Vicepresidente Prampolini, lei è titolare di una catena di supermercati: dove si trovano i suoi punti vendita? State già risentendo della protesta degli autotrasportatori in termini di approvvigionamenti o consegne delle merci?
I nostri punti vendita sono in Emilia Romagna e al momento non abbiamo avuto grandissime ripercussioni causate dagli scioperi degli autotrasportatori. E questo vale un po’ per tutto il centro-nord. È chiaro che se la protesta dovesse protrarsi nel tempo potremmo avere una situazione che andrebbe a infettare anche queste zone.
Al sud, invece, com’è la situazione?
Attraverso la confederazione, ma parlando anche con i colleghi, abbiamo avuto notizie di disservizi in nei supermercati che si trovano al sud, Campania, Calabria, Sicilia, con le immagini di scaffali e frigoriferi che iniziano a svuotarsi. A questo si aggiunge anche la difficoltà nel reperire dei prodotti che provengono dal mezzogiorno, penso, ad esempio, al pomodoro Pachino.
Si può parlare di emergenza?
Credo l’emergenza supermercati sia, in parte, più raccontata che reale. Questo ovviamente non vuol dire negare le difficoltà nel reperire la merce, così come non vuol dire negare il fatto che c’è un tema oggettivo di un elevato costo del carburante. E questo problema si sarebbe fatto sentire, forse con meno impatto mediatico, anche se non ci fosse stato il blocco, perché se prima il costo di un camion per portare il Pachino era di 3.500 euro, oggi siamo 5.500 euro, e gli effetti si vedono sul prezzo finale.
Quale merce diviene introvabile prima delle altre?
I primi prodotti che vengono a mancare sono i freschi e i freschissimi, tutti i latticini. Ovviamente se per due o tre giorni le consegne non vengono effettuate un punto vendita può andare in difficoltà anche sulle altre merci. Gli imprenditori, nel momento in cui stava salendo la protesta, hanno cercato di incrementare quanto più possibile le scorte di magazzino ma, come detto, con il blocco che si sta protraendo, cresce la difficoltà nella reperibilità dei prodotti. Va detto che il disagio, al sud e non solo, non si sta manifestano in maniera uniforme ma a macchia di leopardo. Per capirci incide molto se una catena di supermercati ha internalizzata la logistica, e quindi non patisce il blocco dei tir, oppure no.
Lei e i suoi colleghi che gestite i supermercati come vi state approcciando alla protesta dei tir?
C’è, ancora, un clima di tolleranza e di comprensione delle difficoltà che stanno vivendo gli autotrasportatori. Magari non pensiamo che la soluzione sia quella di scioperare contro il governo, perché questo non è un problema imputabile all’esecutivo Meloni ma, come sappiamo, dipendente da una congiuntura internazionale subita da tutte le cancellerie. Anzi il nostro governo forse ha fatto di più e ha messo più soldi, nonostante i vincoli di spesa, per far fronte al caro energia. In questi giorni ero in Francia, scossa dalle proteste, e li non c’è il price cap, il diesel non è a 2,19, ma 2,29 o 2,39 euro. Quindi, forse, la ricetta dei tir non è quella giusta. È giusto dare voce a un disagio sociale, è giusto aprire un canale di confronto con il governo, ma poi chi paga il prezzo di questi blocchi è il consumatore, che non ha nessuna colpa, non trova i prodotti per fare la spesa e quando va a fare il pieno si ritrova nella stessa situazione dei camionisti. Inoltre la loro protesta, rispetto ad altre che ci sono state in questi giorni con toni ben diversi, è stata molto civile e quadrata. Hanno voluto portare in piazza un malessere che noi comprendiamo perché siamo anche dirigenti sindacali.
Pensa che nella grande distribuzione potrebbero esserci ricadute negative per l’occupazione?
Non credo proprio che potrebbero esserci dei contraccolpi per la tenuta occupazionale dei supermercati. Gli ammortizzatori sociali si richiedono solo quando c’è una problematicità che si protrae a lungo, e solo per attivarli servono quindici giorni, un tempo nel quale la protesta potrebbe essersi già conclusa. Sicuramente il momento della grande distribuzione non è facile. I fatturati non brillano e l’incremento dell’inflazione quasi mai si traduce in un maggior guadagno perché o le persone comprano meno o acquistano beni con una battuta di cassa più bassa.
Il blocco dei camion che cosa ci racconta?
Dobbiamo capire che il problema dell’energia viene da lontano, con dinamiche che sono note a tutti. Ogni governo fa quello che può in base a quello che ha. Senza dubbio dobbiamo mettere mano alla crisi energetica e alla debolezza che ha il nostro paese su questo fronte. Noi siamo troppo esposti, produciamo niente o poco in casa. Da tempo parliamo del nucleare e se, invece di parlare, ci fossimo mossi magari le centrale le avremmo avute. Perché oggi abbiamo davanti agli occhi le proteste dei trasportatori, ma dovremmo essere capaci di non fermarci solo all’emergenza dettata dal momento e capire che il caro bollette stritola, da tempo, famiglie e imprese, con conti che si sono raddoppiati rispetto allo scorso anno o triplicati sugli anni passati.
Dall’incontro con il ministro Salvini secondo che soluzioni potrebbe uscire?
Penso che si difficile arrivare a una soluzione di lungo respiro, perché oggi nessun governo ha le spalle larghe, dal punto di vista economico, per prendersi un impegno duraturo, su incentivi o per sostenere i crediti di imposta o creare un plafond. Sarebbe un impegno economico insostenibile anche con una maggiore flessibilità data dall’Europa. Tuttavia non possiamo partorire neanche un decreto che duri dieci giorni, ossia serve una misura che stia nel mezzo.
Tommaso Nutarelli


























