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Home - Approfondimenti - La nota - L’agricoltura non è un settore per donne: meno 40 mila in 6 anni. Scappano dai campi gli italiani, mentre la manodopera straniera sale al 50%. Resta forte la precarietà’. I dati degli elenchi anagrafici dell’Inps

L’agricoltura non è un settore per donne: meno 40 mila in 6 anni. Scappano dai campi gli italiani, mentre la manodopera straniera sale al 50%. Resta forte la precarietà’. I dati degli elenchi anagrafici dell’Inps

di Tommaso Nutarelli
11 Maggio 2026
in La nota
Coldiretti, aumento record Pil in agricoltura spinge occupazione

È un quadro in chiaroscuro quello che emerge dalle elaborazioni realizzate dal dipartimento organizzazione della Flai-Cgil sui dati degli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli relativi all’anno 2025 pubblicati dall’Inps. Cresce il numero medio di giornate lavorate, che aumenta di due giornate rispetto allo scorso anno, il settore agricolo va verso una maggiore stabilizzazione,  anche se, come spiega Silva Guaraldi, segretaria nazionale della Flai, “ci sono ancora molti aspetti sui quali intervenire, che devono essere corretti, così come non si può dire che questi dati certifichino un processo di emersione del lavoro nero e grigio”.

Mentre tra il 2019 e il 2023 si è registrata una progressiva riduzione della platea dei lavoratori e delle lavoratrici a tempo determinato, dal 2023 è iniziata una crescita degli iscritti negli elenchi anagrafici. Si registra anche il picco di 91.028.061 giornate lavorate nel 2025, portando la media pro-capite a 100,78 giornate con un aumento di oltre 2 giornate rispetto all’anno precedente. Inoltre, nel totale della forza lavoro ci sono 20mila lavoratori che svolgono più di 250 giornate di lavoro e di questi, 10mila, superano le 270, evidenziando un bacino di lavoratori a tempo determinato che potrebbero essere stabilizzati.

“Un segnale di maggiore stabilità – spiega Guaraldi – ma che nasconde ancora sacche di frammentazione. Sebbene in calo, infatti, la fascia dei lavoratori che svolgono meno di 51 giornate lavorative nell’anno, continua a rappresentare quasi il 30% sul totale dei lavoratori. Quella delle 51 giornate di lavoro rappresenta una soglia cruciale perché consente ai lavoratori di poter accedere alla disoccupazione agricola e ai benefici assistenziali e previdenziali, malattia e maternità in primis.  Lavoratori e lavoratrici fragili quindi, che però hanno un peso estremamente variabile e differenziato da territorio a territorio con regioni in cui appartengono a questa fascia occupazionale il 14% degli addetti e altre in cui si arriva addirittura al 58%”.

“Esistono strumenti concreti che possiamo mettere in campo non solo per stabilizzare chi già lavora, ma per rendere il settore di nuovo attrattivo e, soprattutto, capace di trattenere le persone. È un tema urgente in un mercato che fatica sempre più a incrociare domanda e offerta. Parlo del sistema delle convenzioni, una realtà già consolidata nelle cooperative agricole emiliane che può essere applicata sia a livello di singola azienda che in rete tra più imprese. In sostanza, si tratta di creare un bacino di personale qualificato a cui viene garantita la riassunzione: questo permette ai lavoratori a tempo determinato di uscire dalla precarietà e di avere una prospettiva professionale di lungo respiro. Per la singola azienda aderire a una convenzione – afferma la sindacalista – significa avviare una vera ristrutturazione organizzativa. L’obiettivo è creare una rete di manodopera stabile a cui attingere nei vari momenti dell’anno. In questo modo, garantiamo continuità occupazionale ai lavoratori e, contemporaneamente, permettiamo alle imprese di contare su un organico professionalizzato e meno volatile. Più aumentano le garanzie per chi lavora, più l’azienda diventa solida e competitiva.”

