Ricordare Antonio Martone a pochi giorni dalla sua scomparsa significa anzitutto riflettere sul tratto che più di ogni altro ha contraddistinto la sua figura: la capacità di coniugare rigore giuridico e profondo senso dello Stato. La sua opera di giurista raffinato si è sempre nutrita di una solida cultura delle istituzioni, intese non come luoghi astratti del potere, ma come spazi concreti in cui si realizza la sintesi tra interessi individuali, collettivi e generali.
In un contesto spesso attraversato da tensioni e da semplificazioni del discorso pubblico, lui ha mantenuto con coerenza una linea fondata sul rispetto delle regole e su una visione alta del mandato istituzionale.
Il suo percorso restituisce così il significato più autentico dell’impegno al servizio dello Stato: fedeltà ai principi, senso di responsabilità ed equilibrio nelle decisioni.
Divenuto magistrato a soli ventiquattro anni, è approdato alla Sezione Lavoro del Tribunale di Roma, per poi ascendere ai vertici della carriera giudiziaria, fino a ricoprire l’incarico di avvocato generale della Repubblica presso la Corte di cassazione. Un esordio e un percorso che rivelano una vocazione autentica: quella per la magistratura, abbracciata in un’età in cui molti hanno ancora il futuro da definire e coltivata senza interruzioni fino al collocamento a riposo. Una dedizione mai venuta meno, neppure quando è stato chiamato a ricoprire incarichi istituzionali di grande prestigio e responsabilità, che hanno ulteriormente arricchito un cursus honorum di grande rilievo: al CSM, al CNEL, al Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, all’Associazione Nazionale Magistrati, alla Commissione di garanzia sull’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali e, infine, alla CIVIT, poi divenuta ANAC.
La sua formazione giuridica affondava le radici nella prestigiosa scuola romana di Francesco Santoro Passarelli, che ne ha profondamente plasmato il metodo: rigore nei fondamenti, attenzione al dato normativo e visione sistematica dell’ordinamento, ma sempre accompagnati dalla capacità di interpretare le trasformazioni economiche e sociali. Una tradizione che, proprio per questa costante ricerca del legame tra testo e contesto, non può essere ridotta — come talvolta si sostiene — a un approccio meramente dogmatico.
Da questa solida matrice ha preso forma la scelta di intraprendere la carriera giudiziaria, senza che ciò gli impedisse di coltivare l’attività scientifica, testimoniata anche dal ruolo di condirettore della rivista Il Diritto del lavoro, e l’insegnamento universitario, nel quale ha saputo trasmettere a generazioni di studenti non solo la conoscenza delle regole e il loro inquadramento sistemico, ma anche uno stile di pensiero elegante ed essenziale.
In tutti questi ambiti emergeva con chiarezza la sua cifra di magistrato, rappresentata dalla capacità di semplificare la complessità senza banalizzarla e di interpretare il diritto come strumento di equilibrio e non di contrapposizione.
Benché la sua formazione fosse spiccatamente giuridica, amava definirsi “un economista mancato”, ben consapevole che dietro ogni norma si muovono interessi, risorse e dinamiche di mercato. Ragion per cui il suo lavoro di giurista si traduceva anche in un esercizio costante di lettura dei fenomeni economici, indispensabile per cogliere appieno la portata e gli effetti delle leggi.
Allo stesso modo, mostrava una particolare attenzione alle istanze provenienti dalla realtà sociale, interpretando il diritto non come un sistema astratto, ma come uno strumento vivo, capace di offrire risposte concrete ai bisogni e agli squilibri della società.
Questa particolare sensibilità lo ha condotto a coltivare un interesse profondo per il mondo del lavoro nel suo complesso, osservandolo non solo nella dimensione giuridica, ma anche nelle sue implicazioni economiche e sociali, nella convinzione che proprio in quel contesto si misura quotidianamente l’effettività dei diritti e la dignità della persona.
In ogni ruolo istituzionale era pienamente consapevole che la competenza, da sola, non basta, dovendo essere accompagnata da autorevolezza e terzietà di giudizio.
Per questo gli è stata affidata la guida di due Autorità amministrative indipendenti, dove, in ambiti connotati dalla massima delicatezza degli interessi in gioco, ha sempre dimostrato equidistanza, rigore e capacità di mediazione, contribuendo a rafforzare la credibilità delle istituzioni.
Particolarmente significativa è stata l’esperienza di due mandati alla presidenza della Commissione di garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali. In un contesto per sua natura segnato dal conflitto sociale e dalla necessità di regolarlo mediante norme spesso percepite dagli attori sindacali come limitative di un diritto costituzionale dei lavoratori, Martone ha saputo trasformare un terreno di contrasto in uno spazio di confronto. E non può sfuggire che la sua capacità di favorire soluzioni condivise e di promuovere un equo contemperamento tra diritti e interessi contrapposti ha tratto evidente beneficio dalla sua lunga esperienza maturata presso il CNEL, che gli aveva consentito di sviluppare una notevole capacità di interlocuzione e di mediazione tra le parti sociali.
Emblematica, in tal senso, è stata la vicenda relativa alla regolamentazione dello sciopero generale: una proposta che suscitò inizialmente forti resistenze da parte sindacale, salvo poi essere progressivamente accettata quando divenne chiaro come l’alternativa fosse ben più penalizzante, potendo tradursi nell’applicazione integrale di una disciplina tale da svuotare, di fatto, quella importante forma di lotta del significato che gli è stato riconosciuto nella tradizione sindacale. Chi ha vissuto dall’interno quella stagione ricorda le serrate interlocuzioni con le organizzazioni sindacali, inizialmente scettiche, ma poi via via più collaborative di fronte a una terzietà di giudizio comprovata dai fatti e a una sensibilità sociale che non era di facciata.
