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Home - Approfondimenti - Interviste - Le statistiche nell’era della post-verità

Le statistiche nell’era della post-verità

di Fernando Liuzzi
27 Febbraio 2017
in Interviste
Le statistiche nell’era della post-verità

“In uno dei suoi primi Atti esecutivi, il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato il principio secondo cui le varie Agenzie federali possono pubblicare i risultati degli studi da esse effettuati solo dopo aver ottenuto il permesso da parte dei loro responsabili politici.” A parlare così, non è un corrispondente dagli Stati Uniti, ma un docente universitario italiano, peraltro molto attento al rapporto fra produzione e diffusione di dati e ricerche, formazione dell’opinione pubblica e formulazione di proposte politiche.

Si tratta del professor Enrico Giovannini, che insegna Statistica Economica all’Università di Roma “Tor Vergata” e Public Management alla Luiss. E che, su questa iniziativa politica del neo Presidente Trump (gli Atti esecutivi sono una specie dei nostri decreti), ha richiamato l’attenzione nel corso della rubrica settimanale che tiene il venerdì mattina a “Radio Radicale”.

 

A lui il Diario del lavoro ha chiesto perché questo atto gli sia parso particolarmente significativo, quando non allarmante.

“A dire il vero – risponde Giovannini -, questa non è la prima volta che un vertice politico, anche nel mondo angloamericano, che per noi costituisce un modello di riferimento in materia di democrazia liberale, entra in rotta di collisione con la libertà di produrre e diffondere dati scientifici. Ad esempio, quando Margaret Thatcher era a capo del Governo britannico, venne sospesa la pubblicazione dei rapporti periodici sulla povertà nel Regno Unito. Dal momento che il tema ‘povertà’ non faceva parte dei programmi del suo Governo, decise che non si dovessero spendere soldi pubblici per finanziarie ricerche che, in quel contesto politico, apparivano inutili. Tali ricerche furono dunque abbandonate.”

“Allo stesso modo, negli anni 80 il Senato americano si pronunciò contro il finanziamento di ricerche sulla cosiddetta ‘contabilità ambientale’ condotte da un importante ente pubblico, il Bureau of Economic Analysis, che produce i dati statistici sul PIL e sulle altre grandezze macroeconomiche.”

“Ciò che però rende adesso più preoccupante un’iniziativa come quella assunta da Trump è il contesto in cui essa si inserisce.”


In che senso?

“Per anni, negli Stati Uniti e non solo, è stata ripetuta come un mantra la formula del cosiddetto “evidence based decision making”, ovvero dell’assunzione di decisioni basata su dati. Ebbene, è come se questa formula stesse passando di moda. E si possono ricostruire le tappe del percorso che ha segnalato via, via il mutare di un certo clima culturale. Nell’agosto del 2016, mentre era in corso la campagna per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti, il New York Times, applicando ai discorsi del candidato Trump la tecnica del Fact-Checking, cioè un controllo sulla veridicità delle asserzioni fatte dai politici, segnalò come gran parte dei fatti citati da Trump fossero inesistenti, inventati o, quanto meno, esagerati; così come è successo, nei giorni scorsi, con la dichiarazione relativa a un attentato terroristico in Svezia, in realtà mai avvenuto. Da questo punto di vista, credo sia estremamente significativo il fatto che in novembre, dopo l’elezione di Trump, l’Oxford Dictionary abbia scelto come parola dell’anno per il 2016 l’espressione post-truth, ovvero post-verità. Una locuzione con cui ci si riferisce a una situazione in cui, cito a memoria, ‘i fatti obiettivi hanno meno influenza nella formazione dell’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali’.”

Ma le bugie, anche in politica, non sono una novità.

“Sì, ma la novità è che siamo entrati in una fase in cui, in democrazia, chi mente non è punito dagli elettori. E ciò perché non si guarda a ciò che è vero, ma a ciò che viene affermato in modo assertivo da chi si candida a una carica pubblica. Il fatto è che ci troviamo di fronte al combinato disposto, come oggi si dice, dell’insorgere di grandi problemi, cui le élite appaiono incapaci di rispondere in modo convincente, e della diffusione dei social media, che alterano i percorsi attraverso cui i cittadini si formano, come individui singoli e isolati da contesti collettivi di discussione, le proprie opinioni. In questo quadro, gli appelli populisti hanno facile presa e davanti alle spinte indotte da questi appelli si aprono grandi spazi.”

“Lo stesso Economist nel settembre scorso, dopo la Brexit, ha dedicato una copertina alla questione della post-verità o, per essere più precisi, alla questione della politica della post-verità. Gli uomini politici, ha scritto il settimanale britannico, hanno detto bugie da sempre. Ma si è poi chiesto se il fatto che lascino ‘per intero’ la verità fuori dai propri discorsi non crei una situazione nuova.”

“D’altra parte, dopo l’elezione di Trump, si è visto che anche nell’Europa continentale il dibattito politico spesso non fa riferimento a dati certi, ma a impressioni superficiali, quanto diffuse. Ad esempio, Nando Pagnoncelli, in un suo recente lavoro sulle Percezioni sbagliate della realtà sociale, ha mostrato che in Italia si crede che gli immigrati siano il 25% della popolazione, quando, in realtà, sono l’8%. Così come ha ricordato che anni fa si era diffuso un allarme criminalità quando, in realtà, i dati mostravano una diminuzione dei reati.”

