«Le case, le pietre e il carbone dipingevano di nero il mondo.» Ci sono luoghi che non finiscono quando li si abbandona, restano addosso ed entrano nei polmoni, come la polvere di carbone, e nella coscienza, come una domanda a cui nessuno riesce a rispondere fino in fondo, Marcinelle è uno di quei luoghi.
A settant’anni dalla tragedia, la domanda è ancora lì, sospesa tra la storia e il presente: come si muore di lavoro? E, soprattutto, perché si continua a morire di lavoro?
L’inchiesta non comincia l’8 agosto 1956, ma molto prima. Comincia nelle piazze dei paesi italiani, dove il dopoguerra aveva lasciato muri scrostati, mani senza lavoro e tavole apparecchiate con il poco che bastava appena a sopravvivere. Comincia davanti ai manifesti rosa che promettevano salari sicuri, una casa, un letto, una possibilità. Promettevano il Belgio come una terra nuova . E, soprattutto, non raccontavano il buio, il carbone. Non raccontavano che l’accordo firmato tra due governi aveva imparato a tradurre gli uomini in tonnellate. Infatti, per ogni minatore inviato nelle miniere belghe esisteva una formula economica e una contabilità perfetta. Così l’economia trovava il suo equilibrio ma la vita, purtroppo, no.
Le cronache parlano di convogli ferroviari che attraversavano l’Europa carichi di giovani uomini. Nei documenti erano emigranti, nelle famiglie erano figli, padri, mariti. Nei registri delle miniere diventavano, invece, matricole. Il primo passaggio della storia moderna è sempre questo: togliere il nome, poi diventa più facile togliere tutto il resto.
Le case, le pietre e il carbone dipingevano di nero il mondo. Il sole nasceva, ma loro, gli uomini tinti, non lo vedevano. Laggiù era sempre notte. Le gallerie non conoscevano l’alba. Il tempo non si misurava con la luce ma con il turno. Il respiro aveva il rumore della pala che scava, che scava, che scava. Nessuno parlava molto, perché sotto terra le parole pesano quanto le rocce, e pertanto, a parlare erano le mani, la fronte imperlata di sudore, gli arti, le schiene che raccontavano la fatica. Poi, diciamocelo, avevano, anche, paura, il loro sudore raccontava che ogni giorno scendevano con una domanda muta: torneremo?
Negli occhi rimaneva il volto di chi aspettava. Dietro, spesso, lasciavano una moglie, una madre, un padre o un figlio. E il ritorno era il vero salario, il resto era soltanto sopravvivenza.
Le mani potevano tornare nere di fumo, ma erano bianche d’amore, perché il carbone annerisce la pelle ma non cancella la tenerezza.
L’8 agosto 1956, alle 8.10 del mattino, qualcosa interrompe il ritmo abituale della miniera del Bois du Cazier. Un carrello, un errore, una manovra… poi un cavo elettrico, l’olio ad alta pressione, e così è scattata la scintilla e, per ultimo, l’incendio. Si può rivisitare la cronaca. Io, rileggendo i fatti, ho visto il fuoco invadere il pozzo, il fumo che correva più veloce degli uomini, l’ossigeno che diventava nemico. E poi, ho sentito le urla e le uscite diventare illusioni. Il carbone, che fino a pochi istanti prima rappresentava il pane delle famiglie, in quel momento diventò il sepolcro di duecentosessantadue persone, centotrentasei erano italiane e di questi sessanta erano abruzzesi. Infatti, molti avevano lasciato piccoli paesi dove tutti conoscevano il nome di tutti, per poi diventare quel giorno uno dei tanti nomi, parte di un elenco. È sempre così, le tragedie cominciano con un nome e finiscono con un numero.
Per due settimane si scavò, ma questa volta non per cercare carbone, ma per cercare uomini.
Il 23 agosto il silenzio trovò finalmente una frase: «Tutti cadaveri.» Due parole, le più pesanti del Novecento italiano.
Ogni inchiesta cerca un colpevole, ma Marcinelle insegna che esistono responsabilità che non hanno un solo volto. Le responsabilità abitano i ritardi e le omissioni. La sicurezza abita i risparmi e le manutenzioni rimandate, perché le verifiche costano troppo. Infatti, ancora oggi, la sicurezza sembra essere considerata un lusso e le produzioni non possono fermarsi.
Il lavoro è una ruota dentata che mastica uomini, con la fretta che vale più delle persone. Perché negarlo? È lì che nasce ogni tragedia del lavoro, molto prima dell’incidente e della cronaca.
Tra la luce che si alza rozzamente e il sogno condiviso, tra le cose che finalmente sembrano trovare il loro dovuto e sperato luogo, il presente converge nebbioso e vasto sopra il vago ieri. È una nebbia che confonde le epoche. Perché basta aprire un giornale per capire che Marcinelle non è finita, cambiano le miniere, le fabbriche, i caschi, gli strumenti, i contratti, ma qualcosa continua a restare identico.
Yuleisy Cruz Lezcano






