Più in generale, alla guida della Commissione, ha dato ampia prova di saper “creare” precetti attraverso l’adozione di delibere interpretative di portata generale, volte a chiarire, integrare e rendere effettivamente applicabili le norme di legge, così da orientare i comportamenti delle parti sociali e contribuire a superare le aporie e a colmare le lacune della disciplina legislativa.
Altrettanto significativa e finanche pionieristica è stata la sua presidenza della CIVIT, istituita nel 2009 con il mandato di costruire quasi dal nulla una cultura del merito e della trasparenza nella pubblica amministrazione italiana. Un compito che Martone ha affrontato con l’approccio che gli era proprio: metodo e misura, nella consapevolezza che le riforme possono funzionare e durare nel tempo soltanto se poggiano, come diceva spesso, sulle gambe delle persone.
Una delle qualità più evidenti nel suo operare era la straordinaria capacità di presiedere organi collegiali. In situazioni segnate da posizioni distanti, favoriva un confronto autentico, valorizzava i contributi di ciascuno e guidava il dibattito verso sintesi equilibrate. La sua autorevolezza non era mai imposta, ma riconosciuta, perché nasceva dalla competenza, dalla coerenza e dal rispetto per tutte le opinioni.
Accanto a questa attitudine, colpiva la sua intelligenza rapida e intuitiva. Era in grado di individuare con immediatezza il nodo essenziale di questioni anche molto complesse, giungendo a soluzioni che raramente venivano smentite, neppure dopo approfonditi confronti, ai quali peraltro non si sottraeva mai. Grazie anche alle sue capacità di magistrato di lungo corso, di fronte a corposi fascicoli che richiedevano lunghe analisi, sapeva cogliere quasi istantaneamente l’elemento decisivo, quell’unica argomentazione capace di orientare correttamente l’interpretazione. Una dote che, come spesso accade a chi può contare su una straordinaria velocità di ragionamento, lo rendeva a tratti un interlocutore scomodo, perché il suo pensiero era sempre tre passi avanti. E per lui attendere i tempi di maturazione delle idee altrui richiedeva una dose di pazienza che – bisogna ammetterlo – non era tra le sue virtù più visibili.
La sua rapidità di pensiero andava di pari passo con la sua incapacità —quasi fisica — di restare fermo. Dovunque arrivasse, sentiva il bisogno immediato di lasciare la propria traccia: non tanto per una propensione al controllo, quanto perché il suo sguardo individuava in pochi istanti le inefficienze e i margini di miglioramento che altri faticavano a scorgere. Le strutture che gli venivano affidate finivano sempre per ricevere la sua impronta: le ridisegnava, le orientava, le animava di un senso che prima non avevano.
Le sue scelte erano illuminanti nell’intuizione e inappuntabili nel merito, come se il ragionamento avesse già percorso in silenzio, a velocità invisibile, tutti i passaggi intermedi. E non si attardava a contemplare le proprie conclusioni: dal pensiero all’azione il passo era immediato, quasi frenetico, con un’energia che lasciava spesso i collaboratori nell’affannosa condizione di chi insegue una mente già proiettata al passo successivo. La sua personalità forte e spesso rumorosa amplificava questa pressione, rendendo ogni confronto intenso e vivace, ma sempre proficuo, grazie a un ordine mentale e a una chiarezza di idee che si riflettevano sempre nel suo eloquio e nei suoi scritti.
Nel rapporto con i collaboratori era estremamente esigente, ma profondamente stimolante e istruttivo. Metteva costantemente alla prova la preparazione di chi lavorava al suo fianco, convinto che la qualità del lavoro dipendesse anche dalla crescita delle persone. A questo rigore si accompagnava però una reale disponibilità al confronto e una attenzione concreta al percorso professionale degli altri, soprattutto dei più giovani, cui dispensava i suoi insegnamenti fin dai primi passi nel mondo del lavoro per sostenerne lo sviluppo e valorizzarne il talento.
Il suo stile era sobrio e asciutto, privo di enfasi: con poche e semplici parole riusciva sempre a orientare il dibattito grazie alla linearità del ragionamento giuridico, alla forza degli argomenti e a una credibilità costruita nel tempo. Se talvolta poteva apparire burbero nell’approccio e severo nel giudizio — e a volte lo era —, emergeva presto, almeno per chi era disponibile ad andare oltre le apparenze, una dimensione interiore più profonda. Con le persone che gli mostravano fiducia sapeva offrire saggi consigli in una sola e lapidaria frase, trasmettere il coraggio delle scelte difficili e indicare una direzione nei passaggi più incerti, sempre facendo leva su principi solidi e su un bagaglio di esperienza che pochi potevano vantare.
Il lascito di Antonio Martone non si misura soltanto nelle funzioni ricoperte o nei risultati conseguiti, ma soprattutto nello stile con cui ha vissuto la vita pubblica: rigore, rispetto delle regole, dedizione al bene comune. In un tempo in cui il rapporto tra diritto e società è esposto a sollecitazioni spesso contraddittorie, il suo esempio continua a rappresentare un punto di riferimento, richiamando alla centralità dei valori che fondano la convivenza civile.
Ricordarlo oggi significa non solo rendergli omaggio, ma anche interrogarsi sull’eredità che lascia: un patrimonio fatto di competenza, impegno, indipendenza di giudizio, senso di responsabilità e rispetto per le istituzioni, per le regole e per le persone. Anche per quelle che, diversamente da lui, non arrivavano subito al cuore del problema né alla sua soluzione, e che pure ha saputo guidare fino in fondo.
Paola Ferrari
Prof.ssa ordinaria di Diritto del lavoro
Direttrice del Dipartimento di Diritto ed economia dell’impresa
Facoltà di Economia – Sapienza Università di Roma


























