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Home - Approfondimenti - Interviste - Contro il caporalato non servono task force estive ma una programmazione annuale. Intervista a Micaela Cappellini, ispettrice del lavoro e coordinatrice FP-Cgil Toscana per INL

Contro il caporalato non servono task force estive ma una programmazione annuale. Intervista a Micaela Cappellini, ispettrice del lavoro e coordinatrice FP-Cgil Toscana per INL

di Tommaso Nutarelli
17 Giugno 2026
in Interviste
Contro il caporalato non servono task force estive ma una programmazione annuale. Intervista a Micaela Cappellini, ispettrice del lavoro e coordinatrice FP-Cgil Toscana per INL

MICAELA CAPPELLINI CGIL

Il ministero del Lavoro ha annunciato delle ispezioni straordinarie in agricoltura dopo la strage di Amendolara. Che cosa ne pensa?

Che siamo davanti a una soluzione estetica, come se il caporalato fosse un fenomeno estivo, relegato solo all’agricoltura, quando invece è presente nella moda, nella logistica e negli appalti, come emerso dalle indagini della procura di Milano. Si tratta di un fenomeno pervasivo, strutturale, mutaforme, capace di anticipare i cambiamenti della società, molto prima delle ispezioni. Non possiamo inseguire i fatti di cronaca più feroci e disumani, come Amendolara o la storia di Satnam Sing, e annunciare ispezioni straordinarie su larga scala per un periodo di tempo limitato e poi ritornare all’ordinario. Non è così che si può pensare di intaccare un modello che come detto è ormai diffuso. Le task force estive, costruite a tavolino con personale non radicato sul territorio e privo di esperienza specifica, producono l’effetto contrario rispetto a una programmazione annuale degli accessi fondata sulla selezione delle aziende a rischio da parte di chi le monitora in continuità. Quello che conta è la qualità dell’intervento ispettivo non il mero incremento quantitativo degli accessi Le task force hanno un senso solo davanti a degli eventi straordinari, che hanno un inizio e una fine, ma non per il caporalato.

Con che tipo di caporalato l’Ispettorato nazionale del lavoro deve confrontarsi?

Oggi si parla di agromafie, come dimostrano dettagliatamente le relazioni semestrali della DIA, la Direzione Investigativa Antimafia. Una rete di cooperative finte, colletti bianchi e organizzazioni, come Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita, che gestiscono insieme l’intera filiera dal reclutamento al trasporto fino alla vendita del prodotto. Sempre la DIA evidenzia come le mafie entrino nelle aziende in difficoltà con prestiti usurai per poi assumerne il controllo usando manodopera sfruttata, aprano agenzie di somministrazione lavoro e cooperative fittizie ogni due anni per fatturare e riciclare capitali illeciti, e applichino il metodo mafioso attraverso intimidazione, omertà e controllo del territorio anche senza la struttura tradizionale della cupola.

Quest’anno sono 10 anni dall’entrata in vigore della 199, la legge contro il caporalato. Ha prodotto dei risultati?

La legge 199 del 2016, fortemente voluta dalla Cgil, ha rappresentato un passo avanti perché ha esteso la responsabilità anche al datore di lavoro, consentendo il sequestro delle aziende e l’applicazione della norma non solo in agricoltura ma anche a rider, logistica, edilizia e moda, in linea con quanto previsto dalle Convenzioni OIL 29, 105 e 190. Restano ancora delle cose da fare per sottrarre del tutto i lavoratori a queste forme di schiavitù. L’assenza di una residenza significa assenza di collocamento e quindi assenza di diritti, ieri per i meridionali colpiti dalla legge antiurbanesimo del 1961, oggi per i migranti senza documenti. Ma anche quando entrano regolarmente gli viene sequestrato dai caporali il permesso di soggiorno.

Sui territori c’è, secondo lei, sinergia tra li istituzioni locali e il lavoro svolto dal sindacato?

A volte le amministrazioni pubbliche locali dimostrano una certa sordità a quelle che possono essere le indicazioni che provengono dal sindacato, che conosce le situazioni lavorative, i bisogni dei lavoratori e conosce anche le aziende operanti su un certo territorio. E gli input che arrivano dal sindacato sono diversi da quelli che possono arrivare dall’Ispettorato del lavoro. Inoltre il sindacato porta avanti un’azione fondamentale, non ancora strutturata al livello istituzionale, che è il recupero e il reinserimento delle vittime di caporalato che denunciano. E quindi anche gli stessi lavoratori sono guardinghi nel denunciare, perché senza una rete di supporto dietro rischiano di perdere anche l’unica forma di sostentamento.

Il sindacato chiede ispezioni mirate, che vadano a intercettare situazioni illecite. Una richiesta più volte reiterata, che mi fa pensare che non sempre venga ascoltata. Lei che idea si è fatta?

Perché per fare ispezioni mirate serve un vero sistema interoperativo, che permetta una vigilanza predittiva e un lavoro di intelligence, che la Fp-Cgil chiede da tempo. Per fare questo l’Ispettorato dovrebbe avere accesso a tutte quelle banche dati di tutti gli enti che hanno informazioni utili per il nostro lavoro. È un percorso che richiederebbe molto lavoro ma che sarebbe necessario. Mentre molto spesso è il singolo ispettore che grazie a quelli che noi chiamiamo anticorpi ispettivi, che sviluppiamo sul campo, si mette in connessione con le forze di polizia del luogo, che in altre parole ricrea una rete di informazioni e di contatti. Le ispezioni mirate si potrebbero fare se ci fosse a monte della programmazione. Anche il Portale nazionale del sommerso, avviato ad agosto 2022 lasciato allo stadio prototipale, sarebbe stato un ottimo strumento e avrebbe consentito di avere tutti i dati sul lavoro sommerso e lo sfruttamento in possesso degli organi che si occupano di questo. Uno strumento che poteva fornire quei parametri che a un occhio esperto potevano far pensare che quell’azienda meritasse un’ispezione più approfondita. Così come è centrale la formazione per gli ispettori.

Perché?

Perché gli ispettori non debbono poter individuare il caporalato nelle sue varie sfumature, ma devono anche per essere pronti ad affrontarlo in fase di ispezione. Qui non siamo in presenza di un “semplice” lavoratore a nero che lavora in un bar, ma c’è tutta una struttura dietro. Il caporale è il primo volto di questo sfruttamento, ma dobbiamo essere preparati a leggere e individuare tutti i livelli del caporalato, grazie anche a un percorso formativo da fare in sinergia con la DIA. Abbiamo bisogno di una formazione specialistica e continua sull’articolo 603 bis del codice penale che tratta l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, sulla legge contro il caporalato e sulle tecniche di indagine complessa indispensabili a decostruire le “cooperative carta” e le sub-forniture.

Insomma non sempre l’Ispettorato ha strumenti giusti e affilati per contrastare il caporalato.

Da tempo la Fp-Cgil denuncia la carenza di organico: non solo va ampliato il numero degli ispettori ma anche quello del personale amministrativo, indispensabile nella preparazione degli atti prima e dopo un’ispezione. C’è mancanza di copertura economica per il lavoro straordinario e di mezzi di trasporto adeguati a garantire tempestività di intervento su campagne e capannoni. Eppure l’Ispettorato è un ente che ha il bilancio in attivo ma non ha capacità di spesa. È del tutto assente una rete stabile e protocollata con Procure territoriali, Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza basata sulla conoscenza provinciale del fenomeno.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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