Se c’è una cosa sulla quale la manovra da poco annunciata dal governo sembra mettere tuti d’accordo è che non piace a nessuno. Su sanità scuola, pensioni e fisco i sindacati, ognuno con le proprie sensibilità e diversità, storcono il naso.
Ma andiamo per ordine. Nel testo bollinato dalla Ragioneria dello Stato sono previsti 2,4 miliardi, più uno già stanziato, da destinare al Fondo sanitario nazionale che raggiungerà € 146,3 miliardi nel 2027, € 147,1 miliardi nel 2028 e € 148,2 miliardi nel 2029. Risorse tuttavia insufficienti secondo la Fondazione Gimbe. Nel triennio 2027-2029 i denari per il Fondo sanitario saranno 7,1 miliardi rispetto ai 18 miliardi richiesti dalle regioni. Ma a preoccupare l’istituto guidato da Nino Cartballotta non è solo quanto lo stato mette sulla sanità ma anche la spesa in rapporto al Pil. L’incidenza del Fondo sanitario sul prodotto interno lordo scende al 6,11% nel 2027, per poi attestarsi sotto il 6% nel 2028-2029. Questo impone alle regioni di garantire i medesimi servizi con margini di spesa sempre più risicati in un paese che vede i cittadini tirar fuori di tasca propria oltre 42 miliardi per le cure e 5,6 milioni che rinunciano a visite ed esami.
“Con questa progressiva e inesorabile riduzione delle risorse al Servizio sanitario nazionale c’è il fortissimo rischio di ulteriori tagli ai servizi, di chiusura di ospedali, di svalorizzazione dei lavoratori sempre più sotto stress che saranno spinti ancor di più ad andare a lavorare altrove” afferma Federico Bozzanca, segretario generale della funzione pubblica della Cgil.
“La Germania destina al finanziamento della sanità pubblica l’11,0% del PIL, la Francia il 9,4%, la Svezia il 9,3%, il Regno Unito il 9,2%, la Slovacchia il 6,4. Nel 2025, in Italia la spesa sanitaria pubblica ha avuto un’incidenza sul PIL del 6,2%, e nei prossimi anni diminuirà ulteriormente. Dati drammatici che rischiano di condannare il Servizio Sanitario nazionale ad una terribile agonia”.
“L’insufficiente finanziamento del Fondo sanitario nazionale – afferma Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil – è destinato ad ampliare la forbice rispetto alla spesa sanitaria a cui contribuiscono anche le regioni. Con il governo che riduce l’impegno sulla sanità pubblica e le Regioni costrette a tagliare altre voci di bilancio per sforbiciare il meno possibile servizi e prestazioni sanitarie, si va delineando una prospettiva destinata ad aggravare irreversibilmente la loro già precaria condizione economico-finanziaria, con conseguente salasso a salari e pensioni. Vergognoso il bonus di 0,82 centesimi di euro al giorno per le spese sanitarie delle persone anziane ultra 75enni”.
Barbaresi sottolinea che “a nulla sono servite finora le richieste delle regioni ad incrementare il Fondo sanitario nazionale di 18 miliardi di euro nel prossimo triennio, soprattutto per assumere e valorizzare il personale che oggi è allo stremo. Tanto meno è stato ascoltato l’accorato appello del Presidente della Repubblica per il quale ‘la tutela del Servizio sanitario nazionale è priorità assoluta’”.
Le cose non vanno meglio sul fronte della scuola, dove l’ultima manovra del governo Meloni taglia quasi 7mila tra docenti e personale ATA: ai 5.660 insegnati e 2.174 amministrativi, tecnici e ausiliari già tagliati nel 2025-26 si sommano ora altre 4.925 cattedre e 2.049 ATA nel biennio 2027-2028. Oltre 14 mila posti in meno in tre anni.