Dalle statiche degli elenchi emerge, inoltre, come la manodopera straniera sia sempre più centrale per il lavoro agricolo. Si è passati dalle 224.769 unità del 2019 alle 316.825 del 2025, a fronte di un drastico calo dei lavoratori italiani. Oggi i lavoratori di origine straniera rappresentano quasi il 50% del totale della forza lavoro e contribuiscono ad abbassare l’età media dei lavoratori agricoli, dove la fascia sotto i 35 anni risulta essere l’unica in crescita. “È chiaro che questa realtà sempre più preponderante pone con forza il tema dell’inclusione da parte dell’azione sindacale – sostiene Guaraldi -. Ci sono barriere culturali e linguistiche che devono essere superate. Il nostro Sindacato di Strada nasce proprio per rispondere a queste fragilità. Per questo la figura del mediatore culturale e linguistico è diventata un pilastro fisso delle nostre Brigate del Lavoro. C’è un legame diretto tra la lingua e la tutela della dignità umana: quando non si padroneggia l’italiano, non si conoscono i propri diritti e diventa impossibile rivendicarli. Ma c’è di più: la barriera linguistica è un rischio enorme per l’incolumità fisica. Senza capire le istruzioni, si è drammaticamente più esposti a infortuni e incidenti sul lavoro. Purtroppo, questa vulnerabilità apre le porte al lato peggiore del settore: lo sfruttamento e le truffe, che colpiscono proprio chi non ha gli strumenti per difendersi”.

I  dati dell’Inps segnalano, inoltre, il fatto che l’agricoltura è sempre di più un settore non per le donne. “In questi sei anni abbiamo perso 40mila lavoratrici. Non è un dato neutro ma riflette la difficoltà di accesso delle donne nel settore e la loro stabilizzazione. Il 31% delle lavoratrici ha un contratto a tempo determinato, mentre solo il 15% ne ha uno indeterminato. Le donne non solo si trovano in una condizione di maggiore difficoltà rispetto agli uomini, ma questa si aggrava quando c’è precarietà e sfruttamento”.

Un tema fotografato nel Quaderno “(Dis)uguali” dell’Osservatorio Placido Rizzotto. Per una lavoratrice agricola dipendente il gender gap è del 25%: 5.400 euro lordi rispetto ai 7.200 dei colleghi uomini, e questo indipendentemente dall’età, dalla cittadinanza, dal titolo di studio e dal territorio di residenza. E quando le donne, soprattutto straniere, cadono nella tela della criminalità la loro situazione di fragilità è amplificata rispetto agli uomini. Molto spetto queste donne hanno due padroni: il marito e il caporale. E oltre a ricevere un compenso economico inferiore, frequentemente sono vittime di violenze abusi. Non sempre denunciano, per timore di essere rifiutate dalla loro comunità e, in aggiunta, perché non sempre è presente e attiva una rete di supporto pronte ad accoglierle e a sostenerle sotto il profilo economico e legale.

“Questi numeri – conclude Guaraldi –  sono legati  anche ai risultati dell’applicazione della legge 199 contro lo sfruttamento e il caporalato, nonché dall’intensa attività di Sindacato di strada che la Flai porta avanti da oltre 15 anni. In questi 15 anni  abbiamo  incontrato sui campi  di tutta Italia migliaia di lavoratori spesso stranieri, spesso sfruttati e vittime di disagio abitativo e sociale. L’incontro diretto con persone troppo spesso rese invisibili dalle istituzioni e da scelte politiche sbagliate ha contribuito all’emersione del fenomeno dello sfruttamento e alla creazione di una rappresentanza sindacale. I dati, inoltre, indicano un processo di riorganizzazione produttiva del settore. Si sta riducendo il numero di superfici coltivate, e questo racconta di una fase di strutturazione delle aziende che si ingrandiscono. Purtroppo registriamo anche l’abbandono da parte delle aziende agricole delle aree interne. E questo comporta una perdita sociale ed economica di quelle zone, ma anche il venir meno di un presidio contro il dissesto idrogeologico e il cambiamento climatico”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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