Chi sono i poveri oggi? Quelli che stanno sempre con noi, la spada a doppio taglio che penetra nelle coscienze cristiane, scandalo della società moderna, pietre scartate dalla costruzione di mura di cinta erette per isolare. All’Incontro per la città, l’iniziativa promossa da Caritas, Cgil Roma e Lazio e Cisl Roma e Rieti che si è svolta oggi in Campidoglio, il direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale del lavoro e la custodia del creato, Monsignor Pesce, richiama l’insegnamento evangelico per ridare visibilità ai poveri e agli emarginati, agli invisibili della società. Diceva don Primo Mazzolari: “I poveri si abbracciano, non si contano”.
Il senso della mattinata va proprio in questa direzione: un’analisi dei bisogni della città di Roma alla luce dei tre rapporti sulla povertà e sull’economia realizzati dai sindacati e dalla Caritas stessa, per valutare possibili proposte concrete con cui affrontare le disuguaglianze e le nuove fragilità sociali. La parola chiave è, appunto, insieme, come sottolinea Giustino Trincia, direttore della Caritas: un incontro — «non un convegno» — tra i cittadini e associazioni, tra coloro che sono a stretto contatto nella quotidianità con le famiglie e le persone, per mettere in contatto sensibilità e punti di vista diversi al fine di trovare proposte e soluzioni strutturali.
Ma è proprio guardando dove accadono le cose che le disuguaglianze diventano visibili. In questi spazi, sindacati e Terzo settore sono delle vere e proprie sentinelle, come osserva Svetlana Celli, presidente dell’assemblea capitolina, che monitorano e arginano fenomeni ormai strutturali come la povertà assoluta, le difficoltà di accesso al lavoro, la disparità salariale, la concentrazione della ricchezza.
Il contributo più rilevante arriva da Salvatore Monni, professore ordinario al Dipartimento di Economia aziendale dell’Università Roma Tre e animatore del progetto Mappa Roma, che con rigore scientifico e linguaggio accessibile legge attraverso le mappe le differenze socio-economiche che attraversano la Capitale. Perché «le medie ci raccontano Roma, ma spesso non ci raccontano le tante Rome che convivono nella stessa città». Per questo Monni sceglie di non presentare separatamente i tre rapporti, ma di metterli in relazione attraverso il territorio. Redditi, lavoro, povertà, casa e accesso ai servizi non si distribuiscono infatti allo stesso modo e la loro rappresentazione geografica rende evidente quanto il luogo in cui si vive continui a pesare sulle opportunità individuali.
Roma è una grande capitale europea dalla capacità attrattiva, che però non si traduce automaticamente in sviluppo diffuso. È questa la contraddizione da cui parte Monni: «Perché una città così ricca di risorse continua a produrre disuguaglianze così profonde? E soprattutto, quanto conta ancora a Roma il luogo in cui si vive e le opportunità che si hanno?». La risposta, nella sua lettura, passa dalla vivibilità, parola onnipresente nelle classifiche e nei programmi urbani, ma molto meno semplice di quanto sembri. Il concetto, infatti, è spesso associato alla qualità fisica dell’ambiente urbano, trascurando che la città è fatta anche relazioni, fiducia, possibilità di fruire gli spazi e di partecipare alla vita collettiva. Il benessere, dunque, non dipende semplicemente dalle risorse possedute, ma dalla possibilità concreta di trasformarle in opportunità e libertà reali: «Una città può essere ricca di infrastrutture e povera di opportunità. Può essere efficiente senza essere inclusiva. Può essere attrattiva per gli investimenti e molto meno per chi vi abita».
Sul fronte del lavoro l’analisi si fa più dettagliata. Roma metropolitana conta circa 4,2 milioni di abitanti e conserva un potenziale umano e produttivo rilevante. Ma nel 2024 il tasso di occupazione dell’area era del 65,8%, più basso di quello di Milano, Bologna e Firenze. Le proiezioni indicano che, per evitare che l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione in età lavorativa producano una riduzione del numero degli occupati, il tasso dovrebbe arrivare al 70,6% entro il 2035. La capitale, dunque, non può affidare il proprio futuro alla sola capacità di attrarre persone e investimenti, che piuttosto deve tradursi in più occupazione e in migliori condizioni di vita.
