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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Le distanze tra la Bce e la manovra italiana

Le distanze tra la Bce e la manovra italiana

30 Settembre 2011
in L'Editoriale

La pubblicazione da parte del Corriere della sera della lettera che Jean-ClaudeTrichet e Mario Draghi hanno inviato il 5 agosto al governo italiano ha squarciato un velo di silenzio che rischiava di diventare colpevole. Non era quella infatti una normale missiva con la quale una parte consigliava all’altra alcune decisioni da prendere urgentemente. Erano le condizioni alle quali la Banca centrale europea, nelle persone del suo presidente e del suo successore designato, indicava le condizioni alle quali sarebbe stata disposta a concedere gli aiuti necessari per far fronte alla speculazione finanziaria internazionale che si stava accanendo contro il nostro paese e che avrebbe potuto mettere in crisi l’intera costruzione dell’euro, almeno come l’abbiamo finora conosciuta. Era normale quindi che i termini di queste indicazioni fossero resi noti, anche perché gli esponenti del governo italiano responsabili delle misure che sono state successivamente adottate hanno fatto più volte riferimento a queste indicazioni facendosene scudo, portandole a giustificazione del rigore adottato. Semmai è da chiedersi perché questa lettera non sia stata resa nota prima e perché lo sia stata proprio in questi giorni in cui si moltiplicano i veleni all’interno della compagine governativa.
L’osservazione immediata che viene da fare dopo la lettura di questa lettera è che tante delle indicazioni della Bce sono rimaste lettera morta. Non risulta che sia partita “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme”, non sono state messe sotto controllo le spese degli enti locali, non sono state attuate vere liberalizzazioni, tanto meno delle forniture di pubblici servizi locali, non è stata migliorata l’efficienza amministrativa. E così via. Alcune cose sono state fatte, le più urgenti, tanto è vero che la Bce ha compiuto poi e sta compiendo il suo intervento per controbattere la speculazione finanziaria internazionale.
Poi c’è l’articolo 8 del decreto del governo, ora legge, oggetto di contestazioni da parte di tutte o quasi le parti sociali. Il ministro Maurizio Sacconi ha affermato che il testo della lettera ha dimostrato la giustezza delle decisioni adottate. In realtà sembra che le cose siano differenti. La lettera infatti afferma che c’è l’esigenza di riformare il sistema di contrattazione favorendo il livello aziendale. Ed aggiunge che l’accordo del 28 giugno va in questa direzione, affermazione questa molto importante. L’articolo 8 è partito da quella indicazione per rivedere in modo marcato le decisioni prese a fine giugno, introducendo la possibilità che gli accordi aziendali potessero derogare sia ai contratti collettivi che alle leggi, per importanti materie. Non è la stessa cosa, anzi la portata dell’articolo 8 ha messo a rischio la pace sociale che era stata costruita con quell’accordo e solo la volontà ferma delle parti sociali non ha fatto naufragare tutta la costruzione, dando via libera a una realtà quanto meno poco ordinata. E’ ingiusto e arbitrario dire che l’articolo 8 era stato scritto per distruggere quell’accordo, non fosse che perché la direzione delle due cose è la medesima, ma certo non ha aiutato a procedere in quel difficile sentiero in cui le parti sociali si erano avviate.
Diverso il caso delle disposizioni per il licenziamento. La lettera parla di adottare “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. L’articolo 8 ha previsto che accordi aziendali (solo più tardi e per l’intervento delle confederazioni è stato stabilito che siano solo i sindacati maggiormente rappresentativi a poterli sottoscrivere) potessero stabilire deroghe all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Non sembra ci sia molta simmetria tra le due cose. Né sembra che ci sia stata un’accurata revisione delle norme sul licenziamento. Il seminario sulla flessibilità in uscita che Il diario del lavoro ha tenuto una settimana fa con l’intervento di tanti esperti, ha messo in luce come non sia l’articolo 18 l’ostacolo a una stagione felice e nemmeno a una ripresa dell’occupazione, che i problemi siano altri. La dizione dell’articolo 8 è parsa semmai una brutta riedizione del tentativo del 2002 di mettere mano sostanzialmente all’articolo 18, che sarà pure un unicum legislativo in Europa, ma che per il momento può ancora essere lasciato da parte, non fosse che per salvaguardare quella poca pace sociale che si è riusciti per ora a realizzare.

Massimo Mascini

 

Tags: LavoroContratti
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