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Home - Approfondimenti - La nota - Governo e Confindustria, più innovazione per far crescere la produttività

Governo e Confindustria, più innovazione per far crescere la produttività

21 Settembre 2016
in La nota
Governo e Confindustria, più innovazione per far crescere la produttività

Quando qualcuno farà la storia di come la tematica dell’Industria 4.0 si è affermata nel nostro Paese, la data del 21 settembre 2016 avrà probabilmente un posto di rilievo. Oggi, infatti ben due eventi, svoltisi a Roma in contemporanea, hanno segnalato che il discorso su questa tematica ha fatto un netto passo in avanti anche nel nostro Paese. Si può anzi dire che quello dell’Industria 4.0 costituisce ormai un terreno su cui Governo e Confindustria intendono marciare muovendosi verso un obiettivo comune: far crescere la produttività e quindi la competitività del nostro apparato industriale.

Il primo dei due eventi di cui stiamo parlando si è svolto in mattinata nella sede del ministero dello Sviluppo Economico, a via Veneto. Qui, alla presenza del nuovo ministro Carlo Calenda, è stata insediata la cabina di regia del Piano nazionale Industria 4.0. Il secondo ha avuto luogo in un albergo di via Cavour dove, sempre in mattinata, sono stati presentati i risultati di un’indagine promossa da Federmeccanica su “L’Industria 4.0 in Italia”. Ma non si creda che questo secondo appuntamento abbia avuto solo un valore conoscitivo, utile per gli addetti ai lavori. Infatti, la presentazione della ricerca ha offerto l’occasione per un confronto a distanza fra lo stesso ministro Calenda e il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.

Nel programma originario dell’iniziativa organizzata da Federmeccanica, era previsto che il convegno fosse aperto da un intervento del ministro Calenda. La contemporaneità dei due eventi, ha però fatto sì che il ministro mandasse un video con un suo breve intervento. Intervento che, peraltro, è stato ben più che un saluto.

A pochi giorni dal suo insediamento a capo del ministero di via Veneto, nella primavera scorsa, Calenda era intervenuto all’Assemblea annuale di Confindustria, definendosi un “offertista”. Ovvero, par di capire, un seguace della cosiddetta “Supply Side Economics”, cioè di quell’indirizzo di pensiero economico che concentra la sua attenzione non sullo sviluppo della domanda globale, come fanno i seguaci di Keynes, ma sulle capacità competitive delle imprese considerate, appunto, “dal lato dell’offerta”. Indirizzo di pensiero che, conseguentemente, è portato a suggerire politiche che favoriscano concretamente la competitività dei prodotti che le imprese possono offrire sul mercato.; e ciò agendo sui fattori generali della produzione più che in relazione a specifici settori.

Nel video oggi trasmesso, Calenda ha detto, innanzitutto, che il Governo ha scelto di impegnarsi concretamente sul terreno della cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Dopodiché, coerentemente all’esordio sopra ricordato, ha affermato, con grande chiarezza, che sono le imprese quelle che devono decidere quali siano le specifiche scelte innovative su cui puntare le proprie carte. Perché il compito del Governo non è e non sarà quello di “dirgli cosa fare, ma di metterle nella condizione di farlo”.

Lo scopo strategico, è quello di “far crescere la competitività dell’offerta” delle imprese italiane. Scopo che sarà perseguito dalla cabina di regia insediata oggi entro un orizzonte temporale quadriennale: 2017-2020.

Quali sono, secondo Calenda, le direttrici lungo cui muoversi per favorire la modernizzazione digitale delle imprese italiane? Più d’una. Innanzitutto, il Governo dovrà pensare ad apprestare specifici incentivi fiscali volti a favorire gli investimenti finalizzati alla trasformazione delle imprese nel senso contemplato entro il concetto di quarta rivoluzione industriale. In particolare, si tratterà di favorire gli investimenti volti a sviluppare le cosiddette tecnologie abilitanti (enabling technologies). In secondo luogo, dovrà favorire la creazione di nuovi, più ravvicinati rapporti fra Università e industria, allo scopo di stimolare un trasferimento di conoscenze dai centri di ricerca al mondo della produzione. Un impegno, questo, che è stato poi confermato, nel corso del convegno, dall’intervento di Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Infine, ha concluso Calenda, il Governo si propone di incentivare, da un punto di vista fiscale, il cosiddetto salario di produttività, favorendo la diffusione degli accordi sindacali stipulati in sede aziendale.

Molto positiva, in conclusione della mattinata, la replica del Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: “La politica dell’offerta, rivolta orizzontalmente a tutti i settori, di cui ci ha parlato oggi il ministro Calenda, ci rende felici”. E ciò anche perché una politica verticale, che privilegiasse gli investimenti in alcuni settori a scapito di altri, sarebbe inficiata alla base dal fatto che, ormai, le stesse medie di settore “sono sempre meno significative”. Infatti, secondo Boccia, all’interno dei diversi settori incontriamo sempre più spesso imprese con risultati assai diversi.