Anche il reddito restituisce questa doppia immagine. Nel 2024 il reddito medio dichiarato a Roma è stato di 32.501 euro per contribuente, terzo dato tra le grandi città italiane dopo Milano e Bologna. Tra il 2019 e il 2024 è aumentato nominalmente di 4.696 euro, ma l’inflazione cumulata nello stesso periodo, pari al 16%, ha assorbito gran parte dell’incremento. La crescita nominale, quindi, non coincide automaticamente con un miglioramento delle condizioni reali. Soprattutto, la media cittadina nasconde differenze radicali.
Come accennato, però, è sulle «sette Rome» che compongono la Capitale che l’analisi rivela la realtà più profonda: la città storica, la città ricca, la città compatta, la città dell’automobile, la città-campagna, la città del disagio e la città degli invisibili. Si tratta di una classificazione costruita sulla base di caratteristiche diverse per composizione demografica, istruzione, lavoro, reddito, abitazioni, accessibilità e servizi. Nel 2024, ad esempio, il reddito medio della città ricca era vicino ai 52 mila euro, quello della città storica a 49 mila; città compatta e città dell’automobile si collocavano intorno ai 31 mila, mentre città del disagio e città-campagna restavano tra 24 e 25 mila euro. E la ripresa non ha accorciato le distanze. Tra il 2019 e il 2024 città ricca e città storica hanno aumentato il reddito medio di circa 7.400 euro; la città compatta di 4.800, quella dell’automobile di 4.200, quella del disagio di 3.550 e la città-campagna di 3.300. In cinque anni, la distanza tra città ricca e città del disagio si è così ampliata di quasi 4 mila euro. «Roma insomma cresce, ma non tutta Roma cresce nello stesso modo». La disuguaglianza economica diventa dunque una questione di vivibilità: quartieri della stessa città possono offrire possibilità molto diverse di studiare, lavorare, curarsi, muoversi, partecipare e costruire il proprio futuro.
Il mercato del lavoro conferma il quadro. Nel 2025, a Roma, quasi un contratto di lavoro su due aveva una durata effettiva di appena 24 ore e soltanto il 15% delle nuove assunzioni nel Lazio era a tempo indeterminato. A luglio 2025 le retribuzioni contrattuali del settore privato risultavano inferiori di circa il 9%, in termini reali, rispetto a gennaio 2021, mentre oltre il 43% dei dipendenti era privo di un contratto collettivo aggiornato nella parte economica. Il problema, però, non è soltanto quanto si guadagna o quanto dura un contratto. È dove si concentra la vulnerabilità. «Il lavoro povero ha una sua geografia, così come hanno la disoccupazione e la minore partecipazione femminile al mercato del lavoro».
La povertà, d’altra parte, non si esaurisce nel reddito. È nella casa, infatti, che le diverse disuguaglianze finiscono per incontrarsi più chiaramente. Il disagio abitativo è diventato uno dei principali meccanismi attraverso cui le disuguaglianze economiche si trasformano in disuguaglianze di opportunità. Le stime citate da Monni indicano che nel 2021 circa 92 mila nuclei familiari in affitto erano esposti a un elevato rischio di grave fragilità abitativa, ai quali si aggiungevano circa 22 mila nuclei già in condizione di grave emergenza: circa 114 mila famiglie complessivamente. A Roma, tra il 2019 e il 2024 la domanda di abitazioni in affitto è cresciuta del 25,4%. E a essere esposti non sono soltanto i nuclei in povertà conclamata, ma anche giovani, famiglie monogenitoriali, studenti, lavoratori fuori sede e quella fascia intermedia che guadagna troppo per accedere all’edilizia pubblica e troppo poco per sostenere senza difficoltà il mercato.
L’offerta, strutturalmente debole, è poi inficiata dai circa 35 mila annunci su Airbnb e oltre 40 mila considerando le altre piattaforme. Il turismo è una risorsa fondamentale, ma quando la domanda turistica incontra un mercato degli affitti già insufficiente si produce un paradosso. Non si tratta, secondo Monni, di attribuire a una sola causa la crisi abitativa, ma di vedere come la turistificazione agisca dentro una fragilità già esistente, fatta di salari deboli, scarsità di locazioni stabili e insufficiente offerta pubblica e sociale. E il punto non è soltanto il prezzo della casa. Dove si può permettere di vivere determina quanto tempo si impiega per andare al lavoro, quali scuole e servizi si possono utilizzare, quali relazioni familiari e sociali si riescono a mantenere. La città, intanto, ha continuato a spostarsi e le nuove periferie di Roma non finiscono più ai confini di Roma Capitale.
