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Giorgia Meloni in conferenza stampa: “sempre pronta a un Patto sociale: con la Cisl e con chiunque altro senza pregiudizi”. Giovani in fuga: “colpa di stipendi bassi e scarsa meritocrazia”. E lancia il “salario di primo ingresso”. Culle vuote, “tema anche culturale”

di Nunzia Penelope
9 Gennaio 2026
in La nota
Giorgia Meloni in conferenza stampa: “sempre pronta a un Patto sociale: con la Cisl e con chiunque altro senza pregiudizi”. Giovani in fuga: “colpa di stipendi bassi e scarsa meritocrazia”. E lancia il “salario di primo ingresso”. Culle vuote, “tema anche culturale”

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni, nella conferenza stampa annuale, ribadisce il concetto: chiunque voglia darsi da fare per un patto sociale troverà aperte le porte di Palazzo Chigi e disponibile la premier: “ho già detto, anche al congresso della Cisl, che sono assolutamente pronta e disponibile a discutere di un patto sociale per affrontare le grandi questioni, le grandi transizioni, le trasformazioni del nostro tempo. Lo conferma rispondendo alla domanda di un giornalista che, tuttavia, per richiamare il patto sociale, forse si confonde o forse no, comunque cita il soffertissimo accordo del governo Amato del luglio 1992, stipulato per affrontare la grave emergenza economica che stava vivendo l’Italia, invece che il vero patto sociale, datato un anno dopo, nel luglio 1993, col governo di Carlo Azeglio Ciampi: quello fu il Patto che regolava la contrattazione e molto altro, e che ha regolato per anni il rapporto tra governo, sindacati e imprese.

Sta di fatto che alla domanda che tira in ballo il 1992 la premier risponde: “Il paragone con il 1992 è un paragone forte”, sottolineando come all’epoca il paese fosse sull’orlo del baratro; quanto all’oggi, ha aggiunto, ” c’è una situazione internazionale molto complessa e ci sono grandi trasformazioni che arrivano e questo ripeto, impatterà soprattutto sul mercato del lavoro. Quindi o noi proviamo a dare risposte su queste tematiche oppure diventerà tutto molto difficile”. Per questo, ha proseguito, “ribadisco una disponibilità che ho già segnalato nello specifico al congresso della CISL, perché loro me l’hanno chiesto, ma anche a tutti gli altri che hanno un approccio positivo: l’interlocuzione con le parti sociali funziona anche se c’è una divergenza di partenza, ma non ci deve essere il pregiudizio a voler lavorare positivamente insieme. E da molti corpi intermedi quel pregiudizio non arriva”.

Nelle circa tre ore di incontro con la stampa, appuntamento annuale e, purtroppo, anche unico (almeno cosi era andata nel 2025, vedremo quest’anno), Giorgia Meloni ha risposto a quaranta domande, di cui moltissime, come giusto, sui temi delle politiche internazionali (risposta clou, rispetto alle accuse di eccessiva acquiescenza nei confronti degli Usa e di Trump: ‘’e che dobbiamo fare? Assaltare McDonalds?”) e sul prossimo referendum relativo alla riforma della giustizia (per il quale ha confermato la data del 22 e 23 marzo).

Non sono mancate domande sull’economia, e qui la presidente del consiglio ha ovviamente esaltato l’operato dell’esecutivo, respingendo le critiche e rivendicando il taglio delle tasse, l’aumento dell’occupazione e dei salari, e annunciando un piano casa da 100 mila abitazioni a prezzo calmierato in dieci anni.

Ma andiamo con ordine.

I salari: Meloni afferma che il tema dell’erosione salari “è estremamente importante, ma anche molto antico in Italia e noi lo stiamo invertendo, infatti il potere d’acquisto è cresciuto nell’ultimo anno”. E se questa inversione non è immediatamente visibile nei dati Istat, è perché’ “quando l’Istat ci dà la serie dello storico quello che si calcola è il lordo ma i nostri provvedimenti incidono sul netto”. Sta di fatto, dice, “che quei salari hanno ripreso a crescere più dell’inflazione sotto questo governo e segnatamente nell’ottobre del 2023. Quindi la crescita è sicuramente ancora poco è ancora troppo bassa, però insomma lo scenario non è uno scenario catastrofico”.

Le pensioni. Meloni sostiene che le accuse di aver aumentato l’età pensionabile sono errate: “noi abbiamo fatto esattamente il contrario di quello di cui veniamo accusati, siamo intervenuti per evitare un aumento dell’età pensionabile. Esiste una legge che impone ogni tre anni di adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita, e se noi non fossimo intervenuti come siamo intervenuti in legge di bilancio nel 2027 sarebbe aumentata di tre mesi. Quindi noi siamo intervenuti per limitare questa previsione automatica portando quei tre mesi a un mese e a zero per i lavoratori usuranti”.

Crisi industriali. Per quella dell’automotive, dice la premier, i problemi dipendono da due elementi: il green deal, con l’imposizione dell’auto elettrica, e il cambio di abitudini nella popolazione. I guai dell’automotive, dunque, “sono figli soprattutto di scelte che io ho contestato a livello europeo, e che adesso anche grazie all’impegno italiano si cominciano a correggere”. Ma, aggiunge, “secondo me sulla questione dell’automotive c’è anche una questione culturale. Noi siamo stati cresciuti in un mondo nel quale l’auto era il principale strumento che definiva lo status symbol delle persone, nei giovani oggi non è più così. Quindi ci sono varie questioni che vanno considerate, ma sicuramente i provvedimenti che sono stati assunti particolarmente nell’ambito del green deal sulle auto hanno contribuito a queste crisi industriali”.

