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Home - Approfondimenti - La nota - Crisi Peg Perego, dalla flessione del mercato allo scontro sul futuro degli stabilimenti. In sciopero i lavoratori di San Donà di Piave

Crisi Peg Perego, dalla flessione del mercato allo scontro sul futuro degli stabilimenti. In sciopero i lavoratori di San Donà di Piave

di Elettra Raffaela Melucci
11 Marzo 2026
in La nota
Crisi Peg Perego, dalla flessione del mercato allo scontro sul futuro degli stabilimenti. In sciopero i lavoratori di San Donà di Piave

PEG PEREGO ARTICOLI PER L'INFANZIA

La crisi della Peg Perego, storico marchio italiano dei prodotti per l’infanzia, dura ormai dal 2018 e coinvolge i due siti produttivi di Arcore, in Brianza, cuore storico dell’azienda, e quello di San Donà di Piave, nel Veneziano. Lo sciopero proclamato per l’11 marzo nello stabilimento veneto, dunque, rappresenta l’ultimo capitolo di una crisi industriale iniziata mai realmente risolta.

Fondata nel 1949 da Giuseppe Perego, Peg Perego è cresciuta fino a diventare uno dei marchi più conosciuti nel settore dei passeggini, dei seggiolini e dei giocattoli elettrici per bambini, con mercati anche all’estero. Negli ultimi anni, però, l’azienda ha iniziato a soffrire una serie di fattori strutturali: il calo delle nascite, che riduce la domanda di articoli per la prima infanzia, la concorrenza internazionale – in particolare dei produttori asiatici – e la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, che spinge molti consumatori verso prodotti meno costosi e verso forme di riuso ed economia circolare. Non ultimo, il colpo inferto dai dazi statunitensi.

Queste difficoltà si riflettono nei bilanci aziendali. Secondo i dati, il fatturato è sceso dai 135 milioni di euro del 2021 ai circa 105 milioni del 2023, mentre l’azienda è passata da un utile di oltre 5 milioni a una perdita superiore ai 3 milioni. Il sito più coinvolto dalla crisi è quello di Arcore, principale polo produttivo del gruppo. Negli anni d’oro la fabbrica arrivava a occupare quasi mille lavoratori tra dipendenti e stagionali; oggi il numero degli addetti è drasticamente diminuito e negli ultimi anni si è fatto ampio ricorso agli ammortizzatori sociali, con settimane lavorative scese anche a 20-24 ore.

Sempre ad Arcore, nel 2024 l’azienda ha indicato la possibilità di oltre cento esuberi su circa 260 dipendenti, alla scadenza degli ammortizzatori sociali prevista per marzo 2025. La prospettiva ha aperto una lunga vertenza con i sindacati, che da tempo chiedono un piano industriale per il rilancio dell’azienda e ipotizzano anche possibili aperture verso nuovi mercati, ad esempio nei prodotti per la terza età o per gli animali domestici. Finora però, secondo le organizzazioni dei lavoratori, non è stato presentato un progetto industriale strutturato.

In questo contesto si inserisce la nuova tensione nello stabilimento di San Donà di Piave. Durante un incontro del 10 marzo tra azienda, rappresentanze sindacali e delegati dei lavoratori, la direzione ha comunicato l’intenzione di trasferire entro l’estate tutte le linee di montaggio attive nel sito veneziano nello stabilimento di Arcore. Le linee interessate occupano attualmente circa 35 lavoratrici e lavoratori.

Sentito da Il diario del lavoro, Loris Gaiotto della Fiom Cgil Venezia spiega che la crisi ha radici profonde: “Peg Perego è rimasta al palo tra il 2015 e il 2020 nella divisione ricerca e sviluppo e per questo è uscita dal mercato. Oggi il prodotto cinese è cresciuto molto anche dal punto di vista della qualità e l’azienda non riesce più a stare dentro la competizione.”

