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Home - Approfondimenti - Interviste - Bizi (Slc Cgil), il mondo dello spettacolo non “brilla” piu’, serve legge che disciplini il settore

Bizi (Slc Cgil), il mondo dello spettacolo non “brilla” piu’, serve legge che disciplini il settore

di Elettra Raffaela Melucci
17 Febbraio 2017
in Interviste

In seguito all’accorpamento dell’Enpals all’Inps, la scorsa estate i lavoratori autonomi dello spettacolo hanno ricevuto delle lettere in cui veniva chiesto loro, per i redditi del 2010, il pagamento dei contributi alla Gestione separata, sorpassando la norma che prevede il versamento dei contributi all’ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo. Per la maggior parte di questi lavoratori, inoltre, fatta eccezione per i musicisti autonomi, l’obbligo di versare il contributo è a carico dei committenti. Sono questi i motivi che hanno portato i lavoratori del settore a proclamare una serie di scioperi, ultimo quello dello scorso 13 febbraio. Abbiamo intervistato la segretaria nazionale della Slc Cgil, Emanuela Bizi, per chiederle di delineare un quadro delle problematiche e dello stato di salute del settore.

A partire dal sistema di previdenza, qual è il quadro che si è venuto a delineare in seguito all’accorpamento dell’Enpals all’Inps?

L’ENPALS è stato istituito dalla Dlgs 708/1947: la norma impone ai soggetti individuati, che operano nello spettacolo e nello sport l’obbligo di iscrizione all’ENPALS. Successivamente, per effetto della legge 214 del 2011 l’Istituto Previdenziale dei lavoratori dello spettacolo e dello sport è stato soppresso ed è confluito nell’INPS. Purtroppo da allora sono iniziati i disservizi legati anche al fatto che la gestione di questi lavoratori è diversa da quella delle altre categorie. L’ENPALS ha infatti a suo tempo riconosciuto l’atipicità di questi lavoratori, prevedendo, ad esempio, che chi opera in modo intermittente, possa raggiungere un anno di contribuzione versando i contributi per 120 giornate. Inoltre istituisce l’obbligo per il datore di lavoro/committente di pagare i contributi anche per i lavoratori autonomi, particolarità inedita per il mondo delle partite iva.

Qual è il valore principale dell’Enpals per i lavoratori dello spettacolo?

Mantenere questa gestione è fondamentale perché nella maggior parte del settore i lavoratori non hanno altri diritti. Purtroppo la gestione INPS è connotata da una grande lentezza nel riconoscere il fatto che l’ENPALS ha una gestione particolare, che mal si adatta alle procedure previste per gli altri comparti. Dalla difficoltà di leggere i documenti che le aziende inviano all’INPS per comunicare i contributi versati, che comporta difficoltà nella richiesta di agibilità (una sorta di DURC) che le aziende o i lavoratori sono obbligati a richiedere prima di ogni spettacolo, alla difficoltà per i lavoratori di verificare la propria posizione contributiva, elemento particolarmente grave per quanti lavorano con modalità intermittenti per una pluralità di imprese. In questo caso è più difficile per loro verificare la posizione contributiva. Viste le particolarità sopra evidenziate, aggiungendo che anche il calcolo della pensione, per i soggetti ex ENPALS, è diverso, le pratiche inevase si stanno accumulando. Il personale degli sportelli INPS molto spesso non è preparato a rispondere alle domande di questi lavoratori, anche perché l’ENPALS aveva “centralizzato” le pratiche su Roma. E’ capitato che ai lavoratori che si sono visti recapitare lettere con richieste improprie (ad esempio di versare la contribuzione alla gestione separata, mentre il lavoratore aveva sulla propria posizione, i contributi regolarmente pagati dalle aziende), ricevessero risposte errate da parte degli sportelli INPS a cui si sono rivolti per ottenere chiarimenti.

Quali risposte ha dato l’Inps rispetto alle proteste dei lavoratori?

