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Home - Approfondimenti - La nota - Confartigianato, dalla crisi in Iran il secondo peggior shock energetico di sempre dopo la guerra del Kippur

Confartigianato, dalla crisi in Iran il secondo peggior shock energetico di sempre dopo la guerra del Kippur

di Tommaso Nutarelli
20 Aprile 2026
in La nota
L’Iran riapre il passaggio di navi commerciali a Hormuz, l’annuncio di Araghchi su X: finché sarà in vigore cessate il fuoco in Libano. Accelerano le borse

La guerra del Kippur segnò il primo grande shock energetico per l’economia mondiale, con i prezzi dei beni dell’energia che fecero segnare un incremento del 187% nel gennaio del ’74. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, il conflitto in Iran sta causando il secondo terremoto energetico per il mondo, con i prezzi che a marzo hanno registrato un aumento del 41,6%. È quanto si legge nel 37esimo report congiunturale ‘‘Nuovi venti di guerra sull’economia, la congiuntura e le prospettive per le imprese”, elaborato dall’Ufficio Studi di Confartigianato sulla crisi nel Golfo Persico.

Le tendenze dei prezzi dell’energia vedono un aumento medio del gas del 45,6% rispetto alla media di febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ha registrato un +20,6% e quello del gasolio un +18,1%. L’Italia, assieme a Spagna e Irlanda, è stato uno di quei paesi che è intervenuto attraverso leve di politica fiscale, con il taglio delle accise, e questo ha limitato i rincari alla pompa, che mediamente in Europa hanno toccato i 25,8% punti percentuali.

Le due variabili che preoccupano maggiormente Confartigianato sono il tempo, ossia la durata del conflitto, e il livello di circolazione delle merci nello stretto di Hormuz. Il nostro paese importa un quarto, il 25,7%, dei prodotti raffinati dal Golfo, principalmente gasolio, e questo spiega il perché dello stress maggiore dei prezzi al momento del rifornimento. Dal Qatar importiamo l’11,6% di gas naturale liquido. Se volessimo sostituirlo dovremmo prevedere un aumento degli stock del 16,2% da parte dei nostri tre principali fornitori del prodotto: Algeria, Azerbaigian e Stati Uniti. Il Vecchio Continente importa, inoltre, dai paesi di quell’area il 35% del jet fuel, il carburante usato dagli aerei. Un’esposizione che si è tradotta in un rincaro dei voli, nel taglio di alcune tratte da parte delle compagnie aeree e nell’ipotesi di un razionamento del cherosene.

Tutto questo determina un rischio anche per le catene di approvvigionamento globale.  Dagli stati del Golfo arrivano numerosi metalli e minerali che a marzo hanno visto un’impennata nei prezzi del 23%. A essere colpito il comparto agricolo: da quell’area compriamo una quantità considerevole di fertilizzanti. Per fare un esempio il prezzo dell’urea, che importiamo in una quota pari al 34%, è salito quasi del 54%. Sempre per i fertilizzanti viene usato lo zolfo, impiegato anche per i processi metallurgici di estrazione del rame, del cobalto e del nichel. Il 13,7% dell’alluminio totale che l’Italia acquista proviene dal Golfo Persico, con le quotazioni già salite del 10%. Altri prodotti, come elio e bromo, sono indispensabili per i semi conduttori e la produzione di chip di memoria.

Ma il nostro paese sta subendo anche rincari indiretti. Dallo Stretto di Hormuz passano beni energetici diretti verso Cina e India, dove è concentrato il principale polo manifatturiero mondiale. Gli aumenti che subiranno saranno riversati su altri paesi. Da Pechino e Nuova Dehli importiamo 24,7 miliardi, il 22,1% del totale, di prodotti chimici, della metallurgia e della lavorazione di minerali non metalliferi, come vetro, ceramica e laterizi.

“Nel complesso – spiega l’Ufficio Studi di Confartigianato – veniamo da un quadro debole ma orientato alla crescita, ma che come una gemma in primavera potrebbe subire gli effetti di una gelata dovuta al conflitto in Medio Oriente”. Nel 2025 la produzione della manifattura è stata molto rallentata dalla crisi della moda e dell’auto, anche se nel primo bimestre del 2026 è quasi tornata in territorio positivo, con -0,5%, in risalita rispetto allo 0,6% del 2025. La moda aveva segnato un -5,7% lo scorso anno per poi recuperare a un -3,3% nel periodo gennaio-febbraio 2026, la meccanica dal -1% del 2025 ha messo a segno un +2,2% in questo primo bimestre e la produzione di automobili è passata da un -16% nel 2025 a un +17,8% nel primo bimestre di quest’anno.

Persiste il ciclo positivo delle costruzioni, ben al di sopra della media europea, sostenuto dagli interventi del Pnrr, anche se a gennaio i dati segnalano un calo della produzione dello 0,6%, nettamente inferiore al -2% europeo. Nei servizi il fatturato si mantiene positivo anche se in riduzione, e restano positive le presenze turistiche. Sempre di segno più i consumi delle famiglie, anche se dimezzati rispetto al 2025, quando si erano attestati a un +1%.

Il perdurare del conflitto espone la nostra economia a maggiori sofferenze e, come detto, potrebbe indebolire severamente i segnali positivi. Per il 2026 la Banca d’Italia ha stimato una crescita dello 0,5%, ma in uno scenario avverso, con una fase prolungata di incertezza e un perdurare delle ostilità, arriveremmo a una situazione di stagflazione, con un Pil in territorio negativo a -0,6% e un’inflazione al 3,3%. “A questa situazione si somma il fatto che nel 2027 l’Italia perderà il sostegno del Pnrr e la sovrapposizione dell’impatto dei dazi Usa, che ci sono già costati un 5% di export da agosto a gennaio” sostiene l’Ufficio Studi.

Ma anche con lo scenario più severo dovremmo avere un impatto minore rispetto alla crisi del 2022 causata dall’invasione russa dell’Ucraina. Infatti già nel 2021 avevamo assistito a una salita della dinamica dei prezzi dei beni energetici che culminò, per quanto riguarda la media europea, con un +40% nel terzo trimestre del 2022 e per l’Italia si arrivò a quasi un +70% sempre nello stesso periodo

“Il mercato del lavoro – spiega infine l’analisi di Confartigianato – si sta indebolendo. La curva della dinamica tendenziale si sta abbassando e stiamo per arrivare in territorio negativo. Sembra essere giunta a saturazione la tumultuosa crescita del mercato del lavoro di questi anni”.

Tuttavia, nonostante il quadro di forte instabilità che si è avuto dallo scoppio della guerra in Ucraina a oggi, le imprese hanno dimostrato fiducia e resilienza. Gli occupati sono cresciuti di 1,2 milioni di unità, con una crescita del 5,2% e i dipendenti permanenti del10,8%, + 1milione e seicento mila.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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