare le imprese e le persone coinvolte, altrimenti si rischia il disfacimento dell’intero tessuto industriale e sociale dell’Europa. Il costo dell’energia è al primo posto rispetto alla possibilità che le nostre imprese possano essere competitive a cui si si sommano gli investimenti in tecnologia su cui siamo in forte ritardo rispetto a USA e Cina soprattutto su AI il cui impatto sarà pesante anche in termini occupazionali. Proprio su quest’ultimo punto sarà necessario investire moltissimo in formazione e ricerca, oltre che in ammortizzatori sociali che permettano di tenere dentro il lavoro le persone che verranno impattate”.

“Su settori cruciali come auto, elettrodomestico, difesa, siderurgia, microelettronica, spazio, bisogna avere una politica industriale comune- ribadisce il segretario nazionale della Fim -. L’Europa si regge su una coesione sociale frutto di un benessere alimentato dal suo PIL di oltre 17mila miliardi di euro a cui l’industria e i suoi lavoratori, con il 16,5% contribuiscono in buona parte. L’industria poi oltre al lavoro significa anche brevetti, ricerca, nuove tecnologie”.

“L’Italia è uno dei paesi UE insieme a Germani a Francia ad essere maggiormente colpito dalle politiche del green deal – aggiunge infine Uliano -. Gran parte della sua industria dall’auto, alla siderurgia, alla termomeccanica, all’impiantistica è legata alla transizione green per questo abbiamo chiesto ai parlamentari che nel pomeriggio di oggi ci hanno accolto di lavorare unitariamente alla revisione del green deal secondo i 5 punti che insieme ad IndustriAll abbiamo chiesto integrandoli con politiche di sostegno per finanziare formazione e ammortizzatori extra ai quali dovremmo necessariamente ricorrere nei prossimi anni”.

Presente anche il segretario generale della Uil, Rocco Palombella: “Oggi siamo a Bruxelles, insieme con migliaia di lavoratori europei, per dire all’Europa di fermarsi, non si può continuare così. La commissione deve mettere in campo interventi urgenti e concreti per gestire gli effetti della transizione ecologica perché, se si continuerà come accade da anni, avremo conseguenze devastanti, con intere filiere industriali cancellate e decine di migliaia di posti di lavoro persi. La transizione ecologica deve essere gestita e non può rappresentare la fine della manifattura, la messa in discussione di diritti, occupazione e dignità di milioni di lavoratori. Le istituzioni europee lo devono capire e fermarsi finché si è in tempo. Se non lo capiranno, glielo faremo capire noi in ogni modo e con ogni mezzo”.

Al termine della manifestazione, una delegazione dei sindacati ha incontrato una rappresentanza della Commissione europea, a cui è stato chiesto di “ascoltare il lavoro”. Diversamente, avverte Michele De Palma, segretario generale della Fiom, “il rischio sempre più concreto è la desertificazione industriale e conseguentemente il crollo della democrazia”.

L’Europa, prosegue De Palma, deve lavorare ad una sua autonomia strategica in ogni settore: “non possiamo pensare che l’Europa possa fare a meno dell’industria dell’auto, dell’elettrodomestico e della siderurgia che sono la base per un’industria forte; non possiamo pensare che sull’intelligenza artificiale e sui chip l’Europa non abbia una propria autonomia tecnologica e che quindi resti schiacciata in una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’Unione europea può essere salvata -conclude- solo se ascolterà le lavoratrici e i lavoratori che si sono uniti oggi a Bruxelles dando vita ad una grande manifestazione”.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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