La Slc Cgil e il Patronato INCA Cgil ha contattato in diverse occasioni le Direzioni Centrali dell’INPS nel tentativo sbloccare e risolvere tutti i problemi che si stavano accumulando. Purtroppo senza ottenere soluzioni, per questo il 13 febbraio scorso i lavoratori hanno protestato davanti alla sede dell’INPS a Roma. Nel caso delle “cartelle pazze” ovvero delle richieste arrivate ai lavoratori autonomi di pagare i contributi alla gestione separata, relativamente ai redditi 2009 e 2010, che prevedevano consistenti somme di interessi e sanzioni, i lavoratori avevano opposto ricorso nei termini previsti. Ma solo un numero ristretto di pratiche è stato lavorato annullando la richiesta impropria. La nostra preoccupazione è che se i ricorsi non verranno lavorati, quella che ora è solo una richiesta bonaria, si trasformi in un atto ingiuntivo, come già sta succedendo per le richieste relative ai redditi 2009. I lavoratori delle troupes, in sciopero, protestavano perché ad alcuni di loro, l’Istituto ha inviato una richiesta di restituzione della disoccupazione percepita a partire dal 1999. Un regalo recapitato ai lavoratori nel periodo natalizio, che imponeva loro di pagare entro 30 giorni importi anche consistenti (fino a 30 mila euro). L’INPS, a quale abbiamo sottoposto questi due temi, si è impegnato ad approfondirli e a riconvocare le Organizzazioni Sindacali entro tre settimane. In coda alla riunione abbiamo comunque evidenziato il problema legato all’attuale difficoltà degli artisti a maturare i 120 giorni previsti per l’annualità contributiva, chiedendo di riconoscere l’attività di docenza, fatta da questi soggetti, come una di quelle riconducibili, ai fini contributivi, all’ENPALS, invece che alla gestione separata dell’INPS. Altro tema da affrontare urgentemente è quello degli stuntman che, pur avendo mansioni pericolose, non hanno un riconoscimento per la pensione anticipata. Per loro, che sono un gruppo di circa un centinaio di lavoratori, è necessario ottenere almeno i benefici attualmente previsti per i ballerini. Ovviamente in entrambi i casi servono norme legislative, ma l’Istituto può aiutare il sindacato a sostenere tali richieste.

In merito alla recente vicenda del teatro Laura  Betti di Casalecchio, come reputa l’impiego dei voucher nel settore dello spettacolo?

I voucher nel settore dello spettacolo sono un grosso problema ed è assolutamente necessario che il settore venga escluso da tale comparto. A fronte del fatto che i lavoratori dello spettacolo, con qualsiasi tipologia contrattuale, siano obbligati a versare i propri contributi all’ENPALS e che l’Istituto prevede che il requisito per maturare l’annualità contributiva sia quello della maturazione dei contributi giornalieri (tre gruppi, dal 1997 rispettivamente giornate 120/260/312), l’introduzione dei voucher, per i quali l’INPS prevede che non sia neppure necessario richiedere l’agibilità, porta sicuramente ad un aumento del lavoro nero, che peraltro nel settore esiste ed è importante, e crea grossi problemi ai lavoratori che rischiano di non poter maturare i contributi necessari alla pensione. Il contributo relativo al voucher, infatti, si versa alla gestione separata.

In che modo i lavoratori risentirebbero della gestione degli appalti interni al settore?

Il settore è grandemente interessato dal fenomeno degli appalti: dalle esternalizzazioni fatte dai grandi teatri (Fondazioni Liriche, Teatri di Prosa) al fatto che l’attività audiovisiva (produzione, postproduzione) si svolge per commessa. A questo si aggiunge che questi lavoratori che operano strutturalmente in modo intermittente per tante aziende, fanno fatica a percepire i compensi. La nostra attività per loro è principalmente questa, e purtroppo non sempre possiamo raggiungere il risultato che è quello che il lavoratore venga pagato.

Secondo lei i controlli ispettivi sono sufficienti ad arginare l’evasione in questo settore?

