I dati sull’andamento e le caratteristiche del lavoro in Italia sono giustamente sempre più al centro del dibattito e delle valutazioni di parti sociali, giornali, economisti. Alcuni giorni fa l’Istat ha evidenziato la tendenza di un fenomeno rilevante e sempre più grave, passato questa volta nel silenzio di tutti, tranne che di un paio di esperti commentatori.
L’Istat ci dice che nel 2024 il lavoro irregolare (in italiano lavoro nero) è aumentato in modo assai sensibile, arrivando a toccare la cifra di 3.277mila ULA (ovvero le unità di lavoro a tempo pieno, non le teste singole), con un incremento significativo del 9,7% rispetto al 2022.
Siamo ad un tasso di diffusione del 13,1%, anch’esso in aumento, sul totale degli occupati. Praticamente 1 lavoratore o lavoratrice su 8 in Italia lavora in nero.
Ammetto che il dato è inaspettato. Nella mia ingenuità ero convinto che negli anni in cui è aumentata l’occupazione ufficiale, si è ridotto il peso dei contratti a termine, la manodopera scarseggia, ci saremmo dovuti aspettare una fisiologica contrazione del lavoro irregolare.
Non è assolutamente così. Anzi, la crescita del lavoro nero viaggia su percentuali tra 3 e 4 volte superiori a quelle del lavoro regolare. E se tramutiamo le ULA in singole persone, visto che il lavoro irregolare è assai diffuso nella stagionalità, nel part time e nel lavoro occasionale, credo che possiamo stimare in almeno 4 milioni e mezzo gli italiani, ma sicuramente anche moltissimi stranieri, che devono sottostare a questa grave forma di sfruttamento: una enorme massa di persone.
L’Istat non ci dice della diffusione territoriale del fenomeno, né a quanto ammonta il salario medio di chi viene pagato in nero. Speriamo in futuro di poter contare su questi dati assai indicativi.
Ci dice invece quanto chi conosce il mondo del lavoro immagina già: quasi assente nel settore industriale, il lavoro irregolare è in crescita nelle costruzioni (proprio dove paradossalmente si sono concentrati ingenti incentivi pubblici), nel commercio e ristorazione e in agricoltura dove pesa per oltre il 18%.
Ma è nei servizi alla persona, attività quasi sempre in capo alle famiglie, che il lavoro nero è arrivato al 41,4% diventando in questo caso un modello gestionale che vuole surclassare il lavoro in regola e il rispetto dei contratti.
Questi dati ci dicono molto di come in Italia il modello di economia e di fare impresa stia faticando e distorcendo sempre più le sane regole del mercato nel nostro Paese. Sono diversi i fattori che alimentano questo fenomeno non più residuale. Ma è evidente come in molti settori prende sempre più piede un modo di fare attività economica ed impresa poco competitivo e tutto basato sulla compressione dei costi, scavalcando le regole date. Con il lavoro nero in crescita il Paese non può crescere.
Che fare, verrebbe da chiedersi. Non si tratta di inventare nuove ricette e nuove norme. Le regole esistono, ma nel tempo si è affermata nella pancia del Paese la convinzione che nessuno vigili e che si può sempre farla franca. Intensificare controlli, verifiche sugli appalti, incroci di banche dati, sanzioni sarebbe il minimo.
Va soprattutto battuto il luogo comune che chi offre un lavoro in nero lo fa perché costretto e pertanto può essere quasi scusato.
Un discorso a parte forse meriterebbe il settore dei servizi alla persona, in grande espansione anche sotto il peso dell’invecchiamento della popolazione. Qui servirebbe dare maggior valore al lavoro di cura dentro le gare di appalto dei servizi socio-sanitari e rifondare un patto con le famiglie che in cambio della indispensabile regolarità del lavoro preveda incentivi fiscali e deducibilità, come già in diversi Paesi europei.
Un’ultima considerazione: sono importantissime le elaborazioni e i confronti tra parti sociali e tra queste e il governo su salario giusto, salario legale, salario dignitoso, lotta ai contratti pirata, incremento del potere d’acquisto, minor tassazione sul lavoro, recupero del fiscal drag, e tifiamo per soluzioni condivise a breve. Ma gli esclusi da tutto ciò, lasciati in balia del lavoro nero sono tanti, troppi.
Ridare sicurezza sociale realmente percepita è oggi una priorità per la coesione e la tenuta della democrazia. Non si migliora il Paese se non si affronta questo mercato del lavoro malato e a sé stante.
Roberto Benaglia – Fondazione Carniti

























