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Home - Approfondimenti - La nota - Iran, con una guerra lunga rischio recessione. L’allarme del Centro studi Confindustria. Orsini, appello a governo e opposizioni per “un atto di responsabilita’ condivisa”

Iran, con una guerra lunga rischio recessione. L’allarme del Centro studi Confindustria. Orsini, appello a governo e opposizioni per “un atto di responsabilita’ condivisa”

di Tommaso Nutarelli
25 Marzo 2026
in La nota
INCONTRO CON CONFINDUSTRIA

Pesa la guerra in Iran sulle previsioni economiche di Confindustria. Gli economisti del Centro studi di viale dell’Astronomia hanno elaborato tre scenari per valutare l’impatto del conflitto in corso sullo stretto di Hormuz, dove viene estratto quasi il 30% del greggio mondiale.

Nel primo scenario, preso come baseline, che prospetta la fine della guerra entro marzo, gli effetti sarebbero contenuti e non così penalizzati per un paese come il nostro fortemente votato all’export e dove il costo dell’energia è tra i principali capitoli di spesa per imprese e famiglie. In questa prima ipotesi Confindustria stima una crescita dello 0,5% nel 2026, più bassa di quanto previsto a ottobre scorso di 0,2 punti percentuali, e dello 0,6% nel 2027.

Se la guerra dovesse terminare a giugno, come supposto nel secondo scenario, il Pil italiano nel 2026 rimarrebbe fermo rispetto al 2025, con una perdita di circa 0,5 punti percentuali rispetto al baseline, facendo cadere l’economia italiana in stagnazione. Nel 2027 la crescita rimarrebbe molto modesta (+0,1%), ben al di sotto di quella prevista nello scenario di base. Il deterioramento si trasmetterebbe alle principali componenti della domanda interna ed estera.

In particolare, nel 2026 si osserverebbe una dinamica più incerta dei consumi, che rallenterebbero rispetto al profilo del baseline, un indebolimento degli investimenti, la cui crescita si ridurrebbe sensibilmente, con un calo dello -0,1% contro il 2,3% nello scenario base, e, soprattutto, un forte peggioramento dell’export, che passerebbe da una crescita di oltre lo 0,6% nello scenario base a una contrazione di circa -0,7%. Anche il mercato del lavoro ne risentirebbe, con l’occupazione praticamente ferma.

Nell’ultimo scenario, nel quale la guerra potrebbe protarsi fino a fine anno, l’impatto sulla nostra economia sarebbe decisamente più marcato. Il Pil vedrebbe una flessione dello 0,7% nel 2026, con una perdita di oltre 1,3 punti percentuali rispetto allo scenario baseline. Nel 2027 la crescita resterebbe marginalmente negativa (-0,1%), prolungando di fatto la fase recessiva.

Il peggioramento riguarderebbe in modo diffuso tutte le principali componenti della domanda. Nel 2026 gli investimenti registrerebbero una contrazione dello 0,8%, i consumi mostrerebbero una dinamica negativa e l’export subirebbe un forte arretramento, con un -1,6% nel 2026. Anche l’occupazione ne sarebbe investita.

In questa tre ipotesi, un ruolo centrale è giocato dal costo dell’energia. Nel 2025 il prezzo del petrolio al barile era di 69 dollari e il gas veniva pagato 36 euro al Mwh. Nello scenario baseline il petrolio, nel 2026, toccherebbe i  78 dollari al barile per poi scendere ai 65 nel 2027. Il gas passerebbe a 41 euro al Mwh nel 2026 per poi scendere a 30 euro nel 2027. Nella seconda ipotesi, invece, il petrolio toccherebbe i 110 dollari al barile nel 2026 e i 90 il prossimo anno. Il gas salirebbe a 60 euro per poi tornare a 40. Nell’ultimo scenario il greggio schizzerebbe a 140 dollari al barile nel 2026 per scendere a 115 nel 2027, e il gas 100 euro al Mwh nel 2026 e a 60 euro nel 2027.

Numeri che nella realtà delle imprese possono avere conseguenze significative. Già nel 2025 la nostra manifattura pagava una bolletta energetica più alta dei competitors europei, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali superiore del 25% rispetto a sei anni fa. Con il nuovo shock energetico derivante, se la guerra in Iran dovesse arrivare a giugni le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l’anno in più in bolletta rispetto all’anno appena trascorso, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali superiore di 1 punto percentuale rispetto al 2025, passando dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Nello scenario peggiore le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali, passando dal 4,9% al 7,6%.

Rischiamo di avere una crisi energetica come non l’abbiamo mai avuta nella storia, più la guerra sarà lunga, più si corrono rischi” ha avvertito il direttore del Centro studi Alessandro Fontana. “Ritengo realistico uno scenario di chiusura della guerra a breve e un mantenimento della stabilità per un periodo mediamente lungo, che potrebbe però intersecarsi con uno scenario di tipo B, dove invece si mantiene per più mesi una certa instabilità dell’area con una capacità produttiva” di gas e petrolio “che non necessariamente sarà adeguata”

“Io voglio partire da una affermazione: ce la faremo nonostante tutto, nonostante i dazi, nonostante le guerre, nonostante il contesto internazionale, nonostante il Green Deal, perché ce l’abbiamo sempre fatta, ce l’abbiamo fatta dopo la seconda guerra mondiale, ce l’abbiamo fatta dopo la crisi del 2008, ce l’abbiamo fatta dopo il Covid e ce la faremo anche questa volta perché ci siete voi, perché noi abbiamo un tessuto imprenditoriale che è di altissima qualità che è in grado di affrontare tutte le sfide e anche in grado di vincerle” ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

“L’energia è il problema dei problemi, abbiamo cercato di dare un primo segnale intervenendo sul prezzo del gasolio e della benzina. Vorrei che non fosse necessario rinnovarlo, ma se la guerra non finisce saremo costretti a rinnovare questa scelta di sostegno, riducendo le accise e di abbassare così il prezzo al consumo di gasolio e benzina. Abbiamo ottenuto un primo risultato, anche se non completamente soddisfacente, sull’Ets. Già la decisione di rivedere l’Ets secondo me è politicamente un passo importante. All’ultimo Consiglio Ue abbiamo una serie di proposte, una serie di idee, ora vediamo come si potranno trasformare.

“Credo che la parola sia incertezza, il futuro è incerto”. Per questo “serve un atto di responsabilità condivisa del governo e delle opposizioni, per risolvere i problemi, sia in Italia che in Europa. Ve lo chiedo con forza” ha spiegato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, chiudendo il convegno. “Non credo che la guerra purtroppo durerà quattro settimane e parlare nel 2026 di guerre vuol dire che la storia non ci ha insegnato nulla, soprattutto dal punto di vista umano. Non dobbiamo essere pessimisti, ma dobbiamo avere la misura pronta nel cassetto. Non dobbiamo essere impreparati. Dobbiamo essere pronti e per esserlo serve un’Europa pronta”.

Per il numero uno degli industriali bisogna essere pronti a “mettere a terra misure che comunque possano essere incisive e forti per potere sostenere le imprese e l’industria italiana, ma anche imprese europee. Pensiamo agli eurobond a ciò che è stato fatto durante il Covid perché ovviamente il tema del conflitto sul costo dell’energia soprattutto per il nostro paese sarebbe molto impattante per poter dare una risposta velocemente”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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