Secondo il sindacalista, la decisione di trasferire la produzione dal Veneto alla Brianza rappresenta una svolta improvvisa rispetto a quanto emerso nei tavoli istituzionali. “Diversamente dall’incontro fatto al Ministero delle imprese e del Made in Italy circa un mese fa, dove veniva confermata la stabilità dei due siti, oggi ci è stato comunicato che prima dell’estate la produzione di passeggini e seggioloni verrà trasferita ad Arcore. Sono circa 35 persone. A San Donà rimarrà solo l’officina, con otto addetti, più qualche indiretto e due impiegati: in tutto forse quindici persone in un capannone di circa 10 mila metri quadrati.”

La prospettiva è resa ancora più incerta dall’annuncio dell’azienda di voler affidare a un advisor il compito di individuare possibili soluzioni per il sito veneto. “Ci hanno detto che nel fine settimana dovrebbero chiudere un contratto con un advisor per la riconversione del sito o per la ricerca di una nuova attività produttiva – racconta Gaiotto – ma questo è uno strumento che chiediamo da anni. Avevamo già visto che il mercato stava cambiando e avevamo sollecitato una riconversione della produzione, ma l’azienda non ci ha mai ascoltato. Adesso ci riprovano, ma il rischio di portare via tutto è concreto”.

Al momento non è chiaro quale potrebbe essere la nuova produzione. “Lo sapremo solo quando verrà formalizzato l’accordo con l’advisor – spiega il sindacalista –. Al ministero è stato chiesto di presentare il progetto e di spiegare come lavorerà. Ma riconvertire un’azienda in così poco tempo non è facile, soprattutto in un territorio che sta già vivendo una fase di difficoltà.”

Il destino dei lavoratori resta quindi incerto. “Formalmente chi vuole potrebbe andare ad Arcore, ma tra San Donà e Arcore ci sono circa 300 chilometri. Inoltre nello stabilimento brianzolo esiste già un esubero di almeno 74 persone e il bilancio 2025 è ancora in passivo. Non capiamo quindi che cosa pensano davvero di trasferire.”

Il problema riguarda soprattutto una forza lavoro composta in gran parte da donne con un’età media elevata. “La stragrande maggioranza delle lavoratrici ha più di 50 anni e molte non hanno trovato altre occupazioni. Parliamo di lavoro su catena di montaggio, con grande manualità e velocità: ogni minuto e tredici secondi esce un passeggino. Con questo tipo di esperienza non è facile ricollocarsi.”

Per ora l’unica certezza è la presenza degli ammortizzatori sociali ancora disponibili. “Abbiamo circa cinque mesi di cassa integrazione da utilizzare – spiega Gaiotto – durante i quali avverrà anche il trasferimento delle linee. Dopo non sappiamo cosa succederà e se il ministero concederà una proroga.”

Secondo il sindacalista, alla base della crisi ci sono anche scelte industriali sbagliate. “Ci sono stati tentativi che non hanno funzionato a livello di mercato e anche errori grossolani. Uno dei casi più emblematici è stato un passeggino progettato troppo largo per entrare negli ascensori: hanno dovuto rifare tutto il progetto con costi enormi.”

Per la Fiom il problema è anche la mancanza di una strategia industriale capace di aprire nuovi mercati. “Abbiamo proposto soluzioni semplici: deambulatori per anziani, passeggini per cani, nuovi segmenti di mercato. Sarebbe servito per mantenere visibile il marchio Peg Perego. Ma l’azienda non ha mai voluto uscire dal settore dell’infanzia.”

La vicenda, inoltre, si inserisce in un contesto territoriale non semplice. Nel Veneto orientale, spiega Gaiotto, diverse aziende stanno riducendo il personale o affrontando ristrutturazioni. “Il mercato è cambiato: non ci sono più grandi numeri ma piccoli lotti e consegne rapide. Nessuno investe su progetti di lungo periodo.”

I sindacati hanno proclamato per mercoledì 11 marzo uno sciopero con presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di San Donà di Piave. “All’azienda chiediamo che nessuna linea venga trasferita e che venga garantita continuità lavorativa alle dipendenti. Al ministero chiediamo almeno dodici mesi aggiuntivi di cassa integrazione, per capire se davvero esiste una possibilità di riconversione. Ma la cosa più importante è la trasparenza: vogliamo sapere chi è l’advisor e che cosa sta facendo.”

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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