La questione sociale è diventata metropolitana e con essa anche la necessità di ripensare gli interventi. La questione, infatti, è come tutto questo venga misurato e trasformato in politica. La sfida, in sostanza, non è soltanto far crescere Roma, ma accorciare le distanze attraverso il confronto democratico. Non rendere la città uniforme, né cancellare differenze che sono anche una ricchezza, ma impedire che il luogo in cui si nasce o si vive condizioni in modo così forte la possibilità di studiare, lavorare, curarsi, muoversi e partecipare. Nella lettura di Monni torna un passaggio di don Luigi Di Liegro, che individuava la radice delle «invivibilità» nella polarizzazione tra le zone e le fasce più favorite e quelle più sfavorite, dove si moltiplicavano invece gli stimoli alla marginalità sociale e alla regressione economica e civile. Parole che continuano a ritrovarsi in questa geografia disuguale della città, che non è un destino inevitabile. «La città che tutti quanti in qualche maniera dobbiamo desiderare è una città che diventi un bene prodotto da tutti, un bene di tutti». È questa, alla fine, la direzione indicata da Monni: una città capace di crescere non soltanto nella ricchezza che produce, ma nelle opportunità che rende disponibili. E nella quale il luogo in cui si nasce o si vive conti un po’ meno nel decidere quale futuro si potrà avere.
Questa lettura della città, e soprattutto la necessità di ricucirne le distanze, è la direzione nella quale si ritrovano Cgil e Cisl. Rosita Pelecca, segretaria generale della Cisl Roma e Rieti, richiama una piena assunzione di responsabilità da parte del sindacato e del Terzo settore. Ascolto, lavoro, diritti sono le parole che attraversano la giornata e che, nella sua lettura, trovano il loro senso proprio nel concetto dell’insieme, nella costruzione di una rete nelle cui maglie possano essere intercettate le marginalità e, insieme, far crescere il valore della comunità.
Una responsabilità che Natale Di Cola, segretario generale della Cgil Roma e Lazio, lega anzitutto al lavoro: ricordando la tragedia di Andrea Moretti, operaio ventiduenne che ha perso la vita durante i lavori del Colosseo, ribadisce che «la vita venga prima del profitto» e che sicurezza e dignità non sono negoziabili. Accanto, torna la questione abitativa, che Di Cola collega alla grande mobilitazione degli abitanti di Spin Time sgomberati dal fondo proprietario Investire Sgr. In questa vicenda, la Cgil ha dimostrato la sua identità di sindacato di strada, che prova a leggere la realtà prima ancora di indicare le soluzioni. Un obiettivo, questo, che fa il paio con quello dell’incontro: mettere insieme lenti diverse per interpretare la società nelle sue sfaccettature senza approdare a soluzioni semplificate. C’è, nelle sue parole, anche la frustrazione per un governo che rivendica risultati positivi mentre disuguaglianze e fragilità restano profonde. Per questo, secondo Di Cola, il sindacato deve tornare a esercitare fino in fondo la propria funzione attraverso ascolto e partecipazione. E la prossima tappa sarà unitaria: Cgil, Cisl e Uil stanno preparando proposte comuni da sottoporre al Campidoglio, con l’obiettivo di «liberare il lavoro» e ridurre le disuguaglianze.
Dietro i dati e le mappe ci sono fenomeni molto concreti, malesseri come la solitudine, le dipendenze, la violenza giovanile. Sono sintomi diversi della stessa malattia che dilaga in una città nella quale serve, dice, un «nuovo umanesimo» costruito attraverso la collaborazione di tutti. Ed è qui che il cerchio torna alla domanda da cui era partita la mattinata: chi sono i poveri oggi? Non soltanto coloro che un indicatore riesce a contare, ma le persone che rischiano di restare fuori dalle opportunità. Per questo, nella visione di Trincia, «non c’è carità senza giustizia». E a Roma serve una carità politica, intesa non come semplice dono, ma come disponibilità a mettere sé stessi e le proprie responsabilità al servizio della comunità.
Un principio che trova una sintesi anche nelle parole di Leone XIV sull’idea di giustizia sociale: una società è giusta quando il suo ordine sociale, economico e politico consente a tutti, e soprattutto ai più fragili, di vivere in modo davvero umano, senza lasciare indietro nessuno. Non basta dunque contare i poveri, né limitarsi a misurare le distanze. Bisogna decidere se e come accorciarle. E farlo insieme.
Elettra Raffaela Melucci






















