Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e risparmiatori? Secondo i dati Bce elaborati dalla Fondazione Fiba di First Cisl nell’Osservatorio sulla ricchezza delle famiglie presentato oggi a Roma, nel corso di una tavola rotonda dal titolo “La ricchezza delle famiglie e lo sviluppo del Paese,” al 31 dicembre 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammonta a 11.333,1 miliardi di euro, contro i 19.867,2 della Germania, i 14.054,8 della Francia e gli 8.484,3 della Spagna. La ricchezza netta dell’area euro nel suo complesso ha raggiunto i 68.521 miliardi. Il peso delle famiglie italiane sul totale dell’area euro è così sceso dal 21,7% al 16,5% in dieci anni.
In termini percentuali l’incremento del patrimonio delle famiglie italiane è stato, nel decennio 2015-2025, tra i più bassi d’Europa, arrivando al 22,8% a fronte dell’87,3% della Germania, del 42% della Francia e del 56,6% della Spagna. L’indice medio dell’area euro, fatto 100 il 2015, sale invece a 160,8. In termini di ricchezza netta per famiglia l’Italia resta comunque sopra Francia e Spagna: nel 2025 il valore medio è di 452.300 euro, contro i 441.080 della Francia e i 436.900 della Spagna, ma sotto i 480.390 della Germania.
A incidere sulla dinamica italiana è soprattutto il tasso di risparmio lordo delle famiglie, sceso al 10,7% nel 2025, il più basso tra i principali paesi europei e ben al di sotto della media dell’area euro, pari al 14,32%. Germania e Francia si collocano rispettivamente al 19,2% e al 17,2%, la Spagna all’11,9%.
Lo studio mette in luce anche una realtà ormai da tempo nota ossia la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi nuclei familiari. Sale, infatti, al 60,6% la quota di ricchezza netta detenuta dal 10% più ricco delle famiglie italiane, dal 52% del 2010. Ancora più marcata la concentrazione al vertice, con il 5% più ricco salito dal 39,9% al 50,2% in quindici anni.
Entrando nel dettaglio, il decimo decile, ossia la fascia più ricca, detiene 6.866,5 miliardi di euro su una ricchezza netta totale di 11.333,1 miliardi, il nono decile ne ha 1.489,4 miliardi (13,1%), l’ottavo 960,3 miliardi (8,5%), il settimo 680,6 miliardi (6,0%), il sesto 514,5 miliardi (4,5%), mentre la metà meno abbiente delle famiglie possiede complessivamente 821,7 miliardi, pari al 7,3%.
Sbilanciata anche la distribuzione dei debiti, i cinque decili più poveri devono far fronte al 37,9% dell’indebitamento complessivo delle famiglie, e per il decile più povero il rapporto tra passività e ricchezza lorda è al 95,6%, comunque più contenuto rispetto alla maggioranza dei Paesi dell’area euro, dove per lo stesso decile la ricchezza risulta negativa.
Anche la distribuzione delle attività finanziare risente di questo squilibrio. Il 10% più abbiente detiene il 93,3% delle azioni quotate, l’82,5% delle quote di fondi comuni, il 76,9% delle assicurazioni ramo vita e il 98,3% delle azioni non quotate e delle altre partecipazioni, oltre al 43,4% dei depositi e al 76,7% dei titoli di debito.
Per Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, “il nostro Paese deve fare i conti con una crescita che per troppo tempo è stata dello 0,%, con retribuzioni stagnanti da 30 anni e con un debito pubblico schiacciante, come per molte altre economie occidentali. In questo scenario stiamo assistendo a una regressione della ricchezza generata dal lavoro e uno stato che non potrà più garantire lo stesso perimetro di welfare, che non potrà ridurre la pressione fiscale e che non avrà la forza per sostenere gli investimenti”.
Il direttore generale del Censis ha sottolineato anche l’impatto significativo della denatalità per l’Italia, non solo in termini di un restringimento della parte attiva della popolazione e quindi di sostenibilità del nostro stato sociale, ma anche di accrescimento delle diseguaglianze. “Meno figli – ha detto – vuol dire meno eredi e quindi accentramento ancora maggiore nelle mani di chi detiene la maggior parte della ricchezza”.