Assolutamente no, anche perché i controlli sono pochissimi e spesso gli ispettori non conoscono le modalità con cui si opera nel settore dello spettacolo. A partire dal montaggio dei palchi, in cui ci sono stati dei tragici infortuni, a quello ad esempio dei set per gli spot pubblicitari che hanno la particolarità di essere fatti in un breve arco di tempo. L’evasione è anche elevata nel comparto musicale e teatrale, per questo fino a non molto tempo fa, esisteva un accordo tra ENPALS e SIAE. Quest’ultima, nella sua normale attività di controllo, verificava anche la regolarità contributiva. Ora anche questi controlli sono cessati, ma credo che in questi settori manchi una legge quadro che sappia riconoscere il tipo di attività differenziando gli obblighi. Ad esempio è diverso suonare in una birreria o in un teatro.

C’è una normativa che disciplina la parte del Jobs Act relativa a questo tipo di lavoro?

Voucher e utilizzo intermittenza nei settori dello spettacolo e le collaborazioni per lo sport. I voucher come ho evidenziato sono uno strumento improprio, mentre per quanto riguarda il contratto intermittente è necessario che l’utilizzo di tale tipologia contrattuale sia definita sul contratto nazionale, che la deve disciplinare. Nello sport invece lavora più di un milione di addetti, senza tutele. Infatti la legge 91 del 1981 demanda alle singole federazioni la definizione di chi è professionista sportivo. La solita legge creata su un’emergenza che in quel momento riguardava solo il calcio, incide sul settore. Ad oggi sono riconosciuti professionisti solo nel calcio, nel golf, nel basket e nel ciclismo, escludendo comunque del donne. Il paradosso è che grandi campionesse di questi sport, ma anche del nuoto o altre discipline non sono riconosciute professioniste e quindi non hanno tutele. Nel settore dello sport una norma fiscale, il testo unico, dispone che i redditi fino a 7500 euro siano considerati redditi diversi e quindi non sottoposti a contribuzione. Inserire anche la tipologia delle collaborazioni significa vanificare qualsiasi norma contrattuale.

Ci sono lacune sul fronte del welfare?

Il settore dello spettacolo ha la necessità di regole che sappiano cogliere le modalità specifiche con cui operano i lavoratori. A fronte di un nucleo relativamente ridotto di lavoratori a  tempo indeterminato, la maggior parte opera con contratti a termine, lavoro autonomo e parasubordinato. In particolare in questi ultimi due casi è fondamentale riconoscere quello che già riconosce l’ENPALS: quando svolgi quelle mansioni, indipendentemente dal tuo rapporto di lavoro, la contribuzione è del 33% e la paga il committente. Unica esclusione è per gli esercenti autonomi attività musicale, che comunque pagano analoga percentuale. Non è efficace l’utilizzo di strumenti che si adattano alla gran parte dei lavoratori. Questi lavoratori, lavorano in modo intermittente, senza certezza di quante giornate potranno fare nell’arco di un anno. Non è raro che rimangano fermi anche per parecchi anni, perché non trovano occasioni di lavoro. Per chi lavora nello spettacolo è più efficace il sistema francese o belga. La mancanza di strumenti specifici ai fini degli ammortizzatori, del welfare, e della formazione rende, una parte di questi lavoratori, poveri.

Nonostante la maggior parte dei lavoratori del settore operi in modo discontinuo, perché non si può parlare a tutti gli effetti di precariato?

Perché l’attore fa ad esempio uno spettacolo, che al massimo può essere replicato alcune volte e spesso in un periodo pluriennale. Quindi l’attore svolge attività sul palco, magari si forma una compagnia per organizzare un altro spettacolo, nel frattempo insegna dizione o aiuta degli allievi a superare l’audizione all’Accademia, fa provini e qualche posa in prodotti audiovisivi, qualche lettura e magari diventa protagonista in uno spot pubblicitario. Per i musicisti, non strutturati nelle orchestre sinfoniche e liriche e per chi lavora nel settore della danza e delle compagnie teatrali è la stessa cosa. Gli operatori delle troupes invece sono impegnati per il periodo in cui si produce un film o una serie, per poi andare su un altro set. Per quanto riguarda il doppiaggio è frequente che questi lavoratori nell’arco della stessa giornata facciano la propria attività in diverse imprese per diversi prodotti.