Bene, quindi, la “politica dei fattori” che vuole oggi il Governo. Una politica che, secondo Boccia, dovrà svilupparsi lungo tre direttici. Primo: incentivi fiscali per gli investimenti. Uno strumento, questo, che rispetto a contesti tradizionali ha già dato ottimi risultati, dalla legge Sabatini a quella sui superammortamenti. Secondo: politiche volte a favorire l’autofinanziamento delle imprese. Terzo: più forti detassazioni sui premi di produttività previsti dagli accordi aziendali. Infatti, ha sottolineato Boccia, la produttività non è solo una questione di investimenti, ma anche di modelli organizzativi. Modelli che possono essere innovati solo a livello aziendale.

E a chi replica che la contrattazione aziendale è troppo poco diffusa per costituire un veicolo privilegiato dell’attività contrattuale, Boccia controreplica che sarebbe opportuno che si diffondesse di più e che l’unico modo di aumentare la diffusione del modello più giusto è quello di puntare sul suo ruolo strategico, e non di rassegnarsi di fronte allo stato presente delle cose.

Un concetto, questo, il cui significato va colto considerando il fatto che Boccia stava parlando in casa di Federmeccanica, un’associazione imprenditoriale impegnata da mesi in un difficile rinnovo contrattuale. Rinnovo rispetto al quale il nodo più contrastato è quello del rapporto fra salario nazionale e salario aziendale.

Dopo aver dunque espresso la solidarietà della Confindustria a Federmeccanica, Boccia è tornato al tema dell’innovazione digitale, toccando un punto che gli sta particolarmente a cuore. Noi, ha ricordato Boccia, siamo la seconda manifattura d’Europa, dietro alla Germania. E lo siamo pur partendo da condizioni strutturali meno competitive. Siamo dunque i più bravi. E proprio perché siamo bravi, dobbiamo adesso cavalcare la quarta rivoluzione industriale.

In apertura della mattinata, il Presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi, aveva affermato che Industry 4.0 è “una rivoluzione industriale in atto a cui dobbiamo partecipare da protagonisti, per consentire alle imprese di intercettare il cambiamento e di non restare escluse dalle traiettorie competitive dell’industria globale”.

“In questo scenario – ha proseguito Storchi – il ruolo di Federmeccanica è quello di agire per promuovere e diffondere la cultura dell’innovazione, come indispensabile driver di competitività e di crescita dell’industria italiana.” E ancora: “L’economia della conoscenza e la digitalizzazione ormai permeano ogni fase del processo produttivo, rendono interconnesso l’intero ciclo e ridefiniscono le catene del valore e i modelli di business”. E’ quindi “di cruciale importanza che le imprese siano consapevoli di questa ineluttabile trasformazione e agiscano per volgerla a proprio favore, per trasformare le minacce in opportunità di crescita e sviluppo”.

Ma proprio qui sta il punto. Dalla ricerca oggi presentata emerge che, su questa strada, le imprese metalmeccaniche sono ancora indietro. Rispetto a un campione di 527 imprese, solo il 64% ha dichiarato di aver adottato almeno una delle 11 tecnologie considerate come cruciali rispetto ai processi di digitalizzazione dell’industria (Meccatronica, Robotica, Robotica collaborativa, Internet delle cose-IoT, Big Data, Cloud computing, Sicurezza informatica, Stampa 3D, Sistemi di virtualizzazione e simulazione di prodotto, Nanotecnologie, Materiali intelligenti), mentre il 36% dichiara di non averne adottata neanche una.

“Il ritardo delle imprese italiane sul tema Industry 4.0 – scrivono gli autori della ricerca – resta dunque “significativo”. E ciò “soprattutto perché le intenzioni di investimento nei prossimi anni sono mediamente basse”, specie fra le imprese che non hanno ancora adottato nessuna delle tecnologie citate. “In assenza di azioni correttive, il divario tra le imprese più avanzate e quelle più arretrate è destinato ad accentuarsi”, conclude il rapporto. Cosa resa più grave dal fatto che le imprese innovative presentano delle caratteristiche positive che le altre non hanno. Ad esempio, le imprese innovative, in media, esportano una quota maggiore del proprio fatturato (44% contro 33%), investono di più in ricerca e sviluppo, hanno più contatti con Università ed enti di ricerca e, infine, hanno una quota più alta di dipendenti laureati.

Per colmare tali divari, e spingere in avanti l’insieme del settore portante della nostra industria, c’è dunque molto da fare. E il risultato della giornata è che, da oggi, Governo e Confindustria, come si diceva, marciano nella stessa direzione per trascinare le imprese verso una fase di innovazione digitale crescente. Con l’intenzione di trascinare, in questa stessa direzione, anche il mondo dell’Università, creando un rapporto virtuoso fra ricerca pubblica, ricerca privata e industria.

Un’ultima notazione. Par di capire che, sia nelle intenzioni del Governo che in quelle della Confindustria, questa nuova impostazione debba coinvolgere anche il mondo del lavoro. E ciò in un duplice senso. In fabbrica, perché la robotica e le altre tecnologie “abilitanti” di cui stiamo parlando cancelleranno, tendenzialmente, posti di lavoro meno qualificati, ma ne creeranno altri, più qualificati, in cui l’atteggiamento cooperativo del singolo lavoratore sarà sempre più decisivo. E a livello nazionale, con le grandi confederazioni sindacali, che dovranno interloquire con la succitata cabina di regia. Ma su questo terreno siamo solo all’inizio.

 

@Fernando_Liuzzi

 

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