Secondo Tommaso Nannicini, Ordinario di economia politica presso l’Istituto universitario europeo e l’Università Bocconi, “occorre una vera politica dei redditi. Oggi il lavoro è molto più tassato della ricchezza”. In merito alla diseguaglianza e alla povertà Nannicini ha sottolineato come questi due aspetti “incidano con forza diversa a seconda delle generazioni. Mentre prima ci si preoccupa di affrontare una vecchiaia serena oggi sono le famiglie più giovani a essere le più esposte”.
“Senza un significativo e duraturo aumento del prodotto interno lordo e un forte rialzo delle retribuzioni, con ragionevole certezza aumenterà ancora la quota della ricchezza netta italiana detenuta dal 5% delle famiglie più ricche”, ha detto il segretario generale nazionale di First Cisl, Riccardo Colombani.
“Servono ingenti investimenti ma non possiamo fare affidamento sulla finanza pubblica. Siamo convinti che la mobilitazione della ricchezza delle famiglie verso l’economia reale possa essere decisiva. Siamo però scettici riguardo a soluzioni che puntino solo alle agevolazioni fiscali sugli eventuali benefici economici rivenienti dagli investimenti, perché temiamo che non si rivelino efficaci. L’esperienza dei piani individuali di risparmio – osserva – corrobora il nostro dubbio: a qualche anno dal varo e dopo i tentativi di rilanciare lo strumento, le masse gestite non sono considerevoli, non sempre divengono capitale di rischio e soprattutto manca un approccio olistico”
La soluzione che la First ha avanzato insieme alla confederazione è la costituzione di “un fondo nazionale a sostegno dell’economia reale che preveda: garanzie pubbliche integrali sulla ricchezza che gli italiani volontariamente destineranno a tale progetto, con limiti di ammontare e temporali per evitare speculazioni; un governo della ricchezza raccolta affidato alla regia di CdP, con l’attività indispensabile di banche, assicurazioni e altri intermediari finanziari; un’architettura articolata di allocazione che, facendo leva su consorzi di filiera, magari con prerogative potenziate da una legislazione di sostegno, crei quelle condizioni di fiducia negli imprenditori, necessarie ad aprire le porte delle loro imprese”.
Concludendo la giornata la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola ha sottolineato come LE disuguaglianze si superano “facendo crescere il Paese e cercando di attivare tutte quelle leve che possono generare sviluppo, che possono far aumentare i salari, che possono aumentare la produttività e redistribuirla sui salari, che possono aiutare chi è già in pensione attraverso un’indicizzazione piena delle stesse”.
Infine, Fumarola ha indicato le priorità per la prossima legge di bilancio “concentrando le risorse su pochi nodi di sistema, a partire dal lavoro e dai redditi medio-bassi. Estendere la riduzione dell’Irpef al ceto medio, portando a 60 mila euro la soglia oltre la quale scatta l’aliquota più alta, e restituire il drenaggio fiscale che l’inflazione si porta via. Detassare le tredicesime e confermare la detassazione su premi di produttività e utili distribuiti ai lavoratori. Alleggerire le tasse su lavoro notturno, festivo e a turni. Rivalutare pienamente le pensioni e allargare la platea della quattordicesima. Finanziare in modo strutturale la legge sulla partecipazione. Dare respiro alla sanità pubblica e alla non autosufficienza. Le coperture ci sono se si ha il coraggio di cercarle: quasi cento miliardi di evasione l’anno, basta con le rottamazioni, un contributo di solidarietà da rendite ed extraprofitti”.
“Il fisco deve fare la sua parte, rafforzando la progressività e facendo pagare il giusto alle rendite di posizione e alla finanza speculativa. Lo dico chiaramente, perché su questi dati qualcuno proverà a costruire la scorciatoia della patrimoniale. La patrimoniale in Italia esiste già: sta nell’articolo 53 della Costituzione, si chiama progressività, e va semplicemente realizzata”.
“Oggi non è così: la progressività pesa quasi soltanto su dipendenti e pensionati, mentre quote crescenti di reddito escono dall’Irpef con aliquote piatte. Per dirla semplice: noi diciamo no all’innalzamento della flat tax sui redditi autonomi oltre i 100mila euro. È iniquo e uno schiaffo al principio di equità e di coesione. E un’offesa verso lavoratori e pensionati che pagano più del doppio delle tasse guadagnando meno della metà”, ha concluso la numero uno Cisl.
