Le tutele per i lavoratori dello spettacolo sono sufficienti?

No, ed è urgente guardare a paesi europei che hanno saputo cucire un abito adatto a questi lavoratori, creando tutele per i periodi di lavoro e non lavoro, per la malattia, per le pensioni.

Quali sarebbero gli strumenti più adeguati per integrarne altre?

Ad esempio di un ammortizzatore che il lavoratore possa utilizzare, creando una sorta di tesoretto, analogamente al sistema francese. In questo periodo gli artisti potrebbero ad esempio formarsi, visto che lo devono fare per tutta la vita. L’obbligo per i teatri nazionali e quelli di interesse culturale, per le Fondazioni Liriche ad applicare la subordinazione dei lavoratori, allargando quindi le tutele anche a chi lavora in modo intermittente: queste imprese vivono grazie ai fondi pubblici che dovrebbero essere vincolati ad un maggior rispetto dei contratti di lavoro. Per gli altri settori è necessario incrementare le risorse pubbliche a loro destinate, perché è evidente che queste possono garantire meglio i compensi a chi lavora. Forme di detassazione anche per le famiglie che mandano i propri figli a studiare musica e teatro. In sostanza si tratta di creare un mix di diritti e fondi pubblici e norme fiscali di vantaggio visto che l’Italia è un fanalino di coda, in Europa, per l’investimento per la cultura e l’istruzione. Quest’ultima è infatti importante, perché chi produce cultura, anche immateriale, deve trovare un pubblico attendo e competente.

Complessivamente, qual è lo stato di salute del settore?

Lo scorso anno le Organizzazioni Sindacali hanno aperto lo stato di crisi per lo spettacolo dal vivo. Dalle Fondazioni Liriche su cui si sono aperte le procedure di esubero ed esternalizzazioni, ai teatri stabili che non pagano i propri dipendenti per molti mesi. Ma chi paga per primo la crisi sono gli artisti e chi opera in modo intermittente. Vengono pagati con moltissimo ritardo. Per quanto riguarda gli artisti, spesso sono costretti al ad aprire la partita iva per poter lavorare, assumendosi comunque dei costi. Con la particolarità che se si fanno male durante l’attività non hanno tutele. I cachet si sono abbassati e nella maggior parte dei teatri ormai non si rispetta più le disposizioni del Contratto Nazionale, in particolare quello delle Compagnie di giro. Le difficoltà, al netto delle cattive gestioni, sono legate principalmente al ritardo con cui vengono stanziate le risorse locali. Il Fondo Unico per lo Spettacolo, pur se non sufficiente, è più o meno regolare, mentre Comuni e Regioni conferiscono le proprie risorse con anni di ritardo. Il settore ha l’assoluta necessità di una legge che disciplini risorse sufficiente e certe, creando anche un sistema che sappia dare regole a tutti, dalle Fondazioni Liriche ai Circhi.

Crede che ci sia assenza di eco mediatica rispetto ai problemi del settore?

Si, purtroppo. Anche quando si è parlato delle Fondazioni Liriche le notizie erano sbagliate e legate fondamentalmente ad una mancata conoscenza del settore. Che gli artisti in Italia vengano considerati dai più come persone ricche, che si divertono, è testimoniato dal fatto che dal Ministero, ma anche dalle Istituzioni locali arriva la richiesta di lavorare gratis. E’ la negazione di una professione altamente qualificata, che necessita di continua formazione. Se un musicista o un danzatore si esercita tutti i giorni, l’attore deve continuare la propria formazione e in questo caso, se è fortunato e capace, solo all’apice della sua carriera, spesso per non molti anni, riesce ad avere compensi da professionista.La Slc Cgil sta promuovendo una ricerca on line, chiamata vitadartisti.it, per indagare su realtà di questo operatori culturali, per provare a raccontarli in modo diverso.

Elettra Raffaela Melucci

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