La Fim Cisl ha presentato oggi un’indagine che ha commissionato sulle condizioni di lavoro nelle imprese metalmeccaniche italiane nel Guangdong. La ricerca è stata realizzata dall’Iscos Cisl e dall’Institute of contemporary observation (Ico) e ha analizzato la situazione di sedici imprese riscontrando situazioni definite dal sindacato “al limite dello schiavismo e spesso non rispettose nemmeno delle pur minime regole cinesi”. Tra le imprese prese in considerazione vi sono la De Longhi, la Marelli, la Piaggio, la Candy e la STMicroelectronics.
La ricerca è stata fatta in due fasi, nel 2009 e nel 2010, per monitorare nel tempo i risultati. La regione del Guangdong è stata scelta perché a ridosso di Honk Kong, unica regione della Cina in cui sono presenti sindacati liberi. Questi sindacati hanno una conoscenza approfondita di ciò che avviene nella regione confinante e hanno collaborato con i ricercatori che hanno fatto l’indagine. Lo scopo dello studio è stato quello di far comprendere come le imprese delocalizzando di fatto trovano paesi in cui la situazione produttiva è paragonabile a quella dei tempi della rivoluzione industriale inglese. In altre parole paesi in cui, non esistendo la contrattazione collettiva, il potere dell’imprenditore non ha alcun contrappeso.
I ricercatori hanno intervistato più di 300 persone di cui 239 operai di linea che lavorano in queste imprese o che forniscono lavoro interinale per esse. Queste interviste sono state fatte fuori dalle fabbriche e senza il permesso delle imprese. Il risultato per la Fim è “sconvolgente”. Dall’indagine è emerso che non tutte le aziende si comportano allo stesso modo, ma le condizioni contrattuali sono generalmente “pessime” e non vi è alcuna contrattazione collettiva. Spesso vi sono orari di lavoro estenuanti. Sei imprese su sedici, tra cui la Piaggio, risultano avere salari che raggiungono le paghe minime di legge (82 euro al mese) solamente grazie a molti straordinari. Inoltre per la legge cinese le ore lavorative settimanali possono essere al massimo 40, ma in molte aziende superano le 60. In alcuni casi, è sempre l’indagine a riferirlo, non si rispettano nemmeno la giornata di ferie settimanale, anche essa obbligatoria per legge.
La ricerca mette in evidenza due tipi di discriminazioni. La prima è quella che distingue tra salario dei lavoratori urbani che vengono pagati di più e godono del welfare cittadino e quello dei lavoratori extraurbani che vengono pagati mediamente il 30% in meno e che non godono di alcun welfare, escluso quello aziendale. La seconda disparità è quella tra i lavoratori a contratto indeterminato ( che è diverso da quello italiano) e i lavoratori interinali che rappresentano il 60% della forza lavoro complessiva.
La Cisl sostiene che l’unico modo per tutelare i lavoratori italiani dalla concorrenza sleale di paesi come la Cina è quello, da un lato di creare reti sindacali internazionali che possano intraprendere battaglie comuni per tutti i lavoratori di una stessa azienda al di la della nazione in cui si trovi la fabbrica, e dall’altro avere contatti diretti tra i sindacati nazionali dei vari paese per favorire i diritti fondamentali.
Inoltre la Fim intende chiedere conto alle aziende italiane prese in considerazione delle condizioni di lavoro nei loro siti industriali esteri. Infine il sindacato vuole chiedere al governo di fare pressioni su queste aziende per modificare le condizioni di lavoro al limite dello sfruttamento.
Secondo il segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe Farina, “la dimensione nazionale non è più sufficiente per garantire i lavoratori italiani”. Il segretario generale, pur ricordando che la ricerca non riguarda la Fiat che non ha fabbriche in Cina, ha detto che “Marchionnequando decide dove e come investire, non guarda più al contratto nazionale, ma ad un mondo globale”. Faina conclude dicendo “che sarà più facile per i lavoratori italiani mantenere i loro diritti quando anche i lavoratori cinesi vedranno riconosciuti i loro”. (LF)
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