Segretario Faraoni a che punto siamo dell’opas di Tim nei confronti di Poste?
Al momento l’acquisizione da parte di Poste delle azioni di Tim è arrivata a più del 60%, dopo che la settimana scorsa il cda della stessa Tim aveva dato via libera all’operazione. Quindi l’opas sta andando nella direzione giusta, i termini per la sottoscrizione sono stati ampliati perché l’intenzione di Poste è quella di arrivare a possedere una percentuale ancora maggiore di azioni.
A che tipo di operazione stiamo assistendo?
A un’operazione molto importante dal punto di vista della politica industriale, che può dare vita a un colosso che può giocare un ruolo centrale non solo al livello nazionale ma anche europeo, un colosso a trazione pubblica. Con questa operazione è stata intrapresa una strada opposta rispetto al processo di privatizzazione che negli anni passati aveva interessato l’allora Telecom. Un’operazione che, una volta conclusa, potrebbe non solo rafforzare Tim ma dare una scossa anche all’intero settore delle Tlc.
Alla fine di questo processo che “creatura” potrebbe nascere e quale potrebbe essere il nuovo asseto occupazionale?
Una nuova creatura con un patrimonio molto ricco dal punto di vista dell’innovazione tecnologica perché Tim è un’azienda leader sotto questo profilo. Dall’altro c’è Poste che nel tempo si è molto ampliata e diversificata, che ha una presenza capillare sul territorio e che quindi può diffondere in molto altrettanto minuzioso una maggiore consapevolezza tecnologica tra la popolazione. Se ci rifacciamo alle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Poste Matteo Del Fante non solo non ci saranno scossoni dal punto di vista della tenuta occupazionale ma, anzi, si apriranno nuove opportunità di carriera per il personale. Sicuramente ci sarà da gestire nel tempo un ricambio generazionale ma questo è un tema che interessa tutta la filiera.
Lei ha detto che l’acquisizione delle azioni di Tim da parte di può rappresentare una scossa per tutto il settore, in che modo?
Altri operatori del settore potrebbe non vedere di buon occhio un’operazione che porta al consolidamento di un player specifico. Detto questo l’opas ha il merito di riaccendere i riflettori su una filiera strategica per l’intero paese. Non si tratta solo di discutere dei destini industriali di Tim ma essere consapevoli che abbiamo davanti un settore che è in crisi, che negli ultimi 13 anni ha perso qualcosa come 14 miliardi di euro. È un settore nevralgico per la digitalizzazione del paese, in prima linea con l’innovazione tecnologica e la rivoluzione innescata dall’intelligenza artificiale eppure non riesce a fare gli investimenti necessari. L’operazione Tim-Poste potrebbe stimolare nuovi investimenti. Noi assieme ad Asstel stiamo, per esempio, sollecitando la politica a non chiedere agli operatori più soldi per il rinnovo delle frequenze perché queste risorse potrebbero essere riversate sull’ammodernamento delle infrastrutture, per il passaggio da 5G al 6G, sul quale siamo già in forte ritardo rispetto. C’è poi tutto il discorso dei CRB BPO ossia dei call center, che rappresentano la parte più debole della filiera e che non possono essere lasciati soli. Chiaramente le sfide e i cambiamenti sono tanti. Dobbiamo essere nelle condizioni di governare e non subire l’intelligenza artificiale. Per farlo serve formazione per la nostra forza lavoro, perché non possiamo pensare di mandare tutti in pensioni, così come occorre un processo di alfabetizzazione dell’utenza che deve fare i conti questa realtà. Noi come filiera siamo molto compatti ma non possiamo fare tutto da soli e in questi anni è mancato, in modo trasversale, il supporto della politica.
Secondo lei senza questa operazione ci sarebbe stata una rinnovata attenzione per le Tlc?
Sicuramente penso proprio di no. È un bene che la cosa abbia ridestato un po’ gli animi e riacceso i riflettori verso un settore ha un estremo bisogno di una politica industriale al pari di altre filiere che sono considerate strategiche per lo sviluppo economico del paese.
Venendo all’intelligenza artificiale che idea si è fatto dei timori che negli ultimi giorni sono stati sollevati attorno a un suo sviluppo incontrollato?
L’intelligenza artificiale può essere un valore aggiunto in molti ambiti: la medicina o la riduzione dei rischi e dei carichi nel mondo del lavoro. Diventa problematica quando viene usata per generare fake news, distorsione della realtà o per sostituire i lavoratori come avvenuta in quell’azienda in Veneto. Sono convinto che l’intelligenza artificiale potrà aprirci la strada verso nuove professioni e competenze. Per questo è importante non essere travolti e avere cittadini e quindi lavoratori preparati nel gestirla. È un lavoro sinergico, che chiede anche alla parte sindacale di fare un salto di qualità, non solo perché dobbiamo imparare a conoscerla ma anche calibrare il nostro modo di fare rappresentanza e contrattazione.
Tommaso Nutarelli



