“Nel mio libro Scegliere il futuro, pubblicato nel 2014, discutevo proprio di queste questioni, tant’è vero che il sottotitolo del libro era Conoscenza e politica al tempo dei big data. Devo confessare, però, che l’accelerazione di questi processi a cui stiamo assistendo mi rende ancora più preoccupato di tre anni fa.”


Enrico Giovannini non è solo un professore universitario. Benché non abbia ancora compiuto sessant’anni (è nato nel giugno del 1957), è già stato capo statistico dell’Ocse (2001-2009),  presidente del nostro Istat (2009-2013) e ministro del Lavoro nel Governo Letta (2013-2014). A lui possiamo quindi chiedere ancora: cosa succede alle statistiche economiche e sociali nel mondo della post-verità?

“Nel gennaio di quest’anno, sulle pagine di un’altra testata britannica, il Guardian, è stato pubblicato un articolo di William Davies in cui, facendo – per così dire – un passo in avanti nel dibattito sulla post-verità, è stato proposto il concetto di ‘società post-statistica’. Una società in cui chi cita dati statistici scientificamente elaborati, viene considerato come parte di una élite che diffonde tali dati per imporre al cittadino tesi preconfezionate quali uniche verità possibili. O, ancora, viene considerato come qualcuno che fa parte di un complotto volto a imporre asserzioni false a cittadini che, invece, sanno come stanno davvero le cose, perché ne hanno diretta esperienza.”

“In sostanza, il Guardian, in questo saggio, peraltro, assai serio, e direi quasi compassato, lancia un allarme: questa fuga dai dati, ovvero dalla capacità di dare solide basi empiriche al tentativo di costruire un discorso razionale, pone in forse uno dei fondamenti del pensiero liberale e, addirittura, delle radici illuministiche di quest’ultimo. Viene, insomma, da chiedersi se la rivoluzione culturale in corso non possa recidere il nostro legame con l’età dell’illuminismo. Ovvero se non si stia creando una situazione in cui a guidare l’azione politica non sarebbero più i lumi della ragione.”


Mi par di capire, insomma, che secondo Lei, si assiste a un triplice fenomeno. In primo luogo, l’opinione pubblica è più ricettiva verso messaggi basati su appelli emotivi. In secondo luogo, in questa atmosfera segnata dal rafforzamento delle spinte populiste, la stampa indipendente incontra maggiori difficoltà a sbugiardare le falsità proclamate da figure politiche di spicco. Infine, vi sono figure politiche che, una volta giunte al potere, cercano di porre dei limiti alla diffusione di dati scientificamente prodotti e verificati.

“Certo, è proprio così. E non dimentichiamo che gran parte della stampa è comunque finanziata da importanti esponenti del mondo imprenditoriale, i quali hanno il proprio interesse a sottolineare alcune notizie e a celarne altre.”


Torniamo dunque a Trump: che effetto può avere il suo Atto esecutivo?

“Per fare un esempio, l’Epa, ovvero l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, potrebbe essere indotta a non pubblicare dati o ricerche sul cambiamento climatico. Il che sarebbe grave non solo per gli Stati Uniti. Infatti, bisogna considerare che, da un lato, la comunità scientifica è sempre più una comunità globale, mentre, dall’altro, gli Stati Uniti sono uno dei principali produttori di nuove conoscenze.”


Proprio negli Stati Uniti, però, è già nato un movimento di scienziati volto a difendere la scienza e a incoraggiare l’utilizzo delle conoscenze scientifiche nelle politiche del Governo.

“Infatti, questo è il punto centrale di una discussione che si va ormai ampliando. Se si debba agire a casaccio, seguendo la spinta del momento, o se le evidenze scientifiche e i dati statistici relativi all’evoluzione di fenomeni demografici, sociali, economici e ambientali non debbano costituire la base condivisa su cui costruire soluzioni, anche fra loro alternative, ai problemi del mondo attuale.”

“Da questo punto di vista, la buona notizia è che, in Italia, con la recente riforma del bilancio pubblico, il Governo ha l’obbligo di accompagnare il Def, ovvero il Documento di economia e finanza, con un’analisi dell’andamento nel triennio precedente degli indicatori del Bes, cioè degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile che l’Istat ha sviluppato sotto la mia presidenza, nonché di una previsione per il triennio successivo basata sulle politiche proposte. Inoltre, a febbraio di ogni anno, il Governo deve pubblicare un rapporto sull’impatto atteso delle misure inserite nella legge di Bilancio sugli indicatori Bes.”

“Con questi obblighi, gli indicatori statistici relativi al benessere ‘oltre il Pil’ entrano, per legge, nel processo di formazione del bilancio pubblico, realizzando la proposta che avevo avanzato con la creazione del Bes e portando l’Italia all’avanguardia tra i Paesi Ocse.”


Insomma, Professore, ci sta dicendo che l’Italia sta meglio degli Stati Uniti?

“Da questo punto di vista, sì, almeno sulla carta. Ma ora si tratta di passare dalla teoria, ovvero dalla formulazione di una buona legge, alla pratica, ovvero alla sua concreta applicazione.”

 

@Fernando_Liuzzi

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Tags: Dati statisticiLavoroIstatAnalisi
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