Quanto all’Ilva, anche quello è un problema che “abbiamo ereditato’’: ‘’è una crisi che va avanti da 13 anni, ha attraversato praticamente tutti i governi, senza che nessuno fosse in grado di dare una risposta. Noi abbiamo trovato una situazione molto compromessa da tutti i punti di vista, economico e finanziario ambientale, giudiziario. Lo dico perché sento spesso reclamare l’impegno del governo: ma voglio tranquillizzare tutti sul fatto che l’impegno del governo non è mai venuto meno. L’Ilva è probabilmente uno dei temi ai quali noi abbiamo in questi tre anni dedicato più riunioni. L’obiettivo al quale lavoriamo è conciliare tenuta della produzione, occupazione, tutela dell’ambiente e della sicurezza e il territorio. Un obiettivo tutt’altro che facile, sul quale abbiamo bisogno che tutti lavorino per dare una mano, coinvolgendo tutti livelli: il governo, le regioni, la regione, i comuni la magistratura anche qui insomma serve che si remi tutti nella stessa direzione”. Quanto alla fase di negoziazione aperta a sorpresa a fine anno con il Fondo Flacks, Meloni garantisce che “non ci sono impegni vincolanti da parte del governo e non ci saranno fino a quando noi non potremo dare risposte chiare su quello che ci sta a cuore: un solido piano industriale, la tutela del lavoro e la sicurezza della comunità. Nessuna proposta che abbia un intento predatorio o opportunistico potrà essere avallata. Non vogliamo ripetere errori che sono già stati commessi. Tutte le opzioni vengono vagliate, e il confronto con le parti sociali è sempre aperto”.

Il Piano Casa. Molto annunciato e non ancora visto, è “in dirittura d’arrivo”. Meloni afferma che l’obiettivo è di “mettere in campo un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione 100.000 nuovi appartamenti a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi 10 anni, al netto delle case popolari, altro tema del quale il piano casa intende occuparsi”. Un progetto “molto ampio, al quale io tengo moltissimo. Credo che ci arriveremo nelle prossime settimane”.

Quello che non ha funzionato. Sostanzialmente, Meloni ammette solo due, diciamo cosi, defaillance, ma tutt’altro che piccole. La prima è quella relativa all’emigrazione dei giovani, la seconda sulla crisi demografica: due temi solo apparentemente laterali, ma che di fatto mettono pesantemente in gioco il futuro del paese.

I giovani in fuga. Meloni conferma, e senza mezzi termini, che si, l’Italia, al momento, non risulta attrattiva per i giovani. Non nega che il motivo principale per cui scappano in altri paesi “sia la questione salariale, cioè la percezione che all’estero i salari possano essere meglio, e forse andrebbe fatto un ragionamento sui salari di primo ingresso”. E “forse questa – ha ammesso Meloni – è una valutazione che ancora non abbiamo fatto e che potrebbe dare un segnale” per cercare di frenare il fenomeno. Ma, aggiunge, va poi considerata anche “la questione del merito: la percezione che c’è in Italia è che dove puoi arrivare non dipende da quanto vali tu, questo è un tema reale e culturale che bisogna smontare”. Insomma, per un governo che ha ribattezzato un Ministero ‘’del Merito’’, non un grande risultato.

Cosi come non ha dato l’esito atteso l’altro Ministero dedicato, quello della Natalità, tema che Meloni ha lanciato come cruciale fin dal suo insediamento. La demografia va malissimo e la premier lo dice tondo: “i numeri delle politiche di contrasto alla denatalità non sono incoraggianti: bisogna continuare ad aggiungere strumenti, ma io credo che prima o poi dobbiamo affrontare il fatto che la questione è molto culturale, molto”.

Quella della demografia, ricorda, “è una priorità per il governo Lo è sempre stata e lo dimostra anche il fatto che abbiamo dedicato un ministero a questa materia. E io lo dimostra anche il fatto che il tema della natalità è sempre stato uno delle quattro questioni principali alle quali ci siamo dedicati in ogni legge di bilancio, aggiungendo ogni anno qualcosa. Abbiamo scelto di concentrarci sul tema delle mamme lavoratrici, perché vogliamo che passi il messaggio che i figli non sono un ostacolo, un fardello, un limite: se questo messaggio non passa, e rischia di non passare, noi possiamo mettere in campo tutti gli strumenti ma non risolveremo il problema”, ha sottolineato Meloni. La prova e’ che anche le immigrate, una volta giunte in Italia, si adeguano al nostro trend negativo: “spesso citiamo l’immigrazione come strumento per risolvere la denatalità ma i nati di secondo generazione sono diminuiti dagli 80mila del 2012 ai 50mila del 2022, nonostante sia aumentata la popolazione emigrata. Significa che anche la popolazione immigrata, quando arriva da noi, rinuncia a fare figli’’.

Anche le culle vuote, dunque, secondo la premier, vanno combattute non solo sul piano economico ma anche culturale: “Noi abbiamo cercato di concentrare il nostro lavoro su tutto quello che poteva dare ai genitori, e particolarmente alle mamme, il senso della libertà nella scelta di un figlio: il senso del fatto che un figlio aggiunge qualcosa, non ti non toglie niente. Per fare questo c’è bisogno di un welfare adeguato, ed è quello che noi abbiamo fatto con i congedi parentali, con il bonus sugli asili nido, con la decontribuzione delle mamme. Ma tutto questo non basta se non cambiamo un po’ la mentalità”.

Nunzia Penelope

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