“No a valanga” è un titolo che fino a qualche settimana fa nessuno avrebbe mai nemmeno osato immaginare. E invece e’ il titolo giusto per definire quello che e’ accaduto il 22 e il 23 marzo. Partito in dicembre da un dislivello negativo di ventiquattro punti, all’apertura delle urne, lunedì 24, si è scoperto che il No al referendum sulla giustizia aveva scavallato il Si di otto punti. Un dato che nessun sondaggista aveva nemmeno sospettato. Cosi come nessuno sospettava l’alta affluenza, che ha sfiorato il 60%: quando il gioco si fa duro, gli italiani tornano a votare. E ci tornano, ancora più a sorpresa, anche gli under trenta, e anche le regioni del sud, e anche, perfino, chi non votava più da tempo nemmeno alle politiche, ritenute ( a torto) ben più attrattive di un referendum su un argomento tecnico come la riforma della giustizia.
Una sorpresa dopo l’altra, insomma.
Ancora poche ore prima della chiusura delle urne i migliori analisti nazionali si dicevano certi di un ‘’testa a testa’’. Che però non c’è mai stato: fin dal primo instant poll il No staccava il Si di dieci punti, per calare in finale di poco, e chiudere a 53,4 contro 46,3. Dodici milioni di voti e mezzo di voti per il Si, 14 e mezzo per il No. Per parafrasare il noto incipit di Elly Schlein: ‘’non li hanno visti arrivare’’.
Tra l’altro, e senza voler scomodare la Cabala, 14 milioni è più o meno il numero dei votanti che la Cgil portò alle urne nel 2025 per i suoi referendum sul lavoro. Che non raggiunsero il quorum, come si sa, ma che mobilitarono un pezzo di paese, con la novità che in quel ‘’pezzo’’ c’erano anche tantissimi giovani: ben 5 milioni. Anche questa volta il voto dei giovani si è fatto notare: tra gli under 35, i No alla riforma della giustizia sono arrivati al 61%.
Del resto anche in questa tornata referendaria il sindacato di Maurizio Landini ha giocato un ruolo chiave, costituendo assieme ad altre associazioni (molte delle quali compongono la Via Maestra, altra creatura landiniana) il Comitato per il No della società civile, con un suo dirigente di spicco, il segretario confederale Christian Ferrari, nel ruolo di vicepresidente del Comitato accanto a Giovanni Bachelet. Il Comitato era nato in dicembre, subito prima di Natale, e già ai primi dell’anno la Cgil aveva messo in pista uomini, risorse, anche finanziarie, e soprattutto la sua rete capillare di strutture sul territorio, lavorando in parallelo con gli altri Comitati e con tutti i partiti del Fronte del No, a partire dal Pd di Elly Schlein, facendo tesoro dell’esperienza maturata sul campo proprio per i referendum del 2025.
Un lavoro, quello del sindacato, che si è svolto molto dietro le quinte, in una miriade di piccoli eventi sparsi in tutto il paese, ma pochissimo o nulla monitorato dai media. Perfino in occasione della prima e forse unica grande occasione pubblica, ovvero la manifestazione di chiusura della campagna referendaria per il No, nella romana Piazza del Popolo, organizzata da Corso Italia e a cui a cui hanno partecipato dal palco tutti i leader dell’opposizione, con Landini nei panni del padrone di casa, il ruolo del sindacato e del suo segretario era rimasto defilato rispetto a Conte, a Schlein, ai leader di Avs, agli alti ospiti politici. Ma anche la ‘’festa’’ di lunedi 24 a piazza Barberini, che ha celebrato in pubblico il successo del No, era stata lanciata dallo stesso Landini, e i leader politici hanno parlato sul furgone di fortuna messo a disposizione dal sindacato. E ancora in casa Cgil, nell’Auditorium di Via dei Frentani, si è svolta la ‘’veglia’’ del Comitato in attesa dei risultati, con gran volare di tappi di bollicine una volta accertato che l’obiettivo era stato raggiunto.
Parlando in piazza Barberini, nella sera piovosa di lunedi 24, Landini ha detto molte cose, ma soprattutto ha detto: “nessuno si salva da solo, ma noi, tutti assieme, possiamo avere una forza di imporre un cambiamento”. Ad ascoltarlo, tra la folla e tra la selva di bandiere e ombrelli, c’erano Bonelli & Fratoianni, Elly Schlein, Conte, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Facile immaginare che in Piazza Barberini si siano gettate le basi della coalizione che tra un anno (o forse prima, chissà) sfiderà Giorgia Meloni per la guida del paese. Elezioni alle quali, è bene ricordarlo, Maurizio Landini ha detto e ripetuto che non sarà candidato: ha appositamente spostato il congresso per la sua uscita a dopo le politiche, in qualunque data si svolgeranno, proprio per non dare adito a nessuna voce che lo immagini candidato. Ma questo significa anche che, quando si andrà a votare, Landini sarà ancora a capo della Cgil: ed è scontato che la confederazione, con la sua capacità di mobilitare, potrà nuovamente giocare un ruolo.
Nunzia Penelope

























