Lo sciopero nazionale dei lavoratori dei teatri del 27 ottobre ha riunito dipendenti e scritturati nella protesta per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto nel 2021, con gli ultimi adeguamenti economici risalenti al 2018. Dopo due anni di trattative, i sindacati di categoria Slc Cgil, Fistel Cisl e UILFPC Uil respingono la proposta della controparte Federvivo, giudicata insufficiente a recuperare l’inflazione e diluita fino al 2029. Al centro della vertenza ci sono anche la frammentazione contrattuale, le tutele per chi lavora a intermittenza e il finanziamento pubblico dello spettacolo. Il Diario del Lavoro ha intervistato sul merito Sabina Di Marco, segretaria nazionale della Slc Cgil, presente al presidio del Teatro Valle di Roma.
Di Marco, qual è il bilancio della mobilitazione del 27 ottobre?
È stata una protesta con caratteristiche molto specifiche, prima di tutto quella di tenere insieme gli scritturati e i lavoratori dipendenti. Per noi è importante anche per il modo in cui vogliamo condurre la trattativa: la nostra proposta iniziale alla controparte datoriale Federvivo prevedeva di unire i due contratti, quello dei dipendenti dei teatri e quello degli scritturati. Pensiamo che sia il modo per costruire un sistema di diritti e tutele più universale di quello attuale. La partecipazione è stata decisa, con dipendenti e scritturati negli stessi teatri e, dove possibile, anche in altri luoghi di mobilitazione. È un segnale che ci conforta e ci convince a proseguire in questa direzione.
Perché la proposta economica di Federvivo non è sufficiente e quali sono i nodi da sciogliere?
Perché non copre nemmeno tutta l’inflazione pregressa. Il contratto è scaduto da molti anni e la proposta non compensa la perdita di potere d’acquisto accumulata. In più, Federvivo vorrebbe spalmare gli aumenti fino al 2029, allungando la vigenza contrattuale e impedendoci di tornare a negoziare nel breve periodo. Noi parliamo di una tornata che deve arrivare al 2026; loro vogliono portarla fino al 2029. Questo produrrebbe un effetto pesantissimo sui salari: i lavoratori continuerebbero a perdere potere d’acquisto, senza poter ridiscutere presto le condizioni economiche.
Una recente indagine della Fondazione di Vittorio sulle condizioni di lavoro nello spettacolo descrive redditi molto bassi. Quanto pesa la precarietà e quali tutele mancano?
Quando parliamo di precarietà, ci riferiamo soprattutto agli scritturati, che lavorano con contratti a tempo determinato e, in alcuni casi, con partita Iva. Sono assunti per una produzione, per un’attività, per un singolo spettacolo. Questo li espone a una forte discontinuità. Il problema è che il nostro sistema di welfare e di sostegno al reddito non riesce a decollare. In Francia, per esempio, esiste un sistema di sostegno per l’intermittenza. Qui, invece, si parla spesso di periodi di non lavoro, ma non è corretto: sono periodi di non contrattualizzazione. I lavoratori dello spettacolo lavorano sempre, perché devono continuare a prepararsi. Un musicista, un danzatore, un attore devono allenarsi, studiare, mantenere le competenze per essere pronti quando arriverà un contratto.
Ma in Italia esiste l’indennità di discontinuità, perché non funziona?
Perché i requisiti per accedervi sono, nella maggior parte dei casi, inarrivabili. Ci sono limiti di reddito, giornate di lavoro richieste che non corrispondono all’attività reale di moltissimi lavoratori e difficoltà burocratiche. Lo vediamo anche attraverso i nostri Caf, dove arrivano domande che vengono spesso respinte. C’è poi il problema di chi lavora all’estero e rientra in Italia: nello spettacolo gli artisti si spostano molto, perché gli spettacoli girano. I parametri non tengono conto di questa realtà. Così si hanno salari bassi e, quando manca un contratto, non si ha nemmeno un sostegno adeguato al reddito. È una miscela esplosiva.
Lo spettacolo dal vivo riceve finanziamenti pubblici. Le risorse sono insufficienti o vengono distribuite male?
