Se il tavolo sulla crescita aperto in Confindustria si è ridotto a uno zombie che appare e scompare a seconda della luna, non è per complessità dei temi trattati e nemmeno per scarsa attitudine dei protagonisti. Anzi: i gruppi tecnici hanno lavorato sodo e sono stati siglati fino ad ora 6 documenti su 7. Se non si riesce a produrre l’intesa generale è perché nel documento sulla Produttività si confrontano ormai visioni molto diverse sul ruolo della contrattazione e del sindacato. La cosa nuova e preoccupante è che il massimo della distanza non si misura più tra sindacati e imprenditori, come sarebbe normale e fisiologico, ma tra Cgil, Cisl e Uil.
Se la Cgil, malgrado le disponibilità e gli incontri che si sono svolti negli ultimi mesi (i testi scritti e riscritti molte volte), arriverà a non condividere il documento sulla Produttività, ciò dipenderà essenzialmente da due punti. Il primo: Confindustria ha optato per un taglio di basso profilo che non tocca le questioni della competitività generale di sistema (infrastrutture, trasporti, costi dell’energia, investimenti in ICT, ricerca e innovazione, sburocratizzazione, ecc), e si è voluta invece concentrare sulle flessibilità degli orari di lavoro. Come se, contro ogni buon senso, la stagnazione e la perdita di competitività del Paese dipendessero dal fatto che nelle fabbriche si fa poco straordinario: un assurdo teorico oltre che un presupposto non dimostrato.
Il secondo motivo dipende invece dalla scelta di Cisl e Uil di insistere sul principio delle “deroghe” come centro del nuovo sistema contrattuale aziendale. I testi delle possibili bozze di accordo che sono circolati in queste settimane non lo dicono esplicitamente, ma la scarsa disponibilità finora dimostrata ad accettare una formulazione più equilibrata lo dimostra. La Cgil propone che in presenza di nuovi investimenti, di riorganizzazioni produttive, della possibilità di attrarre investimenti esteri o di evitare delocalizzazioni, si possa intervenire con la contrattazione aziendale adattando gli istituti contrattuali esistenti, anche attraverso la “contrattazione d’anticipo” già sperimentata da alcune categorie, per favorire aumenti di produttività e insieme la valorizzazione del lavoro. Cisl e Uil sostengono invece che si può anche non scrivere la parola “deroghe”, ma che su questo principio si deve convenire. La differenza tra una formulazione e l’altra è fin troppo evidente: in un caso si sperimentano soluzioni innovative sull’organizzazione del lavoro a fronte di progetti aziendali di crescita, nell’altro si sottoscrivono solo soluzioni peggiorative. Per quale motivo questa scelta di autoriduzione delle funzioni sindacali? Si dice che sia per estendere la contrattazione aziendale, ma in realta’ si percepisce che l’obiettivo primario di questa forzatura è escludere la Cgil dall’intesa.
Sarebbe un’occasione sprecata concludere un negoziato lungo e positivo con un accordo separato; ma se non si realizzerà un ragionevole ripensamento delle posizioni in campo, finirà così. Anche se è facile capire che un protocollo di intenti sulla produttività in azienda senza la firma della Cgil non ha un grandissimo valore: non è né “esigibile” né “cogente”. Per evitare che questo accada, tocca a Confindustria, se vuole, battere un colpo.
Tuttavia, questi conflitti intersindacali sarebbero persino componibili, se non ci fosse in campo uno scontro ben più sostanziale tra Cgil Cisl e Uil. Il motivo vero della contrapposizione degli ultimi due anni, come succede sempre nei momenti difficili del sindacato italiano, sta nel modello di relazioni tra sindacato, politica e Governo che ciascuno ha in testa.
Diciamo le cose come sono. Da un lato vi è un’attività contrattuale nazionale e decentrata largamente unitaria, che guarda al merito dei problemi, dall’altra si punta a realizzare in Italia un modello “bipolare” delle relazioni sindacali, sulla falsariga di quello politico. Il Governo, non da oggi, invece che svolgere un ruolo di mediatore terzo dei conflitti sociali sollecita e incentiva il bipolarismo sindacale. Nega ogni autonomia alle associazioni imprenditoriali e a quelle sindacali di fronte ai provvedimenti e alla politica governativa e chiede una collocazione a prescindere: o col Governo o con l’opposizione. Nel Libro Bianco del 2001 era gia’ stato scritto chiaramente che non esisteva più la concertazione e che gli accordi sindacali si potevano firmare a maggioranza delle sigle. Ora il Governo persegue esplicitamente l’obiettivo di omologare a sé Confindustria, Cisl e Uil, considerandoli interlocutori privilegiati ed esclusivi, e confinare la Cgil all’opposizione, indipendentemente dal tema in oggetto. Cisl e Uil, per calcolo o per inerzia, si prestano a questa trasformazione genetica del sindacalismo italiano preferendo praticare la bilateralità con il Governo invece che quella con le imprese. Confindustria, a sua volta, oscilla tra la tentazione di approfittare della debolezza e della divisione del sindacato italiano e la necessità di sottoscrivere nuove regole condivise da tutti.
Intanto il tempo stringe: la crisi continua a mordere, l’Italia non cresce da 15 anni, la disoccupazione giovanile aumenta e si cronicizza, i salari reali sono in regressione. Lo dice, autorevolmente, il Governatore della Banca d’Italia. Un Patto per la crescita tra i produttori è sempre più necessario e urgente. Il Governo lo osteggia perché confermerebbe il suo fallimento. Tuttavia, senza quel Patto ognuno farà la sua parte e cercherà di tutelare i propri rappresentati. Non e’ un problema di una sola confederazione: come disse molti anni fa Luciano Lama, “i Governi passano, la Cgil resta”. Ma non e’ certo di questo che ha bisogno, oggi, il paese.
di Gaetano Sateriale

