“Tagliare il personale della scuola è una scelta gravissima e inaccettabile” afferma la segretaria generale della Cisl Scuola Ivana Barbacci. “Nella Legge di Bilancio 2027 non si investe nell’istruzione e si arriva persino a pensare di ridurre gli organici, mentre alle scuole si chiede ogni giorno di affrontare responsabilità sempre più complesse. È esplosa una questione giovanile che non può essere ignorata: disagio, fragilità, povertà educative chiedono ascolto, presenza e continuità. Le scuole sono già in difficoltà. Indebolirle significa lasciare più soli studenti, famiglie e personale”. Ma la bocciatura arriva anche alla confederazione, con la segretaria generale Daniela Fumorale che definisce l’istruzione come “una priorità strategica per il Paese: ridurne le risorse significa indebolire i diritti dei giovani, la coesione sociale e le prospettive di sviluppo. Se i tagli saranno confermati, sosterremo tutte le necessarie iniziative di mobilitazione della categoria”.
“La denatalità non può diventare un pretesto per ridurre il personale. Il calo degli iscritti dovrebbe rappresentare un’opportunità per diminuire il numero degli alunni per classe e migliorare la qualità dell’insegnamento. Invece, si continua a intervenire sugli organici, aggravando le difficoltà di un sistema già segnato dal precariato” hanno dichiarato PierPaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, e Giuseppe D’Aprile, segretario generale della Uil Scuola. “Inoltre, ridurre ulteriormente il personale ATA significa aumentarne i carichi di lavoro e mettere in difficoltà le attività di vigilanza, assistenza e gestione amministrativa. Nelle aree interne, dove la scuola rappresenta spesso uno degli ultimi presìdi di socialità e legalità, questi tagli rischiano di accentuare le disuguaglianze e lo spopolamento. A questo si aggiunge la questione retributiva. L’inflazione rischia di erodere ulteriormente il potere d’acquisto del personale scolastico, già penalizzato dalle perdite accumulate negli anni precedenti e dal peso delle addizionali regionali e comunali sugli aumenti netti in busta paga”.
E se la scuola piange non stanno meglio le pensioni con tagli tra il 15 e il 68% alla rivalutazione degli assegni previdenziali e conferma dell’aumento dell’età pensionabile, che comincia nel gennaio 2027 per arrivare nel 2029 al requisito di 67 anni e 6 mesi di età o 43 anni e 4 mesi di contributi. Con una simulazione la Uil Pensionato ha messo nero su bianco le perdite degli assegni pensionistici.
Considerando un’inflazione ipotetica al 3% e il trattamento minimo Inps di riferimento pari a 611,85 euro, il passaggio dal sistema per scaglioni a quello per importi complessivi comporterebbe perdite crescenti per le pensioni superiori a quattro volte il minimo. Di conseguenza una pensione da 2.500 euro lordi mensili perderebbe 144,17 euro all’anno rispetto al mantenimento del sistema per scaglioni. Per un assegno da 3.000 euro, la perdita sarebbe di 153,92 euro, mentre per una pensione da 3.500 euro raggiungerebbe 574,73 euro annui. Quindi la penalizzazione salirebbe a 711,23 euro all’anno per una pensione da 4.000 euro, a 1.015,43 euro per un assegno da 5.000 euro e a 1.163,63 euro per una pensione da 6.000 euro. Per chi percepisce 6.200 euro lordi mensili, la perdita arriverebbe a 1.314,17 euro annui.
Sul fisco, infine, il boccone amaro è l’innalzamento della flat tax per gli autonomi fino a 100mila euro. “Nessun sostegno al 92% di chi vive di salario o di pensione, briciole alla fascia di reddito che va dai 50.000 ai 55.000 euro, tra i 100 e i 500 euro di riduzione dell’Irpef solo per un anno, mentre si estende strutturalmente la flat tax ai professionisti benestanti fino a 100.000 euro” afferma la Cgil, mentre per la Cisl la misura rischia di estendere “la distanza tra dipendenti a e autonomi a parità di reddito” e la Uil afferma di non condividere “affatto l’innalzamento della flat tax per gli autonomi: per noi, i lavoratori sono tutti uguali e quello della progressività fiscale è un principio di equità e giustizia sociale”.


