Entrambe le cose. L’investimento pubblico nella cultura e nello spettacolo si è progressivamente ridotto negli ultimi vent’anni. Allo stesso tempo, si è allargato il numero dei soggetti che possono accedere ai finanziamenti senza aumentare le risorse complessive: così ogni realtà ha meno a disposizione e alcune restano escluse. Questo crea difficoltà oggettive, soprattutto alle imprese più piccole. Ma nella distribuzione dei fondi bisogna partire da una priorità: garantire il lavoro. I contratti collettivi devono poter essere rinnovati e gli adeguamenti devono coprire tutti i lavoratori e le lavoratrici. È questa la variabile indipendente: prima si garantisce il lavoro, poi si decide come gestire gli investimenti. Non possiamo essere noi a pagare il costo degli spettacoli con il nostro lavoro. Non possono essere i lavoratori a farsi carico dei costi della loro realizzazione. Il nostro lavoro deve essere pagato, tutto.
Chiedete un contratto unico e una classificazione comune. Che cosa cambierebbe concretamente?
Partiremmo dalla possibilità di mettere a confronto le retribuzioni. Oggi gli scritturati sono fortemente penalizzati rispetto ai dipendenti, che hanno la tredicesima, il Tfr e altri istituti contrattuali. Gli scritturati devono, sostanzialmente, far rientrare tutto nella paga giornaliera. Una tabella economica unica renderebbe evidente questo divario e aiuterebbe a ridurlo. Ma c’è anche l’organizzazione del lavoro: le prove, le pause e le condizioni in cui si svolge l’attività devono essere regolate per tutti. Vogliamo inoltre includere nella classificazione figure oggi escluse, come drammaturghi e registi, che chiedono di entrare nel contratto nazionale. Oggi negoziano individualmente: se hai forza contrattuale riesci a strappare la dignità di un salario. Se non ce l’hai, subisci semplicemente quello che ti viene offerto. Penso soprattutto ai giovani che escono dalle accademie, molti dei quali hanno partecipato alle manifestazioni perché vogliono entrare in un mondo del lavoro che offra opportunità e non sfruttamento. Quando cominci a fare questo lavoro, quasi sembra che ti facciano un favore a farti lavorare. Un contratto collettivo deve impedire che l’ingresso nella professione diventi un’occasione di sfruttamento.
Federvivo rappresenta grandi teatri e piccole compagnie, quanto pesano queste differenze nel negoziato?
Pesano moltissimo, e pesano al ribasso. Le piccole compagnie hanno dotazioni economiche molto differenti e spesso faticano a sostenere minimi contrattuali dignitosi. Se la trattativa viene costruita sulle loro difficoltà, si produce un negoziato al ribasso che finisce per avvantaggiare anche i teatri stabili e i grandi teatri, che non avrebbero motivo di ricevere quel vantaggio. Il contratto collettivo deve stabilire un minimo per tutti, perché è il lavoro che determina il quantum e non con chi lavori. Un elettricista non cambia tariffa a seconda della casa in cui va a lavorare. Allo stesso modo, chi lavora per una piccola compagnia deve avere le stesse garanzie minime di chi lavora in un grande teatro. Questa situazione crea anche conflittualità tra le diverse realtà rappresentate dalla controparte.
Il 9 novembre è prevista una manifestazione nazionale a Roma. Ci sono possibilità di riaprire il confronto?
Al momento non abbiamo segnali di riapertura, ma non ci fermiamo. La nostra è una vertenza che ha anche un carattere triangolare, perché il settore è finanziato in larga parte con risorse pubbliche. Non deve muoversi soltanto Federvivo: anche il governo deve farsi carico di quello che sta accadendo. Abbiamo chiesto un incontro al ministero della Cultura. Il 9 novembre ci sarà la manifestazione nazionale e, a conclusione della mobilitazione, proveremo ad aprire tavoli di confronto anche con il ministero. È un intero settore che chiede un intervento.
Emanuele Ghiani






























