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Home - Approfondimenti - La nota - Cgil: “Più democrazia per una contrattazione più inclusiva”

Cgil: “Più democrazia per una contrattazione più inclusiva”

18 Settembre 2015
in La nota

Con 587 voti a favore, 151 contrari e 8 astensioni si è conclusa, nel primo pomeriggio di oggi, la Conferenza nazionale di Organizzazione della Cgil, svoltasi a Roma a partire dalla mattina di ieri, giovedì 17 settembre. Il voto ha avuto a proprio oggetto il documento-base della Conferenza, che era stato varato a Bologna  il 14 marzo scorso. Il testo originario, dopo essere passato al vaglio di un centinaio di assemblee territoriali, è stato parzialmente emendato nel corso di alcune votazioni svoltesi oggi nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, ed è stato poi approvato nella sua veste definitiva. Con un voto che assegna alle varie minoranze interne alla Confederazione, capeggiate, nei loro diversi filoni, da Landini, Rinaldini, Nicolosi e Bellavita, un 20% del totale dei 746 voti espressi (i delegati, in partenza, erano 921).

Sul piano interno, la principale novità per cui questa Conferenza sarà ricordata è l’introduzione di un nuovo organismo dirigente, sin qui non previsto dallo Statuto della Confederazione. Tale organismo, detto Assemblea generale, sarà eletto dai Congressi di tutte le strutture della Cgil e avrà un numero di membri pari al doppio dei tradizionali Comitati direttivi. Come già anticipato dal Diario del lavoro, mentre ai Direttivi resteranno i compiti di indirizzo politico delle varie strutture territoriali e categoriali, il compito specifico delle nuove Assemblee sarà quello di eleggere i Segretrari generali delle stesse strutture e, su loro proposta, le rispettive Segreterie.

Ora il punto è che, a differenza dei Direttivi, le Assemblee dovranno essere formate, in maggioranza, da lavoratori in produzione, cioè da lavoratori occupati nei diversi settori produttivi, o da attivisti delle Leghe dei pensionati, e non da funzionari sindacali. Nelle intenzioni del leader della Cgil, Susanna Camusso, e della Segreteria da lei guidata, questa modifica non è quindi solo formale. Al contrario, il suo scopo è quello di riportare verso il basso il baricentro della Confederazione, dando una spinta verso quel processo di sburocratizzazione che è stato invocato dal responsabile organizzativo, Nino Baseotto, nella relazione svolta in apertura dei lavori.

Lo scopo perseguito dalla Segreteria confederale, con questa Conferenza, è sicuramente coerente con le conclusioni del Congresso nazionale svoltosi a Rimini nella primavera del 2014. Già allora, infatti, Susanna Camusso sostenne che la Cgil doveva aprire un processo che portasse i funzionari a indirizzare la propria azione verso i territori, per poter affrontare in termini più ravvicinati le variegate problematiche di questi ultimi. Allo stesso tempo, Camusso sostenne che era certamente vero che la democrazia interna all’organizzazione dovesse essere rinvigorita, ma che tale fine andava perseguito restando sui binari della democrazia di mandato, e quindi senza cedere al fascino eventuale di ipotesi quali quella relativa all’introduzione di elezioni primarie per selezionare i candidati ai vari ruoli dirigenti. Tuttavia, le scelte compiute con la Conferenza non hanno soddisfatto Landini né gli altri leaders delle componenti più radicali della Cgil. Di qui il loro voto contrario.

Ma la Conferenza di Roma non è vissuta, nei suoi due giorni, solo sui temi legati all’organizzazione e alla democrazia interna. Nell’ambito di una cornice politico-culturale che ha delineato un profilo fortemente europeista della Cgil, e che ha consentito a relazioni e interventi di esprimere una critica dura e insistita rispetto alla reazione, a dir poco inadeguata, espressa dall’Unione Europea verso le vicende della massiccia emigrazione in corso dai paesi in guerra del Nord Africa e del Vicino Oriente, la Conferenza è servita a mettere a fuoco le linee di azione della Cgil rispetto ai vari fronti su cui è impegnata.

