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Home - Approfondimenti - Interviste - I giovani hanno fame di democrazia. Il ricorso alla violenza è dovuto al non saper distinguere l’off line dall’on line. Intervista al filosofo Adriano Fabris

I giovani hanno fame di democrazia. Il ricorso alla violenza è dovuto al non saper distinguere l’off line dall’on line. Intervista al filosofo Adriano Fabris

di Tommaso Nutarelli
30 Marzo 2026
in Interviste
Mentalità e lavoro

Professor Fabris che conclusioni possiamo trarre dall’alta affluenza dei giovani al referendum?

Prima mi faccia fare una premessa.

Certo.

Ho letto molti commenti e molte analisi che hanno provato a spiegare le ragioni e le motivazioni dietro al voto dei giovani. Alcuni hanno scritto che con questo voto i giovani avrebbero salvato la democrazia. Ma non ho letto nessuno che abbia provato a chiedere ai giovani il perché di questo voto. Il punto è che i giovani sono praticamente assenti dal dibattito pubblico. Usano nuovi canali per informarsi e forse hanno poca dimestichezza con quelli della stampa tradizionale.

E da questo voto che cosa risulta?

Che i giovani sono affamati di democrazia. Confrontandomi con i miei studenti, ma non solo, l’impressione che emerge è che c’è una grande voglia di partecipare, di politica, di esercitare la propria scelta. Il problema risiede nelle modalità che vengono loro offerte per esercitare il diritto alla partecipazione.

Perché?

Quando alle politiche ci sono le liste bloccate e si chiede ai giovani, così come a tutti gli altri elettori, essenzialmente di vidimare ciò che altri hanno già deciso in precedenza, allora diventa difficile pensare che l’affluenza alle urne sia elevata. In questo momento si parla di rivedere la legge elettorale e credo che sarebbe opportuno pensarla per attirare i giovani e far sì che possano effettivamente scegliere. C’è, inoltre, una rappresentazione della politica che esaspera la polarizzazione.

In che modo?

Tutto è messo sul piano dello scontro. Quando una parte politica apre alle posizioni dell’altra viene criticata perché non lo fa abbastanza o lo fa in un modo non giusto. Di temi concreti, che possono realmente incidere sulla vita delle persone, sui quali c’è interesse, attenzione ma anche indignazione, la politica non se ne occupa o non se ne vuole occupare. Quando, invece, si può esercitare la propria scelta in modo diretto come in un referendum, o si scende in piazza per far sentire la propria voce per questioni che toccano in profondità, come i massacri che stanno avvenendo in giro per il mondo, allora il coinvolgimento e la partecipazione sono maggiori.

Secondo lei fa più rumore il fatto che le forze progressiste, storicamente più vicino ai giovani, facciano fatica a intercettare il voto dei giovani, o crede che questo sia un male della politica?

Penso che serva un senso di responsabilità condiviso da parte di tutta la politica. Manca, purtroppo, anche un ricambio generazionale nei vari partiti. Basti vedere l’età media di senatori e onorevoli, o da quanto tempo siedono in parlamento, per capire come questo non sia avvenuto. Forse le forze di sinistra stanno provando ad attuare questo ricambio, ma il problema è che le nuove leve arrivano nell’agone politico poco formate.

Cambiando argomento, sono sempre più frequenti gli episodi che raccontano il ricorso alla violenza da parte di alcuni giovani e giovanissimi. L’ultimo l’accoltellamento della professoressa a Bergamo. Che segnali sono?

Molto articolati, che nascono da una pluralità di cause.

Di preciso?

C’è la progressiva derealizzazione del rapporto con la realtà. Questo è iniziato con la televisione, poi ci sono stati i social e ora c’è l’intelligenza artificiale. Il problema è che non ci si è preoccupati di governare questo processo e oggi ci troviamo con molti giovani che non sanno più distinguere l’off line dall’on line, ma sovrappongono i due piani. Ci sono poi tanti e troppi cattivi maestri che affermano il proprio io sopra ogni cosa, la violenza e la legge del più forte. Nell’episodio successo a Bergamo troviamo tutto questo. Troviamo un giovane che ha dichiarato di voler imporsi sugli altri, con ogni mezzo, e ovviamente tutto in diretta social.

Come intervenire?

La sfida è quella di un’educazione costante e perseverante da parte della scuola e da parte delle famiglie. Le soluzioni proibizionistiche, come mettere i metaldetector a scuola, sono soluzioni emergenziali, che possono tamponare il momento presente, ma che alla lunga non sono risolutive e che sono la testimonianza di un fallimento.

L’educazione affettiva potrebbe essere un freno alla violenza che anche i giovani esercitano nei confronti delle donne?

Sicuramente è importante educare a una buona relazione. Noi siamo esseri votati alla relazione e in questo rapporto la dimensione affettiva riveste un ruole centrale nell’accettare l’altro, nel non sopraffare ciò che riteniamo come diverso. Tutto questo però deve avvenire senza ideologizzazioni o contrapponendo uno slogan all’altro.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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