Il diario del lavoro ha organizzato per la mattina del 20 giugno a Roma a Villa Piccolomini un seminario sui temi della crescita e dell’occupazione nel corso del quale sarà discusso il piano del lavoro della Cgil. La partecipazione è aperta a chi è interessato all’argomento. Riportiamo qui sotto alcune delle tesi che verranno discusse:
A) La portata recessiva e depressiva della crisi non ha precedenti. L’Italia subisce la crisi con un’intensità maggiore degli altri principali paesi industrializzati, registrando tassi negativi nella dinamica di tutte le principali variabili economiche. Ad eccezione di alcune imprese esportatrici, la crisi colpisce migliaia di imprese edili, manifatturiere, di servizio. Il sistema bancario soffre di carenza di liquidità e non eroga crediti alle imprese.
Tutti gli ultimi dati sulla crescita e l’occupazione europea indicano incertezza nella ripresa. Anche immaginando una possibile ripresa, in questo contesto internazionale, con l’attuale sistema economico-produttivo italiano, il recupero dei livelli pre-crisi (2007) del PIL, dell’occupazione e dei salari non potrà avvenire prima di molti anni. Prendendo come riferimento le previsioni dell’Istat, assumendo così la ripresa prevista nel 2014 e, senza elaborare modelli econometrici originali, proiettando ottimisticamente nel tempo il tasso di crescita medio annuo “potenziale” (anni 2000-2007) del PIL (1,6%), dell’occupazione (1,4%) e dei salari (0,4%), il recupero dei livelli del 2007 non avverrebbe comunque prima del 2020, ovvero sette anni da ora, più altri sette, se si conta dall’inizio della crisi.
Tale simulazione ha come scopo quello di ribadire che la cosiddetta ripresa non può essere attribuita a una semplice inversione di tendenza. Per uscire dalla crisi e aumentare la crescita potenziale, perciò, occorre un cambio di paradigma nelle politiche economiche e sociali. La centralità del lavoro nelle scelte di politica economica deve rispondere ai vuoti della domanda di cui soffre l’economia italiana. La creazione di occupazione può creare crescita, che a sua volta crea nuova occupazione. Il Piano del Lavoro proposto dalla CGIL si fonda sull’idea di rispondere alla crisi globale e al declino dell’economia italiana attraverso un forte sostegno alla domanda e alla riqualificazione dell’offerta, che avvengano proprio con un piano straordinario di creazione di nuova occupazione, attraverso nuovi investimenti pubblici e privati, verso l’innovazione e i beni comuni. Per questa via è possibile anche aumentare nel medio periodo il potenziale di crescita e di sviluppo del Paese precedente alla crisi.
B) Il Piano del Lavoro della Cgil
Il Piano intende avviare una crescita economica e dell’occupazione trainata dal lato della domanda e, indirettamente, qualificare l’offerta (industrie, servizi, banche, PA).
Non una domanda purché sia: investimenti e consumi di innovazione e qualità (il Piano è keynesiano e Schumpeteriano insieme: interventi mirati e selettivi).
Non un lavoro purché sia: ma ricco di saperi, qualificato, aperto alle capacità e competenze, tutelato anche se flessibile e autonomo.
Partire dalla domanda significa partire dalle arretratezze del Paese (molte) e dalle potenzialità: per noi la domanda si declina in bisogni dei territori, delle comunità e delle persone.
I bisogni prioritari: riassetto idro-geologico, rischio sismico, sicurezza scuole, TpL, ICT, logistica, ciclo rifiuti, risparmio energetico, bioedilizia, green e blue economy, bonifiche ambientali, istruzione, assistenza anziani, diffusione omogenea Lea, patrimonio artistico, ecc.
Il Piano non è un Gosplan che il governo scrive una volte per tutte e per tutti e nessuno applica, nemmeno tanti piani di settore: si articola in Indirizzi programmatici nazionali, Priorità Regionali, Progetti Operativi Territoriali; in questo senso è un’evoluzione decentrata di “Industria 2015”.
Il Piano è proposto e sollecitato da un confronto nazionale con il governo e dalla contrattazione territoriale con Regioni e Comuni.
Il Piano è aperto fin dalla fase ideativa e realizzativa a forze sociali, imprese, istituzioni, Università, ricerca, associazioni disponibili a livello territoriale: necessita di partecipazione e diffonde responsabilità.
Il Piano è immaginato su risorse esistenti (dati un riequilibrio interno al gettito tributario e una maggiore flessibilità del patto di stabilità): fondi europei non spesi, revisione finalizzata spesa pubblica, Cassa Depositi e Prestiti, Fondi comuni investimento, ecc.
Il Piano muove da una spesa pubblica che coinvolge investimenti privati sui Progetti Operativi concordati e su domanda pubblica che dà certezze di modalità e tempi (senza essere finanziata dal pubblico).
L’attuazione del PdL è favorita da una politica europea espansiva ma può anche avviarsi in attesa: la Cgil propone la mutualizzazione di parte del debito di tutti i paesi. Il PdL facilita la definizione di un riassetto istituzionale, di una riqualificazione anche contrattuale del mercato del lavoro, di una riorganizzazione del welfare e della Pubblica Amministrazione a partire da buone pratiche.





