Per ciò che riguarda il Governo, la Conferenza ha confermato che i rapporti tra la Cgil e l’Esecutivo guidato da Matteo Renzi sono ai minimi termini. Solo che, rispetto all’immediato futuro, il punto di contrasto più acuto non sarà rappresentato dalla legislazione relativa al mercato del lavoro e ai rapporti di lavoro, come è accaduto negli ultimi tempi, quanto dalle pensioni. Sia Baseotto che Camusso hanno infatti detto e ripetuto che l’imminente messa a punto della legge di stabilità costituisce un’occasione che non può andare sprecata per affrontare il problema di una riforma, se così si può dire, della, per altro, recente riforma che va sotto il nome dell’ex ministro Elsa Fornero. Il Governo è avvisato. Su questo terreno, la Cgil è pronta a mobilitarsi da subito. In prospettiva, peraltro, la Cgil intende perseguire, per via legislativa, l’obiettivo della ricomposizione di un mondo del lavoro sempre più frammentato, attraverso la messa a punto della proposta di un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori.

Per ciò che riguarda la Confindustria, la Cgil mantiene la sua valutazione positiva dell’intesa unitaria del 10 gennaio 2014, relativa ai temi della rappresentanza sindacale e della misurazione della rappresentatività delle diverse organizzazioni. Al contrario, Baseotto e Camusso hanno espresso un dissenso radicale nei confronti della linea definita dalla stessa Confindustria rispetto alle tematiche contrattuali. Linea che può essere così riassunta: prima ridefiniamo il sistema contrattuale, costruendo delle nuove regole, e poi facciamo i rinnovi dei vari contratti di categoria già scaduti o vicini alla scadenza.

A questa impostazione, la Cgil replica: in realtà, voi volete delle nuove regole per ridurre i salari. Quindi, adesso procediamo ai rinnovi già in corso o in procinto di aprirsi, e poi, con la dovuta calma, apriamo un dibattito che coinvolga confederazioni e categorie per rivedere l’attuale sistema contrattuale.

Detto così, siamo al dialogo fra sordi. La partita, ovviamente, è più complessa. La Confindustria, probabilmente, ritiene che le sue federazioni di categoria abbiano ancora bisogno del contratto nazionale, poiché le molte piccole e medie imprese che costituiscono gran parte del tessuto produttivo del nostro paese non possono permettersi di puntare tutte le proprie carte sulla contrattazione aziendale. Tuttavia, la confederazione di viale dell’Astronomia ritiene necessario rendere più flessibile il rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale, interpretando così i desiderata delle imprese di maggiori dimensioni. Di qui la richiesta di rivedere il sistema contrattuale.

La Cgil, invece, da un lato, teme che, a breve, tutto si risolva in una ulteriore perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni. Mentre, dall’altro, pensa a una revisione del sistema contrattuale che consenta di rendere più inclusiva la contrattazione effettiva. Ovvero, di contrattare non solo le condizioni di lavoro dei dipendenti assunti a tempo indeterminato, ma anche quelle di tutti gli altri lavoratori, a vario titolo precari, presenti, o comunque coinvolti, in un dato sito. Ciò allo scopo di contrastare, per via contrattuale, quella frammentazione del lavoro che Susanna Camusso mise al centro delle sue pubbliche riflessioni sin dalla conclusione del citato Congresso del 2014.

Sarà adesso interessante vedere quale ruolo potranno giocare, in questo quadro indubbiamente complesso, le altre due maggiori confederazioni sindacali: Cisl e Uil. Ai primi di luglio, una riunione svoltasi presso la sede della Uil registrò un nulla di fatto rispetto alla revisione del sistema contrattuale. E, subito dopo, la Cisl presentò in solitudine una sua proposta che non coinvolgeva né la Cgil, né la Uil. Oggi gli interventi tenuti all’Auditorium Parco della Musica dai leaders di Cisl, Annamaria Furlan, e Uil, Carmelo Barbagallo, hanno dato l’impressione di un parziale riavvicinamento fra le tre maggiori Confederazioni sindacali. Le quali, strette fra gli effetti di una crisi economica pluriennale e non ancora risolta e l’iniziativa contrattuale della Confindustria, e prive di una qualsiasi sponda politica in un Governo che continua a manifestare indifferenza, se non ostilità, verso i corpi intermedi, avvertono la propria individuale debolezza. Una qualche forma di unità di azione, invocata anche oggi da Barbagallo, potrebbe imporsi, se non per scelta ideologica, per necessità pratica.

 

@Fernando_Liuzzi

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